giovedì 19 gennaio 2017

#paginedigrazia - Storia di una ragazza divenuta una donna: "Sino al confine"

Sino al confine
di Grazia Deledda
prefazione di Dante Maffìa
Ilisso, 2008

pp. 247

cartaceo: € 11
e-book: € 4,90

Il 1910 fu un anno assai prolifico per Grazia Deledda che in quell'anno, oltre a Il nostro padrone, pubblicò anche Sino al confine

Protagonista di questo romanzo è Gavina Sulis che, all'inizio della storia (nel 1890), non ha ancora 14 anni.

L'episodio dal quale prende avvio l'intera vicenda è un bacio che il giovane seminarista Priamo Efix dà a Gavina: quest'ultima, profondamente turbata, confessa quello che ai suoi occhi è un terribile peccato al canonico Bellìa, il quale non solo non assolve la ragazza, ma la accusa di aver fuorviato un uomo di Dio:
"(...) Il vostro peccato è più grave d'un delitto. Avete voluto rubare un'anima a Dio! Quando voi capirete tutta la bassezza della vostra colpa non avrete abbastanza lacrime per piangere. Il peccato carnale è già per sé stesso il più grave e schifoso dei peccati, e, all'infuori del santo matrimonio, il Signore condanna tutti gli atti amorosi che insozzano le anime caste e pure! Voi avete già contaminata l'anima vostra, senza pensare che la vostra colpa è doppiamente grave perché commessa con un uomo destinato al servizio di Dio. Voi piangete, figlia  mia? Sì, piangete pure; pentitevi, pensate che la vostra vita è breve e che il Signore può anche castigarci su questa terra... (...)".
In seguito la giovane sposerà Francesco e Priamo, che non sopporterà il "tradimento" dell'amata, si toglierà la vita.

Sarà solo attraverso un lungo percorso di maturazione che Gavina arriverà a comprendere di non essere stata lei stessa la causa del suicidio del seminarista, e si persuaderà che Dio non è quell'essere capriccioso e tirannico che le è stato dipinto.
  
Fin dalle prime pagine dell'opera possiamo ammirare l'incantevole descrizione della ragazza che risuona nelle parole della narratrice nuorese:
"(...) I muri scottavano. Gavina non aveva ombrello né cappello; ma un fazzoletto di seta, annodato con una certa civetteria sull'orecchio sinistro, le avvolgeva la testa, facendo risaltare il pallore olivastro del suo viso dal profilo duro. E il suo viso scuro e triste aveva quasi un'espressione ascetica; ma quando sotto le folte sopracciglia nere le larghe palpebre bluastre si sollevavano lentamente, dai grandi occhi turchini sfavillava un raggio di passione e di gioia. Quei due occhi profondi, pieni di luce, davano l'idea di due squarci di cielo azzurro in un giorno di nuvole (...)".
E' già possibile rinvenire una similitudine con le vicende narrate ne Il nostro padrone: le protagoniste, infatti (qui Gavina, là Sebastiana), hanno sempre quegli occhi chiari, limpidi, azzurri, come se già da quel colore dovesse emergere un elemento naturalistico, un bagliore di cielo sardo.

Sempre a proposito dei paesaggi tanto cari alla Deledda, giova sottolineare come in Sino al confine la natura possieda una propria autonomia, e non sia una proiezione degli stati d'animo dei vari personaggi. Al contrario, sono le emozioni dei protagonisti "umani" che sembrano assumere le fattezze dell'ambiente:
"(...) Lì almeno tutto era fantastico e puro. La luna illuminava le montagne, i cui ultimi profili sembravano nuvole azzurre orlate di madreperla; i grilli stridevano sull'elce, nero ed immobile sullo sfondo luminoso del paesaggio; e persino i cavoli rassomigliavano a strani fiori grigiastri ricamati d'argento. Dalla vegetazione tropicale che circondava il pergolato salivano acute fragranze; e l'odore amarognolo dell'oleandro richiamò alla mente a Gavina il ricordo dei cacciatori appostati fra le macchie della brughiera. E come la rugiada che cadeva e si fermava sugli aridi fili dei ragni, tra cavolo e cavolo, trasformandoli in fili di brillanti, i sogni caddero sulla piccola anima di lei (...)".
Un altro elemento fondamentale, che dà vita ad un continuum con tutta l'opera letteraria della scrittrice Premio Nobel, è costituito dalla religione: Gavina, infatti, è guidata durante tutto l'arco della storia da una Fede cieca, assoluta, da quel Credo così familiare a quanti hanno letto le opere della Deledda. Soltanto al termine della vicenda ella, divenuta ormai una donna, apprenderà un diverso modo di approcciarsi al Divino.

