martedì 25 ottobre 2016

L'estate fredda: l'ultimo romanzo di Carofiglio, in una Bari bellissima e crudele

L'estate fredda
di Gianrico Carofiglio
Einaudi editore, ottobre 2016

pp. 352
€ 18,50 (cartaceo)




E ti chiedi: chi vincerà? Noi o loro?

Noi o loro: da una parte i buoni, o quelli che dovrebbero esserlo, in un mondo più semplice, rassicurante; dall’altra i cattivi, esattamente come uno se li immagina, mafiosi, spacciatori, criminali comuni, violenti e disperati. Nel mezzo una città, Bari, costretta a fare i conti con una guerra di mafia in una situazione sempre più tesa. È l’estate del 1992 e la città è scossa da agguati, sequestri, violenza, per il controllo del territorio. Il rapimento del figlio di un capo clan locale lascia tutti quanti con il fiato sospeso, il pericolo concreto di una guerra aperta nelle strade. Ma quando viene ritrovato il cadavere del bambino, abbandonato in un pozzo in aperta campagna, il giovane affiliato che aveva scatenato la guerra, inaspettatamente, si presenta alle forze dell’ordine per collaborare con la giustizia, svelando in un lungo racconto di fronte a carabinieri e magistrati una vita di crimini e violenze, la rapida escalation tra gli uomini di fiducia del boss, la faida interna, vendetta e sete di potere, che hanno portato a quell’estate di fuoco; ma prendendo fin da subito le distanze dal sequestro del bambino, che resta un mistero pericoloso da svelare.
L’ultimo lavoro di Carofiglio, in uscita proprio oggi per Einaudi, è qualcosa di sorprendente, costruito su più livelli di lettura che inchiodano alla pagina. È l’avvincente storia di mafia dal ritmo serrato, la trama densa di colpi di scena, racconto vivido di un mondo caotico e violento, dove l’invenzione si intreccia alla cronaca di quell’estate terribile degli attentati a Falcone e Borsellino, un’estate di sangue e dolore, eroi ed omertà, paura ed orgoglio. Ed è un racconto che all'autore riesce piuttosto bene: l’esperienza di quella prima vita da magistrato e sostituto procuratore nell’antimafia, rielaborate sulla pagina con il piglio esperto di chi sa come bilanciare realtà e finzione letteraria, senza che l’una vada a discapito dell’altra. Un mondo dal quale si è allontanato scegliendo di dedicarsi completamente alla scrittura, ma che rivive in queste storie, dove è facile per il lettore cadere nella trappola di un gioco alla ricerca di quel confine tra verità e finzione che si fa inevitabilmente confuso. L’invenzione letteraria in quest’ultimo romanzo, diviene racconto travolgente e crudo di un mondo criminale regolato da codici, rituali, gerarchie, prove di coraggio e fedeltà; Carofiglio non indugia più del necessario nella violenza, che è certo un elemento centrale della narrazione, ma non l’aspetto dominante. Necessaria, per raccontare una storia come questa, ma non gratuita per il solo scopo di divenire disturbante.
Azioni violente rievocate direttamente da uno dei suoi autori, Lopez, il giovane boss pentito che si consegna ai carabinieri aiutandoli a districarsi tra i fatti, inconsapevole di legami e colpe nascoste appena sotto la superficie. Ed è già nel personaggio del pentito che si insinua uno degli elementi chiave di questo romanzo, il suo potere destabilizzante: l’apparente normalità di un uomo che non corrisponde all’idea di quello che un criminale dovrebbe essere ed apparire e che in qualche modo rende il racconto delle violenze commesse ancora più atroce e spaventoso.
Non era la prima volta che Fenoglio faceva questo tipo di riflessione. C’erano criminali stupidi, brutali, cattivi e odiosi. Erano come dovrebbero essere i criminali per corrispondere a una visione semplice e tranquillizzante del mondo. Siete diversi da noi. Voi i cattivi, noi i buoni. Tutto chiaro e decifrabile.
E poi, invece, c’erano quelli come Lopez, «un uomo normale», che si rivolge a magistrati e carabinieri «in modo tranquillo, da pari a pari, senza spavalderia né sottomissione» con una sorprendente «proprietà di linguaggio». Perché, si diceva, non tutto è così semplice e i cattivi non sempre corrispondono alla nostra idea di malvagio. Qui, risiede, l’aspetto appunto più disturbante della storia: i confini che sembrano impossibili da tracciare. Tra cosa è giusto e cosa è sbagliato, tra buoni e cattivi, perché forse nessuno è pienamente l’una o l’altra cosa e distinguere, scegliere da che parte stare, diventa sempre più difficile. Soprattutto in una città che appena sotto la superficie è regolata da leggi proprie, in un equilibrio precario fra ordine e caos, consuetudini, omertà, che qualche volta bisogna accettare, per resistere, per vincere battaglie più importanti:
Quando sei il comandante di una stazione di periferia devi cercare il punto di equilibrio fra interpretazione dell’autorità e prudenza rispetto a gente disposta a tutto. Quando vivi e lavori nel mezzo dei quartieri, a due passi dalle case e dal regno di criminali pericolosissimi, devi trovare un modello di convivenza, accettare dei confini e dei limiti difficili da comprendere se vieni da fuori. Un conto è l’autorità teorica, un conto è il mondo reale dove vigono regole diverse.
Un mondo in cui gli ideali si scontrano con la realtà e il compromesso necessario per sopravvivere e, forse, un giorno riuscire a cambiare le cose. Ma dove c’è posto ancora per la speranza, nonostante la violenza e paura di quell’estate di guerra. E dove i buoni forse non sono eroi perfetti, ma per questo appaiono più umani, reali, così pieni di difetti ed ombre da fare rabbia. In questa sfilata di umana miseria contrasta troppo nettamente l’apparente perfezione del protagonista, Pietro Fenoglio, che non riesce mai a conquistare fino in fondo il lettore: non bastano le mancanze affettive, l’umiltà, l’intelligenza vivace, a renderlo umano, simpatico al lettore; è uno di quei personaggi che non sai spiegarti perché ma non riuscirai mai, nonostante gli sforzi, ad immaginarlo prendere vita ed è questo, probabilmente, il limite principale del romanzo.

