lunedì 27 giugno 2016

I jeans di Bruce Springsteen: tra ironia e disincanto, fiction e memoir, il racconto di un pezzo d'America e di vita

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani
di Silvia Pareschi
Giunti editore, maggio 2016

pp. 192
€ 15

Problema: come definire questo libro, opera prima di Silvia Pareschi? Memoir? Raccolta di racconti, immagini, pezzi di vita? Personalmente non ho mai amato troppo le etichette e, quel che è certo, ad un testo come questo andrebbero decisamente troppo strette. Un ibrido, un insieme ben strutturato tra fiction e realtà, pezzi di vita dicevo poco sopra, che l’autrice riesce ad ordinare per raccontare un Paese – l’America, patria d’adozione – e le sue contraddizioni. Con garbo ed ironia, senza cedere a sentimentalismi o critiche sterili, rifuggendo gli stereotipi dell’italiana all’estero, per restituire infine al lettore un quadro vivido, a tratti bizzarro e divertente, molto spesso doloroso, di un mondo imperfetto, ma che qualche volta sorprende ancora per bellezza e umanità. Un ritratto personale, sincero, che racconta luci ed ombre di una società spesso contraddittoria, su cui lo sguardo critico di Pareschi si sofferma alternando episodi surreali a storie di intensità struggente, la banalità del quotidiano alle pagine di cronaca, la città all’ambiente naturale, scegliendo la periferia delle cose, il particolare, per tentare di comprendere la complessità di quel mondo e delle persone che vi si muovono.
È chiaro, a questo punto, perchè a volte le etichette davvero non servono e che quel che basta al lettore è la curiosità di avvicinarsi ad un testo che regala piacevoli sorprese, capace di far sorridere e commuovere una pagina dopo l’altra, mutando registro, forma narrativa, tono, sensazioni suscitate.  
Non è un libro sulla vita in America – a San Francisco, perlopiù – di un’italiana che ha scelto di vivere laggiù, in un continuo confronto/scontro tra culture ed abitudini differenti, non è un’accorata dichiarazione d’amore per il Paese d’adozione, nè d’altra parte una critica feroce nei confronti di una società imperfetta ed ingiusta: è riflessione personale su quotidianità, storie curiose raccolte da chi quel mondo ha imparato a conoscerlo e di cui forse ad un certo punto si è innamorata ma senza per questo perdere la capacità di sorprendersi o indignarsi di fronte alle tante bizzarrie di ogni giorno, alle ingiustizie, alle piccole o grandi difficoltà, all’umanità variegata di predicatori, imprenditori del porno, insegnanti di yoga, sarti, tassisti, miliardari e senzatetto. Un viaggio in un’America insolita, secondaria, folle a tratti, dove la bellezza contrasta con la disperazione. Uno sguardo attento, qualche volta disincantato e capace di fare a pezzi stereotipi e miti di un luogo che tutti crediamo di conoscere, a distanza, che Pareschi ritrae invece con onesta lucidità, nei suoi aspetti meno edificanti come nello stupore di fronte alla bellezza e alla pace che può regalarti il contatto con la natura selvaggia o di un coro gospel di una vecchia chiesa metodista.
Ed è strano in un certo senso, curioso senza dubbio, ritrovare questa volta la voce di Silvia Pareschi, la stessa persona che molti di noi hanno già da tempo imparato a conoscere, sotto diversi aspetti: è lei, infatti, la traduttrice italiana di autori amatissimi e così diversi tra loro, del calibro di Franzen, De Lillo, Englander, Munro, McCarthy, Zadie Smith, solo per citarne alcuni; è l’autrice di racconti apparsi su riviste, di interviste e articoli sul mestiere – amatissimo - di traduzione o, ancora, del blog ninehoursofseparation.org da dove si racconta tra San Francisco e l’Italia.
Ma qui, in questo memoir tra fiction e cronaca, scopriamo la sua voce più intima, libera di guidarci con ironia e commozione alla scoperta del volto a tratti inedito di quei luoghi. La seguiamo nella pace di una residenza per artisti, in quelle passeggiate solitarie dove scoprire il senso più vero della wilderness:
Poi ho capito dov’ero finita: in mezzo alla wilderness. La wilderness era uscita dai libri, dai saggi di John Muir e dai racconti western, e mi aveva circondata. Non era più un’idea filosofica, un concetto astratto. Da un istante all’altro era diventata un luogo reale, concreto, dove, come recita il Wilderness Act, “la terra e la vita che la abita non sono in alcun modo vincolate dalla presenza umana, e dove l’uomo stesso è un visitatore non destinato a restare”.

