lunedì 20 luglio 2009

Oceano mare


OceanoMare
di Alessandro Baricco
Milano, BUR, 1993


“- Questo è il problema: dove inizia il mare?
Bartleboom tacque.
[…]
Silenzio.
Silenzio per minuti.
Poi Plasson si girò verso Bartleboom e disse tutto d’ un fiato:
- E voi? Voi cosa studiate con tutti quei buffi strumenti?
Bartleboom sorrise.
- Dove finisce il mare.”


E’ tra l’ uomo di scienza e l’ artista che inizia la querelle sul mare paesaggio, il mare forza della natura, il mare ricettacolo di vita come nella notte dei tempi in cui la Pangea era tutta un’enorme isola circondata da Panthalassa.
Un pittore quasi cieco che dipinge tele bianche e che, come in “Gita al faro” di Virginia Woolf, non porta mai a termine la sua opera; un’adultera pronta a guarire dal desiderio trasformando ogni brama in memoria; il marinaio- giardiniere- giramondo, conoscitore delle bellezze di Timbuktu, la città chimerica dalle storie inenarrabili; lo studioso dedito alla stesura dell’Enciclopedia dei limiti riscontrabili in natura, libro sui confini, paradossalmente, senza fine possibile; una ragazzina che ha paura di vivere, che ha paura degli uomini ma che vuole, oltre ogni rischio, provare a salvarsi… Cercare ciò che la guarirà da quell’emozione che è annichilimento di sé; il religioso che ha non poche crisi di fede ma che pure continua ad invocare Dio in preghiere che sarebbero più inni se non fossero tanto poco solenni, che sarebbero più canzoni se non fossero così poco popolari, che sarebbero poesia se solo padre Pluche avesse qualche pretesa letteraria…questi e un altro ignoto ospite, l’inquilino della stanza numero 7, sono gli emblemi di un’umanità varia che ruota intorno al mare facendo perno intorno a una locanda popolata di angeli “in stile preraffaellita”, tra l’ evanescenza del realismo magico e la sensazione di claustrofobico confinamento in un luogo aperto ma tentacolare dal quale non si può fuggire se prima non si è guariti. Ma in definitiva la sensazione amara che mi è rimasta è stata quella che la guarigione ci sia ma che non serva… e già nelle parole di Thomas si evince quella rassegnazione che, pur non essendo resa alla vita, è per sempre resa al mare, al ventre dell’ oceano mare, (come si intitola la seconda sezione del libro), fagocitatore di vite, antropofago disumano, transumano, quasi divino:

Questo mi ha insegnato il ventre del mare. Che chi ha visto la verità rimarrà per sempre inconsolabile. E davvero salvato è solo colui che non è mai stato in pericolo. […] E quel che abbiamo visto nei nostri occhi, quel che abbiamo fatto rimarrà nelle nostre mani, quel che abbiamo sentito rimarrà nella nostra anima. E per sempre, noi che abbiamo conosciuto le cose vere, per sempre, noi figli dell’ orrore, per sempre, noi reduci dal ventre del mare, per sempre, noi saggi e sapienti, per sempre- saremo inconsolabili.
Inconsolabili.
Inconsolabili.


La guarigione è possibile ma la volontà non regge il peso dei ricordi… E così nei “canti del ritorno” ognuno chiude il cerchio tornando al punto da cui è partito, traguardo che coincide con la partenza, onda che raggiunge il massimo slancio nella sua cresta per ricadere su sé stessa in un perpetuo moto ondulatorio. Una sconfitta forse per i personaggi che nel mare avevano cercato la via per la salvezza ma presentata dall’autore come una vittoria: una volta esisteva gente capace di benedire il mare ma se oggi non c’è chi sia in grado di rinnovare il miracolo noi possiamo ancora dire il mare. E in questo dire, raccontare per esorcizzare. E in questo dire narrare per non morire, come Elisewin che confinata nel bianco castello di Carewell, comincia a vivere attraverso le storie di Thomas. Storie non dette, storie che “scivolano” da una mente all’ altra si direbbe quasi per distrazione, storie che attraversano i corpi come fluidi in soluzioni a diverso gradiente, per un principio osmotico, scientifico, esatto.
Dire per credere:

- Voi credete davvero che Dio esista ?
- Be’, adesso esistere mi sembra un termine un po’ eccessivo, ma credo che ci sia, ecco, in un modo tutto suo ci sia.
- E che differenza fa?
[…]
- Prendete per esempio questa storia della settima stanza… sì, la storia di quell’ uomo, alla locanda, che non esce mai dalla sua camera. […]. Nessuno l’ ha mai visto. Mangia, a quanto pare. Ma potrebbe benissimo essere un trucco. Un’ invenzione di Dira. Ma per noi, comunque, ci sarebbe. La sera si accende la luce, in quella stanza, ogni tanto si sentono rumori, voi stesso, vi ho visto, quando ci passate davanti rallentate, cercate di guardare, di sentire qualcosa… Per noi quell’ uomo c’è.


Dire per capire il mare, per dare una motivazione al cataclisma, per accettare le atrocità della “natura matrigna”:

-Le navi sono gli occhi del mare.
[…]
- Ma ce n’è a centinaia di navi…
- Ha centinaia di occhi, lui. […]
- E i naufragi? Le tempeste, i tifoni, tutte quelle cose lì… Perché mai dovrebbe ingoiarsi quelle navi se sono i suoi occhi?
[…]
- Ma voi… voi non li chiudete mai gli occhi?


Da uno di questi naufragi, quello di un vascello francese al largo delle coste del Senegal, il quale ispirò, nel pieno Romanticismo, la Zattera della Medusa di Théodore Gericault, trae spunto la vicenda centrale di questo romanzo di tono a volte lirico- fiabesco, a tratti troppo crudo, reale, volto al disinganno, allo smascheramento dei sogni di fronte al capriccio del destino (oltre agli incontri “fatali” tra amanti e rivali, è sufficiente pensare al processo di disillusione di Burtleboom nel suo inesausto e alterno amore per le due gemelle o ai casi eclatanti che legano per sempre padre Pluche alla vita ecclesiastica, interpretati come segni di una volontà superiore contraria al suo nuovo desiderio di allontanamento dal sacerdozio).
Lo stile dello scrittore in effetti porta con sé qualcosa della pittura romantica e ritrae schegge della vita dei personaggi a volte con colori foschi, altre con non colori (il bianco è la tinta dominante) che annullano nell’ immateriale il carattere sanguigno di certe descrizioni. Parlo di schegge perché l’immagine risultante è parziale e deformante e tale deformazione emerge tanto dalla sintassi spezzata, ellittica, nominale, quanto dai repentini cambi di soggetto all’ interno del periodo e dal rivolgersi del narratore, (supplente e amico di Burtleboom, dunque non coincidente con l’autore), direttamente ai suoi lettori. Trovo altresì caratterizzante l’uso di una grafia che, a tratti, riproduce quella del verso poetico e la vera e propria “drammatizzazione” di dialoghi in cui vengono riportate le affermazioni di uno solo dei personaggi, lasciando al lettore il compito di dedurre e ricostruire le risposte o le domande mancanti tenendo forse conto di quella “teoria della ricezione” per la quale il testo è completo solo se alla sua formazione contribuisce in maniera attiva il destinatario.
In ultima analisi se il romanzo coinvolge tanto lo si deve probabilmente alla sensazione che esso trasmette di voler far partecipare a tutti i costi il lettore della sua verità (non importa se mettendolo dolcemente a parte di un segreto o travolgendolo nell’onda dell’oceano mare), una “verità disumana” forse, ma che non può in alcun modo lasciare indifferenti…