Un romanzo, si diceva, costruito su più livelli di lettura. Racconto avvincente dove invenzione letteraria e realtà si intrecciano in una storia che tiene il lettore con il fiato sospeso pagina dopo pagina, ma, anche progetto ambizioso di restituire al genere spessore letterario e spingere ad una più ampia riflessione intorno ai numerosi spunti che partono da una storia all’apparenza semplice. Riflessione che, naturalmente, porta con sé dubbi e destabilizza, forzando il lettore a porsi domande a cui non è sempre facile trovare una risposta univoca, ma proprio per questo necessarie. Ho sostenuto più volte la mia personale predilezione per il romanzo capace ancora di mettere in dubbio le nostre certezze, destabilizzare appunto, spingerci oltre, e questo in piccola parte riesce a farlo, o quantomeno a compiere un passo in tale direzione.

Ma è, soprattutto, lo scrupoloso lavoro sulla lingua ad avermi colpito del romanzo di Carofiglio, ancora una volta interpretabile su molteplici livelli. In primo luogo dal punto di vista testuale, nel quale l’autore mescola sapientemente registri linguistici differenti, citazioni, modalità narrative: una prosa che si fa schietta, puntuale, dal linguaggio diretto, per poi sorprendere poco dopo con una forma più ricercata, tra brevi dialoghi e pensieri che si susseguono. Racconto che alterna efficacemente la narrazione tradizionale ed appassionata alla lingua rigorosa dei verbali, a comporre il quadro delle indagini e rendere possibile in qualche modo osservare i violenti fatti narrati con il dovuto distacco emotivo. Nei verbali, quell’antilingua di cui parlava Calvino:
Un tentativo di prendere le distanze dalla concretezza del mondo reale. Antilingua, la chiama Calvino. Una lingua lontana dai significati e dalla vita.
Perché da questi fatti bisogna prendere le distanze, per sopravvivere. Le distanze che si mettono per mezzo di quella lingua privata di emozioni, rigorosa ed attenta, dei verbali:

Trasformare, sotto dettatura, fatti terribili e sanguinosi in lingua burocratica e asettica, sterilizzandoli, privandoli della incomprensibile violenza della vita, addomesticandoli, rendendoli materiale da fascicolo e da archivio.
O quelle che vengono con l’esperienza, la terribile familiarità con gli aspetti più crudeli della vita:
[…] aveva il callo, o l’anestesia o chiamatelo come vi pare quel meccanismo degli sbirri per cui gli orrori della vita vanno ridotti a pratiche e fascicoli. Il meccanismo per cui, mentre ti raccontano di un poveraccio torturato, massacrato di botte, ammazzato come un cane e bruciato, magari ancora vivo, tu pensi alle indagini da fare, ai procedimenti da riaprire, ai riscontri da trovare. È che diventi pazzo, se non hai quel sistema di sicurezza molto ben funzionante. 
Quello che serve per non impazzire. La distanza, o la consapevolezza della bellezza che ci circonda, l’arte, i film, la città caotica e struggente, per cercare di sopravvivere alla crudeltà con cui si è costretti a fare i conti, ad un dolore privato.

La parola è centrale, quindi, in questo romanzo: la sorprendente proprietà di linguaggio di un pentito che sottolinea la mancanza di confini netti e chiaramente identificabili tra buoni e cattivi, l’orrore filtrato dal linguaggio burocratico che lo priva del carico emotivo ed umano, le parole da scegliere con cura per spingere un sospettato alla confessione, ogni termine soppesato fino a trovare quello più adeguato capace di creare un varco, parole più efficaci dei gesti, degli schiaffi improvvisi di carabinieri spazientiti.
E le parole che mancano: quelle che Fenoglio non sa pronunciare per dar voce ai sentimenti, per convincere Serena, la moglie, a restare.
Mentre lei parlava Fenoglio aveva provato l’impulso fortissimo di abbracciarla e dirle quanto la amava, e di prometterle, e di pregarla di non andare via, ma non aveva trovato il coraggio, e non aveva trovato cosa prometterle, e non aveva trovato le parole. Non era mai stato capace di manifestare i sentimenti, come per un doloroso mutismo, per un ritegno che poteva sembrare freddezza. […] Non bisogna dare le emozioni e i sentimenti per scontati. Vanno condivisi, vanno detti e resi tangibili. Non bisogna dare l’amore per scontato.
La parola che viene meno, quando più ce ne sarebbe bisogno. Ed ecco che il romanzo si fa storia di mafia, riflessione su confini sempre più labili e difficili da distinguere, ideali e realtà, ritratto di una società violenta e corrotta, tra invenzione e fatti di cronaca che non si potranno mai dimenticare; ma anche racconto intimo di un matrimonio in crisi, di amicizia e compromessi; e omaggio alla parola, quella che sembra mancare, quella che salva o che condanna per sempre.
Una bella prova letteraria per Carofiglio, in cui non mancano difetti e debolezze, ma che in generale conquista per ambizione, riflessione linguistica, spunti, domande e un senso generale che nonostante tutto sia ancora possibile sperare. E non smettere di cercare la bellezza: negli affetti, in un vecchio teatro, in una pinacoteca deserta, nel mare cristallino di Bari ancora addormentata una domenica mattina di luglio.