mercoledì 5 aprile 2017

La vita degli scrittori dispersa tra le vie di Roma


Via degli Angeli
di Angela Bubba e Giorgio Ghiotti
Bompiani Editore, 2016

pp.234
€ 13,00



In questo piacevole libro due scrittori giovani e appassionati, Angela Bubba, ventottenne calabrese, il cui primo romanzo, del 2009, si intitola La Casa, mentre del 2012 è MaliNati (autrice tra l’altro di un’opera saggistica su Elsa Morante), insieme a Giorgio Ghiotti, romano ventiduenne, poeta (Estinzione dell’uomo bambino) e narratore (Dio giocava a pallone), ci accompagnano in una Roma magica ed ideale, dove le vie e i palazzi, in metafisica composizione, formano le coordinate di una città ideale, di rinascimentale perfezione.

Ma i loro riferimenti non sono rinascimentali, se non nell’ottica di un Rinascimento del cuore, che coniuga la poesia e la letteratura alla vita. Così veniamo trasportati in questo universo letterario lastricato di epigrafi immaginarie o reali, in cui si dispensano riferimenti topografici legati alla vita degli scrittori del secondo Novecento, che per ventura o per amore hanno legato la loro vita a quella della città eterna.

La memoria collettiva, interrogata sui ricordi o sui sospetti di un vicinato illustre, risulta, a sorpresa, più labile di quella del celebre smemorato di Collegno, protagonista del Teatro della memoria sciasciano o del Come tu mi vuoi pirandelliano.

Ma il contesto è strettamente romano, intriso di romanità nel dna, e quindi l’universo che si svela agli occhi dei due scrittori investigatori è un universo di borgata, vissuto tra la gente, spesso estranea e disattenta, incurante di chi fosse quel vicino di casa dal nome Rodari, o legando il cognome di una scrittrice a quello di un’attricetta d’antan. Ma questa è la Roma più vera, quella del vivere immersi nella bellezza con noncuranza, a volte con strafottenza.

Strettamente legato alla vicenda principale, la ricerca da parte dei due autori di vie e palazzi in cui vissero i grandi scrittori romani non più di qualche decennio fa, resta quindi quella collaterale della gente comune. Vite che gravitano nei retrobottega, nei negozi, sulle scale o davanti ai portoni. Marionette in attesa di un filo a slegarli dal loro immobilismo, cercando nella memoria o nella tipica verve romanesca il modo di cavarsi d’imbroglio, per ricordarsi chi fossero un Parise o un Penna , senza sembrare troppo sprovveduti. Vite nascoste, infastidite dalla curiosità vorace di chi, imbevuto di studi freschi e di letteratura, cerca con tenacia un segno tangibile dell’esistenza di un mito, un fugace momento per toccare con mano ciò che si è pregustato sui libri, per dire un “qui abitava…” e immaginarsi per un attimo un frammento di quotidiano a coloro che il reale l’hanno sublimato in versi e prosa. 

Elsa Morante è quasi il nume tutelare di questa peregrinatio, il libro infatti prende il nome da uno dei racconti giovanili della Morante, Via dell'Angelo appunto, custodito nella silloge Lo scialle andaluso, e pubblicato nel 1963; questi racconti furono presentati da Giorgio Caproni alla critica come “pieni d’incantesimo nel senso più profondo e più proprio della parola”. Ed è proprio da lei che si comincia, dai ricordi distratti di un uomo, custode della memoria di una via “invisibile:
“Questo posto non doveva piacerle molto,” aggiunse l’uomo. “Perché è un luogo dell’infanzia”, affermai. “E i luoghi d’infanzia sono luoghi di guerra”.
Gianni Rodari si lega a un ricordo più stretto, ricordo di amicizie e parentele, di bambini e primi amori, di libri e caramelle. Sandro Penna e la sua vita diventano pretesto per un dialogo surreale tra un ragazzo orientale e un anziano romano.

Ma la ricerca fisica del topos diventa emblematica ricerca di un ricordo, di una caratterizzazione, fuori dal contesto librario qui si cercano infine uomini e donne più che scrittori e scrittrici. I vezzi della Ginzburg per la moda maschile, il destino di morte di Amelia Rosselli, l’illustre malato Moravia, una galleria di vite e ricordi intrecciati per Maria Luisa Spaziani, Giorgio Caproni, Anna Maria Ortese e Goffredo Parise, il Pasolini dei Ragazzi di Vita, nei ricordi di quegli amici che furono il suo universo, il male di vivere e il suo scontrarsi con la vita vera. 

La letteratura da sempre indagata con lo sguardo del tempo viene da molti critici moderni cercata nello spazio, in quella meravigliosa scoperta che è la geocritica c’è una sublimazione dei luoghi, delle ombre e delle luci, del contesto in cui nasce un’ambientazione e di come questo lo influenzi, c’è un legame assoluto tra il luogo e lo scrittore, e molti scelsero Roma come città d’elezione, pur non essendoci nati. Non scordiamoci che nel Novecento si assiste addirittura alla parabola evolutiva per cui una città può diventare soggetto essa stessa.

Questo libro è una moderna recherce condotta attraverso i luoghi e la memoria, è un bisogno, un’indagine e una poesia. Perché la risposta spesso è nell’assenza di risposte, nel non ricordo si misura l’emozione della conoscenza. Molti dei protagonisti restano in una nebulosa di luoghi, rimpallando le loro vite da un palazzo all’altro, da una via all’altra, e in mezzo c’è la quotidianità, che scorre, nonostante la consapevole colpa di non sapere o non sapere più ricordare.

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