venerdì 10 novembre 2017

Shulim Vogelmann, "Mentre la città bruciava"

Mentre la città bruciava
di Shulim Vogelmann
Casa Editrice Giuntina, 2004



pp. 255
€ 12




"Sono nato su un treno, mentre la città bruciava" continuo a sussurrarmi. "Una frase così ebraica," mi dico "triste e ironica al tempo stesso".

Una sera di qualche tempo fa, un amico italo-israeliano che mi stava raccontando fatti e storie relative a Israele e alla storia del popolo ebraico, mi disse che non esiste, nella storia del mondo, un episodio di razzismo in cui non sia coinvolto un ebreo.
Il concetto è forse un po' estremizzato, ma se proviamo ad analizzare il razzismo come fatto storico, vediamo che in effetti sono ben pochi gli esempi che non vedano l'ebreo come ricettacolo di tutti i mali del mondo, essere inferiore e infido che, se proprio non può essere sterminato, va quantomeno isolato, raggruppato con i suoi simili e preferibilmente cacciato ben lontano dal nostro mondo perfetto.


Un po' memoriale di viaggio, un po' autobiografia, un po' romanzo di formazione, Mentre la città bruciava è il racconto in prima persona dell'esperienza fatta alla fine degli anni Novanta da Shulim Vogelmann, che al termine del liceo decide di trascorrere un anno in Israele per conoscere da vicino il popolo cui la sua famiglia appartiene. Iscrittosi all'Università di Gerusalemme, il giovane si inserisce perfettamente nell'ambiente particolare - cosmopolita e allo stesso tempo legato da un senso di appartenenza fortissimo - dei suoi coetanei che, come lui, hanno provenienza da Paesi diversi ma hanno deciso di vivere in Israele, tanto da prolungare il tempo della sua permanenza per altri tre anni e a decidere di dichiarare l'aliyà, il giuramento di fedeltà che permette di ottenere la cittadinanza israeliana.

Dalle pagine del libro emergono frammenti della storia familiare di Shulim, narrata a partire dal nonno, originario di una cittadina della Galizia polacca da cui dovette scappare per evitare persecuzione, fame, deportazione e sterminio, dando inizio a quella che, a tutti gli effetti, rappresenta una delle mille e mille diaspore familiari e personali che vanno a costituire il mosaico dell'eterno destino del popolo di Israele. Ma Mentre la città bruciava è soprattutto il racconto della realtà di Israele filtrato dalla prospettiva di un ventenne che descrive con affetto e curiosità, ma anche con senso critico, la quotidianità di un Paese costretto a lottare per la propria esistenza ma diviso internamente proprio sulle questioni fondamentali, quali il rapporto con i palestinesi e con gli arabi in genere e l'affermazione dell'identità di popolo e di Stato in un contesto conflittuale e incerto. Il gruppo di amici con cui Shulim passa le giornate studiando, giocando a pallone e assistendo attonito ai telegiornali che riportano le notizie dei continui attentati, rappresenta un fedele spaccato della società israeliana, furiosa, spaventata e in perenne disaccordo tra la reazione violenta e la ricerca del dialogo con il "nemico".

Il razzismo antisemita è un tema non affrontato direttamente da Vogelmann, eppure sempre presente tra le righe del narrato, che tuttavia non cade mai nel tranello di un giustificazionismo che utilizza strumentalmente la vergogna della Shoah come paravento all'aggressività spesso agita dall'odierno stato di Israele. Al contrario, dal libro emergono i tanti dubbi circa le politiche oppressive messe in atto dal governo del Paese nei confronti dei palestinesi, ferma restando tuttavia l'assoluta identificazione con il popolo cui Shulim appartiene e la convinzione del diritto di questo popolo all'esistenza.

Mentre la città bruciava è un libro scorrevole e divertente, raccontato con tono leggero e con una capacità narrativa di tutto rispetto, ma è soprattutto una lettura interessante per chi, come noi, si trova lontano dalla realtà descritta ed è interessato a capire le dinamiche occorrenti in un contesto che da sempre assume, a ragione o a torto, il ruolo di genesi e fulcro del conflitto semiplanetario che ormai da decenni caratterizza il nostro tempo.

Stefano Crivelli

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