sabato 12 giugno 2010

Intervista a Marco Abundo

Caldo a Roma. Afa. Un tempo indeciso. La Facoltà di Lettere di Tor Vergata è pista su cui scorrono veloci nuvoloni e raggi di sole. Sabato 12 giugno, ore 10:30. Intervista a Marco Abundo, autore di "Reset" (clicca qui per leggere la nostra recensione).

Caro Marco, innanzi tutto grazie per aver accettato di scambiare quattro chiacchiere con "CriticaLetteraria".
Grazie a voi! Per me è la prima volta e mi fa molto piacere!

Una domanda a bruciapelo: chi è Marco scrittore?
Artigiano. Marco è un artigiano della scrittura. Cerco di trovare forme di espressione semplici e basilari. La scrittura è una passione fra tante. Come per chi pratica "bricolage", il tempo della scrittura è tempo dedicato a me stesso.

Ingegnere Letterato. Nei pregiudizi tra la gente, questo pare un ossimoro. Tu che ne pensi?
Provengo da una famiglia in cui la Matematica è una delle colonne portanti. La Matematica in tutte le sue forme, vissuta normalmente come componente di quasi ogni mio familiare. Sono cresciuto con i numeri. Eppure c'era spaizo anche per tanta creatività. Arte e matematica non sono una contraddizione.
La matematica, i calcoli, alcune regole, sono fondamentali nell'Arte. Il calcolo delle proporzioni, i tempi. Anche questo è creatività. C'è sempre il concetto di creazione alla base.

Quand'è nata la passione per la scrittura?
Avevo quattordici o quindici anni. E' nata come esigenza. Non è stata una riflessione studiata a portarmi alla scrittura. E' stato un processo naturale, un'esigenza, l'istinto. Una delle persone più influenti nella mia vita è mia nonna. Grazie a lei il germoglio dello scrivere è nato e cresciuto. Lei mi ha sostenuto durante i concorsi e da lei ho la possibilità di scrivere.

Ogni scrittore ha le sue abitudini e i suoi luoghi. Quali sono le tue? Riesci a scrivere in mezzo alla gente oppure hai bisogno di isolarti? Usi schemi oppure scrivi sull'onda della creatività?
I ritmi frenetici dell'università e della vita non mi lasciano molto spazio per lo scrivere. La mia "stanza tutta per me" è una mansarda a Pescara. Il contatto con la Natura, la Terra, la pace, il fiume mi rigenera. Lì ho il mio computer e posso dedicarmi allo scrivere ininterrottamente. Questo per quanto riguarda i romanzi. Per la poesia scrivo ovunque: quando mi viene un pensiero, un'idea, l'ispirazione, scrivo anche su qualsiasi foglietto di carta. Ma per i romanzi è diverso. Quando scrivo romanzi non riesco nemmeno a leggere altri libri. Per non essere "staccato" e "portato a imitare" quanto letto in quel momento.

Rispetto agli influssi letterari, invece, che cosa ci dici?
Amo molto la letteratura. Cerco di imparare leggendo. In realtà il mio rapporto con i libri è diversificato: da una parte assorbo e mi lascio invadere dal libro, dall'altra prendo in prestito degli elementi e mi esercito ad inserirli nei miei scritti quasi fossero citazioni. Scrivendo "Reset" mi sono ispirato in particolare a "Soffocare" di Chuck Palahniuck e ai testi di Banana Yoshimoto. Amo molto il Giappone e le sue arti. In particolare per la trattazione del tema legato al padre trans mi sono rivolto alla tradizione giapponese del tema: senza giudizi, più leggero, oserei dire "normale". Conosco Dan Brown a livello base, non ho letto nulla di lui, ma mi ha incuriosito il fenomeno. Ho sfruttato alcuni suoi temi per portare Adele nel profondo dell'assurdo, preparando il terreno alla svolta.

"Reset", la svolta, il cambiamento. La storia si ferma nel momento precedente l'azione. Come mai questa scelta?
Volevo focalizzarmi sul percorso interiore che porta una persona a comprendere di essere malato, di aver bisogno d'aiuto e di non avere molte speranze davanti a sè. Il finale libero nasce come consapevolezza di non avere risposte univoche da dare, nemmeno una strada specifica da indicare. Esperienze di vita e l'osservazione e l'ascolto di quelle degli altri mi hanno portato a pensare che l'importante è capire, arrivare ad essere consapevoli di aver toccato il fondo. Come dicono i medici: "Per guarire innanzi tutto devi sentire che sei ammalato".

In "Reset" tratti temi molto forti: la dipendenza da droga, l'incomunicabilità nella coppia, le esperienze sessuali al limite, la malattia mentale, una figura genitoriale transgender. Come sono nati? Hai mai temuto il giudizio della tua famiglia mentre scrivevi scene molto forti legate al sesso o nell'uso di un vocabolario particolarmente crudo, talvolta?
"Reset" è nato in modalità confuse, poi ha preso vita con coerenza. Mi venivano in mente scene e le scrivevo. In un secondo momento ho riorganizzato il lavoro. Mi sono ispirato al mio mondo, alle persone che incontravo sulla mia strada. Si, talvolta mi sono sentito dubbioso rispetto le licenze che mi concedevo scrivendo, ma poi ho semplicemente seguito l'istinto, il mio gusto e la voglia di non limitare la mia espressione. La mia famiglia ha capito che dietro ogni mio libro c'è un percorso di crescita e che se sono giunto a trattare di determinati temi c'è sicuramente un motivo. Se l'avessero rifiutato, se fossero venuti a dirmi: "Non devi scrivere questo!" sarebbe stato durissimo. Sarebbe stato come se avessero rifiutato me, ciò che sono. "Reset" non è un romanzo autobiografico, è una riflessione sulla vita. Esprime l'esigenza di rinnovamento. Un processo di rinascita.

Che rapporto hai con le critiche ai tuoi scritti?
Accetto le critiche perchè desidero imparare. Fatico a leggere i miei precedenti scritti perchè li sento sempre mancanti. Sono molto severo con me stesso. Eppure so che tutto ciò che ho creato, dalla prosa alla poesia, racconta un percorso di crescita. Le critiche costruttive sono per me momento e opportunità di miglioramento.

Grazie Marco! E' stato un piacere parlare insieme! Un ultima domanda prima di lasciarti andare: programmi letterari futuri?
(Marco ridacchia) La tesi!!