lunedì 14 settembre 2009

Progetti divini ed ostacoli umani


Il muro

Jean-Paul Sartre

pp.186




Nel 1939, un anno dopo "La nausea" e quattro anni prima de "L'essere ed il nulla" che consacrerà l'autore francese alla storia della filosofia, viene pubblicato da Sartre un libricino di cinque racconti, "Il muro". Si tratta di un modo, parafrasando Vico e la sua età mitica del verso, di esporre in prosa narrativa concetti che rientreranno in una più approfondita speculazione filosofica in seguito. La forma del racconto, nella sua economia di pagine, privilegia una fine dialettica di pensieri e riflessioni scansando eccessivi orpelli decorativi ed obbedendo ad un preciso progetto di chiarezza. Una dialettica onnipresente, nella contrapposizione di ciascuno dei singoli personaggi di una storia tra di loro e con i coinquilini delle pagine seguenti; in un confronto alla pari tra i due sessi (Simone de Beauvoir vi aleggia) nella perenne ricerca di una possibile alternativa, concretizzatasi in un percorso ricco di vicoli ciechi e spalle messe al muro: da queste ultime situazioni, risolte in una maniera o nell'altra, si voglia leggere l'allusione del titolo. Ad interrompere il dialogo, il movimento dialettico di cui prima, interviene un motivo od un altro che tenta di costringere ed incanalare l'individuo in una direzione ben precisa. L'uomo è un essere che progetta di essere dio e che strada facendo si rende conto dell'ineludibilità di rimanere sempre un dio-fallito, il preludio alle concezioni de "L'essere ed il nulla".
Ed allora il muro, con cui le tipologie umane delineate da Sartre si confrontano in uno scontro impari (quasi come un'ideologia e la sua realizzazione), prende forma morbida o spigolosa, liscia o ruvida, a seconda dei casi. Può essere tutto comandato da un gioco ironico del caso, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, nel quale rivelare il nascondiglio di Ramòn Gris potrebbe salvare al protagonista la vita: la sfasatura tra ciò che egli pensa e ciò che succede in seguito insaporisce la parsimonia stilistica.
Andando avanti ci si imbatterà ne "La camera", vivace opposizione di due generazioni, due coppie antitetiche accomunate dalla malattia di un membro e dalla sua costrizione tra le quattro mura d'una camera. A simposio quindi andranno da una parte una formalità fredda, condita da un perfetto razionalismo e una sofferenza repressa e rateizzata ad ogni ricongiungimento coniugale, dall'altra la perfetta follia dell'amore iterata fino all'ipotesi, quasi sublime, dell'omicidio.
Il delitto di sangue fa da sfondo ad "Erostrato", tanto preoccupato di passare alla storia, più nel male che nel bene, da non riuscire a metabolizzare la propria natura umana e non compiere l'ultimo passo verso l'immortalità, ossia il suicidio.
Un amore libero, poi, da implicazioni sessuali fa da sfondo ad "Intimità", dove il condizionamento dei conoscenti non arriva a portare a termine il cambiamento, la metabolè tanto agognata dalla frigida Lulù per poi essere rinnegata dal gioco degli affetti nel letto del marito impotente.
Ultimo, lungo una settantina di pagine senza interruzioni di alcun tipo, si profila "Infanzia di un capo", un Bildungsroman in miniatura. Il sostantivo infanzia ingloba l'adolescenza del futuro capo, erede della fabbrica paterna ed alle prese con le esperienze più disparate (tra cui droga, pederastia ed antisemitismo), nell'ottica della preponderanza del tragitto percorso sulla meta.
La raccolta offre così un'interessante dissertazione sociale e psicologica, rasentando la perizia psicanalitica, a lambire le congetture con cui l'uomo si difende in un certo senso dal cielo aperto, alla luce artificiale del suo mondo, al chiuso delle sue relazioni; alla scoperta di quei temi che caratterizzeranno l'intero XX secolo.

Adriano Morea