martedì 29 dicembre 2009

Il Salotto: intervista a Roberto Saporito


Il nostro “Salotto” ospita oggi Roberto Saporito, il cui ultimo romanzo, Carenze di futuro, è stato da noi recensito di recente (clicca qui).

Innanzitutto, grazie Roberto, per essere qui con noi. Hai trattato un tema scottante, specialmente negli ultimi anni, in cui il gioco d’azzardo e le lotterie impazzano. Cosa pensa Roberto del gioco d’azzardo?
Grazie a voi per l’ospitalità. Il gioco d’azzardo (che per la cronaca non pratico) in molte occasioni è un po’ come la vita, puoi provare provare e provare ancora a vivere nel migliore dei modi possibili (giocare), ma il rischio di non riuscire è più alto di quello di farcela (leggasi di vincere). Ma nel mio romanzo il gioco d’azzardo è sullo sfondo, è uno sfumato accenno narrativo, quasi un fantasma di espediente narrativo per raccontare quello che più mi sta a cuore e cioè gli intricati rapporti tra i personaggi e le loro imprevedibili dinamiche esistenziali.

Il tuo protagonista è conscio di essersi rovinato la vita con le proprie mani, ma resta a guardare a lungo, senza cercare una vera riscossa. Almeno per la prima metà del libro. Ci sono tratti di cinismo, ma anche un pessimismo quasi menefreghista, poi paure, imprevisti,… Come è stato comunicare tutti questi elementi diversissimi?
E’ stata la vera “scommessa” del libro (e, a giudicare dalle ottime recensioni che il romanzo sta avendo, sembrerebbe vinta). Volevo che fondamentalmente il libro fosse questa somma di elementi diversissimi (ma in fondo concatenati), che il protagonista fosse sì cinico (alla Michel Houellebecq) ma anche nostalgico (i rimandi al passato sono costanti, quasi inesorabili, quasi come in una continua ricerca del tempo passato), che si lasciasse vivere ma cercasse di sfuggire, schivare, le cose della vita che non lo convincono (la vita come la vivono tutti quelli che gli stanno intorno, una vita che lui non vuole vivere), il sapere esattamente tutto quello che non vuole ma il non sapere niente di quello che vorrebbe. La sua ignoranza (di cose della vita) si trasforma quindi in una sorta di stramba saggezza. Fondamentalmente colui che racconta ha una sola certezza: è sicuro di non essere sicuro di nulla.

Come vedi il tuo romanzo: è la semplice storia di una vita o una sorta di “esempio alla rovescia” da fuggire?
E’ sicuramente la semplice storia di una vita (il tratto “esistenziale” è fondamentale per me) dato che nei miei libri non c’è mai una “morale”, non ci sono mai risposte (ma tantissime domande sì, e quasi tutte senza risposta), tanti dubbi e scarsissime certezze.

Il titolo che hai scelto è piuttosto emblematico: quando, secondo te, si arriva ad avere un futuro effimero, “carente” appunto? In quel caso è ancora possibile rialzarsi?
Sì, è nella natura umana l’istinto alla sopravvivenza sempre e comunque, che poi forse non vuol proprio dire “rialzarsi”, ma continuare a vivere, in un modo o nell’altro, sicuramente sì. In questo caso il rialzarsi si trasforma in una perenne fuga verso un oscuro futuro (carente ma, forse, possibile).

Il protagonista si muove a lungo nella Francia costiera: c’è un motivo particolare per questa scelta?
Direi proprio di sì, quella zona della Francia (ma anche, ultimamente, Parigi) è un luogo dove amo scrivere e, dato che mi piace raccontare i luoghi che conosco bene, anche ambientare le mie storie. E’ un luogo con un fascino e un’atmosfera unica, ma è anche un po’ un luogo mitico, quasi mitologico se vogliamo (un luogo dove amavano vivere molti artisti, come Picasso, Matisse, Chagall, Cocteau, Renoir, e scrittori come Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway (la leggendaria “generazione perduta”), ma anche la Marsiglia di Jean-Claude Izzo o la Nizza di Patrick Raynal (scrittore e direttore per molti anni della Série Noire di Gallimard), o, ancora, il viaggio (struggente) in Costa Azzurra sulle tracce dello scrittore Frederic Prokosch di Pier Vittorio Tondelli.

Il romanzo non è la dimensione che hai più frequentato; basta dare uno sguardo alla tua bibliografia per trovare moltissimi titoli di racconti. In quale dimensione ti trovi più a tuo agio?
Oggi (dopo anni di racconti scritti e pubblicati) la mia dimensione ideale è il romanzo “breve” (tutti e quattro i romanzi che ho pubblicato non superano le 120 pagine), che poi sono anche i libri che mi piace leggere (e per fortuna negli ultimi anni se ne pubblicano molti (che siano diventati di moda?), ci sono perfino case editrici (sempre di più) che hanno creato collane di narrativa breve ad hoc), e se guardo attentamente tra i miei libri (letti) fondamentali di tutti i tempi mi vengono in mente tre romanzi brevi bellissimi e geniali: “La metamorfosi” di Franz Kafka, “La morte a Venezia” di Thomas Mann e “Ieri” di Agota Kristof.

Hai qualche nuovo scritto in serbo? Vuoi farci un’anticipazione?
Un nuovo romanzo “breve” (piaciuto, e sembra molto, a Luigi Bernardi) che dovrebbe uscire a ottobre 2010, e poi un paio di cantieri di scrittura aperti (uno è un romanzo sull’editoria italiana, raccontata però a “modo mio”).

Visto che sta per iniziare il 2010, vorresti consigliarci un libro da tenere assolutamente sul comodino e uno da dimenticare?
Da tenere assolutamente sul comodino: “Indignazione” di Philip Roth (uno dei pochi libri veramente belli letti quest’anno insieme a “Senza Luce” di Luigi Bernardi, che metterei sul comodino vicino a Roth). Uno da dimenticare non saprei proprio, ai libri che vorrei dimenticare non mi avvicino neppure, e dei libri che non ho letto non do mai un giudizio.

Ti ringraziamo per la disponibilità e ti auguriamo un anno pieno di spettacolari novità!
Grazie a voi, davvero, è stato un vero piacere.

Intervista a cura di Gloria M. Ghioni