sabato 31 ottobre 2009

Casa di bambola

Casa di bambola
Henrik Ibsen
Torino, Einaudi

L’incontro con il testo di “Casa di bambola” consente di cogliere immediatamente la portata innovativa della rivoluzione drammaturgica ibseniana. Collocata a cavallo fra Ottocento e Novecento, essa apre la strada al dramma dell’individuo borghese contemporaneo, all’analisi delle difficoltà da lui provate nel rapportarsi ad una realtà in cambiamento dove il peso delle convenzioni e delle sovrastrutture grava sulla coscienza del singolo impedendogli di essere se stesso. Ibsen si impegna ad affrontare le questioni al tempo più dibattute, anzi in molti casi è lui ad aprire il dibattito sui grandi problemi sociali del periodo. Lo fa con l’estrema lucidità di chi voglia “far posare i contemporanei davanti al proprio obiettivo”, cogliendo con questo i meccanismi interni di un’eterna dialettica: quella fra l’individuo e la regola, il vivere comune.
“Casa di bambola”, come altri testi di questa “fase ibseniana” è profondamente radicata nella realtà del vivere borghese, nelle sue meschinità e falsità perfettamente incarnate dal marito di Nora, Torvald e dal suo spasmodico bisogno di rispettare le convenienze esteriori. Egli è pronto a sacrificare i legami più autentici e incapace di comprendere la profondità del gesto della moglie che lo ha salvato nel passato da un grave esaurimento, contraendo un debito. La protagonista è la tipica figura femminile ibseniana che scopre l’inautenticità del suo matrimonio, del suo ruolo nella famiglia, del proprio vivere nel complesso. E lo scopre in maniera repentina, con un brusco salto psicologico mediante il quale l’autore la trasforma da “bambola” in donna cosciente di sé e dei propri bisogni. Lo scandaglio interiore del personaggio e l’importanza attribuita alla rappresentazione dell’ambiente (in linea con le nuove esigenze del dramma borghese) costituiscono i due poli della innovazione di Ibsen che smaschera quanto di falso ci sia nel vivere quotidiano che tutti, più o meno consciamente, accettano. Nel corso della sua produzione Ibsen concederà spazio via via minore allo studio dell’ambiente per concentrarsi quasi esclusivamente sull’analisi del personaggio. È noto lo scalpore che il dramma destò fra i contemporanei. La conclusione vede Nora abbandonare marito e figli, improvvisamente consapevole di aver vissuto per otto anni accanto ad uno “sconosciuto” che ha semplicemente sostituito la figura del padre (“Con mio padre, una pupattola; con te, una bambola grande"). Tutto ciò si lega ovviamente al problematico ruolo della donna nella famiglia borghese di fine secolo, alla sua condizione subalterna che il drammaturgo norvegese coraggiosamente mette in discussione.
Lo stile oggettivo e chiaro, mai monotono, riesce a tradursi in scandaglio psicologico, specialmente nel dialogo finale fra Nora e Torvald, ma in generale in molteplici luoghi del testo (si vedano soprattutto i soprannomi che riceve dal marito), laddove Ibsen riesce sottilmente a suggerirci la “catena” che la lega a lui e il modo con cui si sia adattata alle norme che le sono state imposte da una società egoisticamente maschilista.
L’importanza dell’innovazione tematico-stilistica ibseniana si evidenzia nell’influenza che ebbe su drammaturghi come August Strindberg o George Bernard Shaw che, con i suoi drammi a tesi o “drammi di idee”, continua quello che Ibsen aveva iniziato proponendoci la discussione ed il dibattito come fulcri della pièce.

Claudia Consoli