lunedì 30 giugno 2008

Sulle tracce di Montale


Eccovi un'orma per riscoprire il piacere di leggere Montale, direttamente dalla mia tesina ;)
Ecco l’iter della religione del niente, dalla fede tradita di un girasole alla manifestazione del male di vivere e della divina Indifferenza, partendo dai testi di due celebri poesie di Eugenio Montale, dalla raccolta Ossi di Seppia :


Portami il girasole ch'io lo trapianti

nel mio terreno bruciato dal salino,

e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti

del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,

si esauriscono i corpi in un fluire

di tinte: queste in musiche. Svanire

è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce

dove sorgono bionde trasparenze

e vapora la vita quale essenza;

portami il girasole impazzito di luce.

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Spesso il male di vivere ho incontrato:

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.


Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


Non è un caso che siano contigue nell’economia della raccolta… Analizziamole comunque, a livello formale, individualmente. Portami il girasole ch’io lo trapianti è suddivisa in 3 strofe di 4 versi ciascuna con verso essenzialmente libero, rimata secondo lo schema : A-B-A-B - C-D-D-C - E-F-F’-E. Quella tra F ed F’ in effetti è un’assonanza più che rima vera e propria. Il chiasmo del primo verso tra i verbi e i pronomi personali è un prezioso elemento di focalizzazione sul protagonista della lirica, il girasole. Infatti a voler disegnare la X del chiasmo, la parola “girasole” sarà il punto d’incrocio. Da notare inoltre il parallelismo tra le parole iniziali dei primi 4 versi (1-2,portami-e mostri / 3-4, nel mio terreno-del cielo), a rimarcare una sorta di classicità svuotata però dei suoi contenuti e riempita di nuovi. I successivi enjambementes tradiscono lo spirito moderno della poesia. La seconda quartina è di carattere programmatico, esplicando la teoria della tensione delle cose opache alla trasparenza; così parafrasando si chiarisce il senso di movimento dal concreto-opaco-oscuro all’astratto-trasparente-chiaro che ben si identifica con una musica che si sfuma: svanire e quindi eclissarsi nell’elemento divino-trasparente è la ventura delle venture. La trasparenza ritorna così come background della strofa finale, dove ciò che era stato teorizzato trova la sua esplicazione pratica.

Spesso il male di vivere ho incontrato invece è un componimento di 2 sole quartine a rima quasi regolare: A-B-B-A - C-D-D-A . Come nota lo Scarapati qui “possiamo veder funzionare con chiarezza la poetica degli oggetti: l’affermazione iniziale non si esplica poi in descrizioni della dinamica emotiva che le accompagna, questa si traduce tutta e subito nell’incalzare delle immagini-oggetto. E’ una forma di energia contratta, concentrata, anziché distesa; ogni termine acquista un alto valore informativo; ne nasce un’impressione di definizione totale, di estrema precisazione”. Le due liriche così descritte appaiono come due passi di una religiosità costruita sul gioco trasparenza-Indifferenza che in un piano definibile come sinestetico (attenzione perché si tratta di un accostamento di musica, immagine e pensiero) si rivela essere l’unico bene di cui si ha esperienza. Offro così una parafrasi sincretica e sintetica delle due liriche come frutto e tentativo di esemplificazione delle mie cogitationes:


Conducimi quel fedele che ha sempre lo sguardo rivolto al cielo, affinché lo metta faccia a faccia con la mia realtà salata di lacrime e lui si rivolga, così, impaurito ed ansioso al cielo, con il suo volto divenuto pallido. Nella trasparenza e nella luce si esauriscono le cose, staccandosi dal reale per diventare platonicamente idee indifferenti al circostante. Come colori sbiaditi, come musiche sfumate… Svanire, sopravvivere in altra forma più evanescente, quindi, è la miglior cosa. Conducimi quel credo che guida verso l’evanescenza umana, lì dove la vita fuggita via dai tristi corpi si condensa come idea. Conducimi quel fedele innamoratosi della luce. Non di quella luce che illumina tutto, ma della luce bianca che abbaglia e sbiadisce i contorni delle cose, la divina Indifferenza. Al di là di lei e delle sue manifestazioni non ho conosciuto nessun altro bene. Ma non so se lasciarmi accecare o meno: non saprei più riconoscere il bene dal male. Adesso medito invece su ciò che “Girasole”, il fedele che mi hai condotto, non ha potuto vedere: la vita che scorre a rilento, un difficoltoso panta rei; la gente che colpita a morte si rinchiude in se stessa; l’inedia e la povertà di grandi animi giacere per la strada insieme ai loro corpi stramazzati… E nella luce d’illusoria Indifferenza, come Girasole, l’uomo ha chiuso gli occhi e ha cominciato a dormire proprio mentre la sua era è quasi al tramonto, immobile e statuario, e c’è già chi la cui vita è evaporata nella luce, simile a soffice nuvola in balia del vento… E chi invece, falco pellegrino, si leva in alto, per poi ripiombare inconsapevolmente nella realtà da cui era fuggito.