martedì 5 settembre 2017

«In tutto questo mondo che gira e traballa nell'universo, la normalità è la stranezza più grande che ci sia».

Il mare dove non si tocca
di Fabio Genovesi
Mondadori, 2017

pp. 324
€ 19 (cartaceo)



[...] l'anima di ogni persona è proprio questa qua: la sua storia da raccontare, e più è bella e più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre. 
Fabio Genovesi torna oggi in libreria, e lo fa con un delicato, divertente e vivacissimo romanzo, al tempo stesso di formazione e familiare: Il mare dove non si tocca. Ambientato nella sua amata Versilia negli anni '70, il romanzo si apre con il piccolo Fabio, che si fa narratore intraprendente e fantasioso per raccontare la storia della sua famiglia. Sì, perché la famiglia Mancini è particolarmente singolare: innanzitutto, abita nel cosiddetto Villaggio Mancini, ai bordi del paese, dove nessuno osa inoltrarsi, se non invitato; poi è piena di... nonni, o meglio di zii che si fanno chiamare "nonni" dal piccolo Fabio. Ed è con le loro stramberie (qualche volta ai confini della legalità), con le loro parole (molto spesso al di là del buongusto e di ciò che dovrebbe sentire un bambino) e con il loro incredibile senso pratico che il protagonista cresce, inevitabilmente diverso dai suoi coetanei. Se ne accorge all'inizio della scuola, quando i compagni sembrano alieni dediti a passatempi mai sentiti nominare e interessati a feste stupide. Fabio sta meglio con i suoi nonni, o con il papà, uguale a Little Tony, quasi muto, ma insuperabile nell'aggiustare qualsiasi oggetto.
Il Villaggio Mancini è tutto per Fabio, così come la sua famiglia, e quando una disgrazia li colpisce, il piccolo protagonista non si perde d'animo e trova rifugio in manuali decisamente stravaganti, a proposito di allevamenti di lombrichi, la vita delle anguille,... Fabio ha bisogno di credere che la lettura, scoperta affascinantissima (e inaspettata, vedrete in quali circostanze!), possa aiutare la famiglia e non si arrende, nonostante le cattive prognosi mediche di una persona molto cara. 
Ma non crediate che il romanzo scada nel patetico: Genovesi ha regalato al suo protagonista tutta la verve geniale e al tempo stesso innocente di chi si affaccia con grande curiosità ai misteri della vita. Mentre leggiamo le avventure di Fabio, i primi incontri con la scuola, con un'amichetta speciale, con la sessualità (altrui), non possiamo che sorridere e qua e là ridere di gusto. Fabio è brillante, ma è un bambino; anzi, Fabio è brillante e per fortuna è un bambino: la capacità di Genovesi di abbandonare le disillusioni dell'età adulta e di tornare a sperare ciecamente, a guardare il mondo senza pregiudizi, è un talento davvero invidiabile. Perché quando ci muoviamo per il paese con Fabio, quando ascoltiamo con lui i discorsi degli zii (senza capirli fino in fondo), quando ci meravigliamo per la cattiveria degli altri (qualche volta prendendovi parte, per le dinamiche di gruppo a lui ancora poco note), torniamo indietro nel tempo, confrontando l'infanzia di Fabio con la nostra. E respiriamo l'aria tersa della nostra infanzia per oltre trecento pagine. Ed è un vero toccasana in questo periodo di romanzi che escludono la famiglia da qualsiasi comunicazione, e che continuano a denunciare la distanza incolmabile tra figli e genitori. Possibile però che il romanzo di formazione, per funzionare come in questo caso e imbrigliarsi benissimo nel romanzo familiare, debba arretrare di un cinquantennio la sua ambientazione? 

GMGhioni 


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