lunedì 28 dicembre 2009

Letture incrociate: la sensibilità di Virginia Woolf


Quello di Virginia Woolf è un universo letterario fortemente complesso. La scelta di affiancare più letture della stessa autrice deriva, in massima parte, dalla voglia di approfondirlo e conoscerlo intimamente. Ho scelto di confrontare alcune opere fra loro apparentemente molto lontane ma che, in modo sorprendente, alla fine si richiamano e sono costruite attorno a un unico asse portante: il rapporto letteratura–vita. La scrittura di Virginia Woolf è significativamente connessa con la vita nel senso che di essa si nutre. Scrivere diventa l’oggettivazione di un tentativo: quello di aprire uno spiraglio nel reale, di trovare un senso in esso. Il mondo primo novecentesco ha visto la perdita di molte certezze e punti fermi e pare avviarsi a una frantumazione che sarà resa in maniera emblematica anche dagli scrittori successivi. Virginia Woolf visse per la scrittura e nella scrittura e fece di essa uno specchio che riflette, non in maniera realistica e oggettiva, ma simbolica e talvolta deformante, una realtà di frammentazione. Lo strumento con cui ciò avviene è la soggettivizzazione - interiorizzazione della realtà. Gli oggetti, le persone, i fenomeni della vita quotidiana sono , in un certo senso, circondati da un alone, una luce che li rende diversi e modifica ogni percezione sensoriale.



In “To the Lighthouse” i pensieri di Mrs. Ramsay costituiscono un filo che percorre l’opera e si intrecciano con quelli degli altri personaggi. La capacità che ha l’autrice di restituirli si traduce in pagine di vero monologo interiore. Ogni elemento della narrazione ha valore simbolico e rimanda a una realtà altra rispetto a quella empirica. Il Faro è il protagonista del romanzo, luogo di contatto negato. Esso rappresenta per ognuno dei personaggi qualcosa di differente. È madre, è padre, è luce che appare e scompare permettendo solo momentanee illuminazioni. Alla fine si tradurrà anche in una sorta di “liberazione” per Mr.Ramsay e i due figli,nel ritrovamento di un punto fermo (forse!) dopo perdite così grandi come quelle della madre e dei fratelli, e dopo il “passaggio del tempo” che ha mutato ogni cosa. O comunque, in una conclusione, un approdo a lungo cercato. Fra i percorsi dei personaggi assume centrale rilevanza quello della pittrice Lily Briscoe (la donna- artista), che trova il suo traguardo nell’anelato compimento della propria opera d’arte che può dirsi conclusa con la visione finale. Le figure femminili sono continuamente poste a confronto le une con le altre e la Woolf rende protagonista indiscussa la Signora Ramsay, perfetta ricostruzione della propria madre (potrebbero, a questo proposito, approfondirsi i temi della memoria e dell’infanzia).



“Mrs. Dalloway” racconta della giornata di Clarissa Dalloway. Tutto si svolge dal mattino alla sera di un unico giorno che l’autrice ha la capacità di “dilatare” ampiamente. Il rapporto con il tempo è una costante della scrittura woolfiana; si tratta della ben nota dialettica fra tempo oggettivo (quello scandito dai battiti del Big Ben) e tempo soggettivo (scandito dai ricordi dei personaggi, dalle loro sensazioni e profonde insicurezze). Ovviamente l’uno entra in relazione con l’altro e le due dimensioni si fondono a tal punto che sembra un secolo intercorra fra il risveglio della Signora Dalloway e la festa che si terrà in casa sua la sera del medesimo giorno. Le fragilità dei personaggi si rispecchiano vicendevolmente sullo sfondo di una Londra postbellica un po’ caotica. Qui, come in “To the lighthouse”, il contesto e l’ambiente riflettono i percorsi interiori dei protagonisti che, in questo caso, sembrano lottare contro la finitezza dell’essere umano, destinato a un viaggio del quale non si conosce l’approdo (Clarissa e Peter, in modi diversi, rappresentano la ricerca di un senso). Il nulla e la morte sono in agguato ad ogni angolo e si incarnano specialmente nel gesto suicida di Septimus.



Infine in “Orlando” ho ritrovato una Virginia Woolf “inedita”, lontana per certi versi dalle opere precedenti. La stessa autrice lo definì un “libriccino” in uno “stile burla”. Si tratta di un’opera che sfugge alle classificazioni e che potrebbe essere letta come poema di fantasia, biografia romanzata, poema, o ancora ( e soprattutto!) come una lunga lettera d’amore indirizzata a Vita Sackville West. La Woolf intende rendere immortale la storia della famiglia della amata ripercorrendone i destini attraverso i secoli. In modo caleidoscopico e ariostesco il personaggio di Orlando vive dall’età elisabettiana fino agli anni contemporanei all’autrice. Ma, cosa straordinaria, cambia sesso nel corso dei secoli trasformandosi da perfetto gentiluomo in aggraziata dama. Il tema dell’androgino è quello portante: Orlando ha il vigore, l’intraprendenza, il coraggio di un uomo e la sensibilità e la pudicizia di una donna. Le sue percezioni degli eventi storici e dei personaggi che incontra cambiano a seconda del suo sesso, ma sostanzialmente la Woolf asserisce, in questo modo, il fatto che non sia necessario individuare un unico sesso “a scopi classificatori”, che in ogni essere umano convivano una parte femminile e una maschile da scoprire con naturalezza. Ma Orlando è anche un’autrice che cattura il pubblico inglese con il suo poema “La quercia” (simbolo dell’Inghilterra) e che si incontra - scontra con alcuni dei più noti autori della storia letteraria inglese dal Cinquecento fino all’età contemporanea. Ciò che ne deriva, quindi, è una riflessione sul ruolo della letteratura nel corso del tempo attraverso il ritratto di memorabili figure quali Green, Pope, Addison, i critici di età vittoriana, oltre che un memorabile ritratto d Vita Sackville West.


In conclusione, da tutte e tre le opere emerge il tentativo woolfiano di catturare l’essenza della vita, quel qualcosa che sfugge alle concettualizzazioni e che si raggiunge mediante i sensi; ciò che nella scrittura si riflette in momentanee epifanie (per dirla in termini joyciani) o, più correttamente, in “moments of being” (momenti dell’essere). La sua scrittura è pura sensibilità, percorsa com’è dall’inquietudine e dal dubbio (“Ho il potere di arrivare a dire la realtà vera?”). È proprio questa tensione, che percorre come un’unica trama l’opera sua, a farne una delle migliori autrici del Novecento.

Claudia Consoli