A proposito della ciclicità dell'elemento del destino e di Dio (che nella produzione letteraria della Deledda sono spesso la medesima cosa), è fuor di dubbio che il Signore al centro della vita e dei pensieri di Gavina è alquanto simile a quello che pareva muovere le fila del destino di Predu Maria Dejana, Sebastiana e degli altri personaggi de Il nostro padrone, quasi fosse un essere oscuro avido di sacrifici, di rinunce, un'entità astratta e imperscrutabile alla quale gli uomini non possono fare altro che votarsi ciecamente.

Mentre, però, nell'opera poc'anzi citata Egli sembrava incombere sulle esistenze dei protagonisti, ne Sino al confine Gavina brama ardentemente il contatto col Divino, e si strugge di dolore quando l'amica Michela le confessa di aver avuto un'apparizione:
"(...) Ella fissava sempre, quasi affascinata, quell'orizzonte così chiaro da parer argenteo. Sapeva che dietro la muraglia delle montagne si stendeva il mondo, cosi suoi mari, le sue città, le sue meraviglie; ma ella guardava più in su, perché al disopra dell'azzurro vuoto del cielo v'era, per lei, un mondo sotto il quale il nostro non è che una landa melanconica. V'era il Cielo, col sogno dei sogni: Dio (...)".
Fa quasi tenerezza questa ragazzina, che assomiglia così tanto alle adolescenti di oggi, così inquieta, smaniosa di fare bene quanto sappiamo già che probabilmente sbaglierà, perché ancora non è consapevole di quanto possa essere fallibile la natura umana.

Come ha scritto Anna Dolfi, Gavina è "acriticamente legata al mondo antico, avvertito come più lontano dalla colpa non per genetica purezza, ma per procurata assenza di tentazioni, per durezza di punizione, per macerata forza di autodivieti".

Ella, in maniera eguale ai ragazzi di oggi, ha bisogno di una guida, di un esempio, e quell'esempio non può essere il padre, debole e anziano, né la madre, chiusa nel suo mondo di preghiera e dolore, né tanto meno il fratello Luca, in preda alla dipendenza dall'alcool: dunque non resta che Dio, che se a tratti assume i contorni della misericordia grazie alle parole del canonico Felix, più spesso le viene dipinto dal confessore Bellìa come pericoloso e vendicativo.

Questa contrapposizione così netta tra buona e cattiva Chiesa ci ricorda le figure dipinte da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, ma Grazia Deledda le rivisita e le trasporta entro l'amata terra sarda, per consegnarle poi a noi in chiave assai originale e personale:
"(...) Il canonico Felix fu l'unico a parlare di vita. -Signora Zoseppa, coraggio! Vede, i suoi figli le fanno compagnia, e hanno bisogno di lei. Sono giovani, la vita li attende; sì, hanno proprio bisogno di lei. Ma poi venne il canonico Bellìa, accigliato, funebre, ad occhi bassi: -Siamo nati per morire. Tutto muore, quaggiù: è destino; e noi siamo polvere che il vento disperde... (...)".
Alla fine della storia finalmente Gavina, che è stata al centro di così tanti cambiamenti e risoluzioni (non ultimo quello dell'adozione, un tema assai moderno che ci fa comprendere, una volta di più, la straordinaria capacità di precorrere i tempi di Grazia Deledda), giungerà non senza difficoltà a capire come, quel Dio da lei così osannato, forse non pretende solo sacrifici e tormenti, ma anche atti d'amore:
"(...) -Sono arrivata sino al confine; ho veduto in faccia la morte! Bisogna tornare indietro; bisogna rifare la strada... Quanto bene si può fare nella vita! E quasi per provare a sé stessa che era ancora viva ripeteva a voce alta: -Vivere...vivere! Fare del bene... (...)".
Grazia Deledda ha dato prova, ancora una volta, con questa piccola grande storia, non solo di saper affrontare con maestria temi assai dibattuti ieri come oggi, tra i quali la Fede, ma anche argomenti di grandissima attualità, come la condizione femminile e l'emancipazione della donna da quelle idee che per troppo tempo l'hanno considerata solo come una tentazione, un essere inferiore privo di una sua propria volontà. 

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