martedì 8 giugno 2010

La Mascherata di Alberto Moravia

La mascherata
di Alberto Moravia

Bompiani, 2002
(I ed. 1941)

Alberto Moravia Pincherle (Roma, 28 novembre 1907 - 25 settembre 1990) è stato uno dei più grandi narratori italiani. Scrittore ed artista e, al tempo stesso, agitatore culturale è riuscito ad attraversare le esperienze dell'esistenzialismo e del neorealismo senza mai rinnegare se stesso ma, attraverso le più diverse forme anche stilistiche, esprimendo la sua particolare visione del mondo, la sua Weltanschauung, la sua forte critica nei confronti della morale e della società borghese attraverso quella che il compianto Edoardo Sanguineti, autore del saggio probabilmente più significativo sull'autore romano, chiamerà "morale del borghese onesto".
Ho scelto di recensire questo libro non certo perchè più significativo da un punto di vista letterario se confrontato con opere come Gli Indifferenti, Agostino, La disubbidienza, La Romana, La ciociara, La noia e tanti tanti altri. Ma perchè, paradossalmente più di altri, sta a chiarire come Moravia anche nei suoi testi considerati minori ed atipici saprà sempre essere dentro il dibattito politico e culturale della società in cui viveva e sempre con un'alta qualità artistica.

La Mascherata appartiene al periodo "surrealista" di Moravia, probabilmente per evitare (anche se con scarso successo) la censura di quel regime che già dagli Indifferenti aveva espresso antipatia e avversione verso l'"ebreo" Moravia. Ciò non gli impedì però di subire la censura nei confronti del libro (alla seconda edizione) anche per il tema trattato.
Se Gli Indifferenti avevano trattato, come dirà in seguito lo stesso Moravia non consapevolmente, il tema della crisi della famiglia durante il fascismo, questo romanzo criticherà le forme del potere (qualunque esso sia), come esso si esplica, ed il conformismo dilagante che fa sì che i discepoli divengano peggiori dei dittatori.
La critica inoltre coinvolgerà anche i cosiddetti oppositori, incarnati nel velleitario Saverio, utopista ed idealista ma senza una reale ed autentica prospettiva rivoluzionaria. Una critica in cui molti intravvidero una polemica nei confronti dei fratelli Rosselli e, più in generale nei confronti degli ambienti antifascisti, nei cui confronti Moravia era all'epoca molto critico vedendoli esattamente nella rappresentazione di Saverio.
Ciò che è poi interessante notare in questo romanzo è che chi ne esce paradossalmente meglio degli altri all'interno di questo mondo che, pur se allegorico è tipicamente moraviano, sarà proprio il dittatore Teresio, uomo del popolo innamorato della ingannatrice Fausta, che nella sua ingenuità verrà ingannato dalla donna di cui è innamorato e dal capo della polizia Cinco che insieme al fido Perro lo inducono a credere che si sta progettando un attentato ai suoi danni.
Ancora una volta Moravia, dunque, in questo suo romanzo, riesce con una semplicità linguistica e formale (anche senza ricorrerem ancora, qui al dialogo continuo ed incessante, il continuo ricorso al passato prossimo e l'utilizzo della prima persona) che rimarrà probabilmente unica nella letteratura italiana, attraverso la chiave di lettura del rapporto uomo-donna, riesce a descrivere la banalità del potere e quell'alienazione vitale che riesce a coinvolgere dominati e dominanti (un po' come in Agostino alienati erano i popolani così come i borghesi), rivoluzionari velleitari e agenti del potere repressivo della dittatura.
Significativa ed altamente simbolica sarà infine l'illustrazione di questo squallido mondo nella rappresentazione del funerale di Fausta che conclude il romanzo:

Erano tutti mascherati, gli invitati; e in quell'ombra della galleria poco illuminata, addensavano una moltitudine di visi dipinti, di costumi colorati, di lustrini e di pennacchi. L'ombra non era così densa che non si scorgesse qui un enorme naso scarlatto e bitorzoluto di cartone, lì una testa gigante di pulcinella, qui una gialla sembianza di cinese, lì una maschera mostruosa, bianca e rossa, contratta in una risata avvinazzata. Come videro apparire i quattro che portavano la branda, gli invitati non seppero fare altro che scoprirsi quelli che avevano un cappello, e gli altri togliersi chi il naso di cartone, chi la maschera, chi la finta barba di stoppa. Così i quattro servitori trasportarono la morta verso la cappella, sotto gli occhi avidi della folla travestita. La duchessa, imbambolata, il bariletto ballonzolante al fianco, incapace per una volta di ritrovare il solito sussiego, veniva dietro insieme con il segretario, malinconico e occhialuto spilungone. Poi l'agente e Doroteo. Ultimo seguiva Tereso impettito e rigido nella sua attillata uniforme, il pollice nella cintura.


Rodolfo Monacelli