Foto ©Debora Lambruschini
Una  natura di cui ancora avere timore, dove le storie di puma e serpenti a sonagli da cui difendersi d’un tratto sembrano decisamente reali, al pari del vecchio eremita braccato dal gruppo di puma che sembra averne intuito segreti e debolezze. Natura che cede il passo al racconto della città, San Francisco, e delle sue contraddizioni, fra ghetto e nuovi milionari, dove ricchezza e povertà estrema sono l’una così vicinissima all’altra eppure separate da ipocrisia, indifferenza:

Una fila lunghissima che gira intorno all’isolato, uomini e donne di ogni età in coda per il pasto gratuito offerto da Glide. Passerò accanto a loro distogliendo lo sguardo, per non cedere alla curiosità di guardarli negli occhi. Penserò di farlo per pudore, ma forse sarà solo ipocrisia. È difficile capirlo, sono tante le emozioni che potrei provare, se solo me lo permettessi, davanti alla miseria diffusa nelle strade di una delle città più ricche del mondo. [...] in un Paese dove non esistono reti di sicurezza, dove quando si cade ci si fa male sul serio, perdere tutto e finire sulla strada non è solo possibile: è anche spaventosamente facile.

Il racconto si fa accorato, davanti agli occhi l’immagine di quei tanti senza nome che popolano le strade di una delle città forse più contraddittorie d’America, simbolo di una vita in cui precipitare sembra spaventosamente possibile, dove a volte la comunità restituisce qualcosa, cerca di creare reti di salvataggio, ma che da sole non bastano di fronte a quelle file lunghissime. Di possibilità e fallimenti, di povertà e violenza in quartieri che hanno i contorni del ghetto o di techies che dominano l’economia:

La frontiera di oggi, il nuovo esperimento in atto nel luogo dove nasce il futuro, è la corsa alla tecnologia che sostiene di voler rendere il mondo un posto migliore, ma che qui, per il momento, ha solo contribuito a spazzare via la classe media e a creare un mondo brutalmente diviso a metà fra ricchi e poveri.

Ma sono anche, si diceva, pagine che strappano più di un sorriso: nel ritratto di una cultura pragmatica e capace ancora di accogliere idee, fedi e stili di vita differenti, mentre seguiamo l’autrice alla scoperta di alcune tra le numerosissime religioni o pseudo tali che affollano il Paese da una costa all’altra, tra episcopali per ragioni logistiche, a shaker che si dimenano senza sosta, unitariani che accolgono senza riserva, buddisti e marce per la pace. E di cori gospel che emozionano profondamente, di un ritrovato senso di comunità e fiducia di fronte alla bellezza e ai piccoli gesti di solidarietà, di umanità.
Nella città divisa tra ricchezza e disperazione, una San Francisco ancora simbolo di libertà e trasgressione, tra palazzi del porno, stravaganze, sfumature infinite, «una città unica, un posto dove tanti si sono trasferiti per sentirsi liberi, per poter essere sè stessi senza sensi di colpa nè inibizioni».

Ma di nuovo, l’ironia e la leggerezza cedono il passo a pagine di dolore e intensa commozione, nell’immaginare i giorni terribili dell’uragano Katrina. Sono, a mio avviso, le pagine più belle e struggenti del libro, in cui riecheggia evidente la lezione di Eggers e del suo Zeitoun, ma anche delle terribili immagini di devastazione che a distanza di undici anni non sono state dimenticate; di elicotteri che sorvolano quartieri sommersi dall’acqua, uomini sui tetti nella speranza di trovare un riparo, un aiuto, saccheggi, violenza, e quel terrore cieco di essere soli, abbandonati dalle amministrazioni impotenti o indifferenti, dal resto del mondo troppo lontano e attonito di fronte alla catastrofe della natura violenta e alle imprudenze dell’uomo. Immagini che ritornano anche in queste pagine della Pareschi, nel racconto di una famiglia come tante che di colpo si ritrova costretta a misurarsi con la paura e la devastazione, con la forza sovrumana della natura che improvvisamente «aveva reso visibile l’invisibile, trasformando l’aria in una cosa materiale, un treno in corsa che li stava investendo» e alla quale sembra impossibile riuscire a sfuggire. Distruzione, morte, paura. E il silenzio, carico di sofferenza, di quel quartiere francese da sempre pieno di musica, colori, vita:

Il French Quarter deserto era ancora più surreale del resto della città. Quelle strade piene di negozi pacchiani e di musica straordinaria erano sempre popolate di gente, turisti di giorno, ubriachi di notte, tra risate e grida, ventate di note che uscivano dalle porte aperte dei locali, odore di pesce fritto e spezie piccanti. Adesso era tutto morto. [...] Il silenzio del French Quarter era qualcosa di intollerabile.

Leggete queste pagine e lasciatevi trasportare dalla penna di Pareschi tra personaggi bizzarri, idoli di gioventù e interminabili viaggi in pullman, tra sentieri deserti nella natura selvaggia e strade di città brulicanti di vita e contrasti, tra bizzarri ristoranti automatizzati e nevrosi quotidiane, lezioni di yoga, marijuana, strade intasate e avventure tragicomiche nella spaventosa rete della sanità americana. Tra leggerezza, disincanto, ironia, tra sofferenza e intensità, ricordo e finzione letteraria. Tra il mito di Springsteen e ingiustizia sociale. Per comprendere un po’ di più un pezzo d’America e le innumerevoli anime che la compongono.

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