giovedì 4 dicembre 2008

Arancia meccanica


Arancia meccanica
di Anthony Burgess

1^ ed. 1962
Titolo originale: A clockwork orange

Mai capitato un sabato sera liscio e svogliato? Alex, il narratore di Anthony Burgess, passa le sue serate da “cinebrivido” al Korova Milkbar, uno di quei posti dove puoi “glutare latte corretto” e sedere ad osservare “mammole” col “truglio dipinto” ed il “planetario imparruccato”. L’anti- eroe del romanzo, il cui nome propone un personaggio “a- lex” cioè “a- morale”, ci racconta una storia di violenza perpetrata dalla sua banda di teppisti ai danni della società e successivamente, in un feedback positivo votato all’autodistruzione, dalla società, ottusa ed intorpidita, a scapito del protagonista, “l’artista del male”, colui che aggredisce e picchia e violenta ascoltando Beethoven.
“La mia parabola, e quella di Kubrick- afferma Burgess- vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente a un mondo programmato per essere buono ed inoffensivo”. Il problema etico, teologico va a cozzare contro la scienza: scegliere il progresso a tutti i costi, una società mondata dalla criminalità che funzioni così come è stata programmata, come un’arancia meccanica in cui il conformismo ed un’ inevitabile rettitudine imperino o piuttosto rischiare di imbattersi nell’inferno della crudeltà umana preservando il libero arbitrio? Il lettore è costretto a schierarsi, Alex lo rende complice dei suoi reati, implicitamente gli chiede solidarietà, lo obbliga ad interrogarsi perchè cosa sarebbe stato l’uomo senza l’albero del bene e del male? Adamo non è Adamo se la mela non gli viene neanche offerta… così la disobbedienza diviene gesto di emancipazione da chi vuole appiattire e livellare chi volutamente fa il diverso. Una diversità che si riflette nella lingua “nadsat”, l’ impasto verbale tra cockney e russo che Alex usa con scioltezza.
La malvagità distopica del protagonista è un riferimento all’ incremento della criminalità che la stampa britannica constatò alimentarsi dell’insoddisfazione dei giovani del dopoguerra. La soluzione deterrente di una situazione in procinto di degenerare è, nel romanzo, una terapia del disgusto, il “metodo Ludovico”. Significativo che la “cura” scientifica tragga il suo nome da quello del musicista autore della nona sinfonia. Sembra quasi che si venga a creare una sorta di contrappunto, di dialettica, tra una scienza più pericolosa dello Stato perché, come dice Kubrick, in grado di determinare effetti più persistenti sulla società, ed un’arte che, prima di diventare “ancilla scientiae”, è per sua natura “amplificatrice emozionale” e veicolo di speranze palingenetiche.
A causa di alcune scene giudicate dalla critica “poco digeribili” si accusò l’autore di violenza gratuita senza tener conto del messaggio sociale che la vicenda racchiude. Burgess, implicitamente, stabilisce un paragone con il ruolo svolto dalla tragedia classica parlando del ritarre la violenza come di un “atto catartico” in una lettera inviata al “Los Angeles Times” nel 1972.
Non va dimenticata tra l’altro la consapevolezza con cui l’autore parla di seconde possibilità per i criminali: l’episodio dell’ aggressione di Alex ai danni della moglie di uno scrittore, ( il quale, per un curioso processo metaletterario, scrive un romanzo omonimo a quello di Burgess), contiene una notazione biografica riferita allo stupro della propria moglie ad opera di tre americani durante i bombardamenti a Londra… l’ ennesima prova di come l’arte sia visceralmente legata alla vita vissuta.

Esposto Ultimo Eva Maria