martedì 8 dicembre 2009

Un "Decamerone notturno" tra verità e menzogna

Le menzogne della notte
di Gesualdo Bufalino
Bompiani, 2001

Il termine inglese che designa la narrativa, fiction, è forse il più onesto e comprensivo tra tutte le sue traduzioni. La sua etimologia, infatti (dal latino fingo, plasmare e poi fingere nel suo significato attuale), comprende tutto: dall’idea di atto creativo insito nella scrittura, fino a un’altra, profondissima verità su qualsiasi narrazione. E cioè il fatto che questa sia intrinsecamente, inequivocabilmente falsa.
Anche Gesualdo Bufalino, uno tra gli autori con la più nitida coscienza di sé e dei suoi orizzonti, sa bene che raccontare e mentire sono, in fondo, azioni non dissimili l’una dall’altra. Perché raccontare è sempre un atto di memoria, e la memoria è quanto mai ingannevole; perché, in fin dei conti, la verità è coperta da un pesantissimo sipario di teatro, un damascato velo di Maia impossibile da sollevare.
Sono premesse, queste, che pur raccogliendo l’eredità di un fil rouge che comincia almeno nell’età moderna (l’inesausta riflessione sulla dicotomia essere-apparire: pensiamo a Shakespeare, a Calderòn de la Barca) sono essenzialmente intrise di contemporaneità (Pirandello, Borges). Bufalino è un autore novecentesco a pieno titolo: nonostante quella nostalgica tentazione di "inattualismo", che lo spinge a pennellare le sue pagine di una patina anticante, con “parole in costume d’epoca, intrecciate per svago e passione da un malato d’insonnia che aspetta, insieme ai suoi personaggi, il mattino”.
Ed ecco, dunque, Le menzogne della notte (Premio Strega 1988): un “Decamerone notturno”, un romanzo a cornice che consiglierei senza dubbio per una lettura autunnale, di sera, nel momento dell’anno e della giornata in cui tutto si fa più fatuo.
L’argomento? Ci troviamo in un carcere, su un’isola che non è un’isola, intorno alla metà di un Ottocento apertamente “stravolto”, come in un melodramma verdiano, rievocato più attraverso lo stile della scrittura (calcato sui memoriali e i corricoli dell’epoca) che attraverso i fatti storici. Quattro condannati a morte, rei di aver attentato alla vita del sovrano guidati da un misterioso capo, chiamato Padreterno, scelgono di trascorrere la loro ultima notte raccogliendo le fila della loro vita. Ognuno di questi personaggi porta su di sé la colpa “di non avere (…) una solida identità, un roccioso, imperturbabile, responsabile IO. (…) Uguali tutti, io e voi, a spaiati lacerti d’un cartolario disperso; comparse, io e voi, d’una messinscena che non finisce, maschere d’un eccentrico ed esoso quiproquò”.
Sono il barone Corrado Ingafù, il più pirandelliano dei personaggi; il soldato Agesilao degl’Incerti, il più freudiano; lo studente Narciso Lucifora, giovane emblema di un vivace, scapigliato romanticismo; e il poeta Saglimbeni, artista della satira e della menzogna. Al centro di questo quadrato, sta il “doppio” di Bufalino, il governatore Consalvo De Ritis: che cercherà di estorcere ai condannati l’ultima verità, l’identità del capo della loro setta massonica, il Padreterno.
L’indagine condotta dal governatore è un “giallo metafisico”, svelata da un finale coup de théâtre degno del miglior dramma in musica. Ma la tentazione “inattuale” di ricreare un romanzo “all’antica” (quello ottocentesco, per intenderci, in cui l’autore era flaubertianamente “come Dio nella creazione”, demiurgo di una materia ordinata e coerente a sé stessa) per Bufalino non può che fallire.
Eccoci tornare, circolarmente, al concetto con cui avevo aperto questa pagina. Il giallo è “metafisico” perché svela la chiave ultima del reale (se davvero di chiave si può parlare): il fatto, cioè, che tutto è finzione, artificio, un arabesco di “menzogne della notte”. Lo scacco finale dell’uomo è inevitabile, lo si può aggirare soltanto immergendosi nell’assoluta cecità della morte (forse).
La metafisica di Bufalino, tutt’altro che “inattuale”, è un pungolo che spinge il lettore contemporaneo a riflettere e riflettersi, in un gioco di specchi d’antiquariato. D’altronde, forse è proprio questo il senso della citazione balzachiana posta in epigrafe, “A noi due”: una “affettuosa intimidazione al lettore”, la proposta di una sfida a scacchi in cui non c’è vincitore se non la parola. Parola ricamata, preziosa: e nella cui rivelata falsità ci si riconosce con sgomento e, in fondo, dolcissimo piacere.

Laura Ingallinella