martedì 26 gennaio 2016

Vita e morte nell'eterna ambizione della neurochirurgia

Primo non nuocere
di Henry Marsh
Ponte alle grazie, 2016

pp. 330
€ 16,80 (cartaceo)


Un proverbio cinese sostiene: "Se c’è un rimedio, perché te la prendi? E se non c’è un rimedio, perché te la prendi?". Potrebbe sembrare saggio, dunque, per un neurochirurgo accettare pacificamente i propri successi e insuccessi, senza essere pervaso da ansia, frustrazione o, al contrario, eccitazione e felicità. Ma questa "omeostasi" dell'umore medico è impossibile: lo sa bene Henry Marsh, che dopo oltre trent'anni di carriera racconta in un libro i casi che lo hanno scosso maggiormente, nel bene e nel male. 
Non ci sono filtri, ed è ampiamente  condivisibile il commento di Ian McEwan su questo libro: "dolorosamente sincero". Protetti da nomi fittizi e qualche dettaglio narrativo, davanti agli occhi dei lettori sfilano barelle, cervelli aperti, meningi da richiudere; ma anche aspettative tradite, operazioni miracolosamente portate a termine, imprevedibili complicazioni da intervento e loro altrettanto inattese risoluzioni. 

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Henry Marsh non si risparmia: non narra come farebbe con un amico, che lo conosce già; né esibisce i propri trascorsi come avverrebbe in accademia. No, si racconta come se volesse farsi conoscere bene da una persona a cui ha appena stretto la mano. E allora torna indietro nel passato, a quando non era ancora neurochirurgo, ma anzi aveva intrapreso tutt'altra carriera per volontà della famiglia; e poi tocca quei casi particolari (come piccoli presagi) che lo hanno condotto alla scelta del giuramento di Ippocrate prima e a questa difficilissima specializzazione, poi. 

I capitoli portano il titolo della patologia da curare e sono tutti accompagnati da una breve definizione. Ma non si pensi a un libro di medicina e basta: Primo non nuocere è una sorta di autobiografia medica. Marsh non vuole però raccontarsi da solo, perché da solo non sarebbe l'uomo che è ora; deve raccontarsi con i suoi pazienti e le loro famiglie, con gli strumenti chirurgici e la sua equipe, con gli specializzandi e gli aiuti. Accettare questa sfida di narrazione significa seguire Marsh in bicicletta fino all'ospedale, riaccompagnarlo a casa quando i dubbi lo lasciano insonne, rispondere con lui al cicalino delle emergenze e tornare a infilare il camice a qualsiasi orario, del giorno e della notte. 
Allora si proverà con lui l'altalena emotiva del grande chirurgo che passa dall'esaltazione della "caccia" al tumore alla depressione da arteria rotta accidentalmente. Marsh ha deciso, col tempo, di rinunciare a puntare continuamente il dito contro gli errori; ma questo - non si creda - non è una scusa per lasciarsi andare; anzi, è l'unica condizione per accettare che le mani del chirurgo siano anche le mani dell'uomo. E come tali, possano tremare. 

GMGhioni

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