mercoledì 23 dicembre 2015

La psicosi contemporanea secondo Bret Easton Ellis

American Psycho
di Bret Easton Ellis,
Einaudi, 2001
Traduzione di Giuseppe Culicchia
1^ edizione originale: 1991

p. 522
€ 14
Pubblicato quattro anni dopo Le regole dell’attrazione, di cui rappresenta un’ideale prosecuzione, American Psycho riprende alcuni dei personaggi già conosciuti in quella sede per raccontare le vicende esistenziali di un gruppo di giovani dispersi (e disgregati) nel caos della metropoli contemporanea.
In questo nuovo romanzo, come nei precedenti, Bret Easton Ellis invita il lettore a sospendere ogni giudizio etico e costruisce un mondo di pura superficie, attraverso la sistematica citazione di marche di abiti famosi, arredamenti di lusso, alcool e droghe di cui tutti fanno largo uso. Le relazioni tra i personaggi sono basate esclusivamente sulle attrazioni momentanee e non sono mai esclusive, vengono sciolte e riallacciate sulla base del puro impulso. Le persone si muovono sulla scena come manichini, identificate esclusivamente dalla tonicità dei corpi e dall’abbigliamento prescelto: sono tutte interscambiabili e vengono continuamente misconosciute, confuse l’una con l’altra. Il tempo si disgrega in un eterno presente fatto di attimi e indifferenziati, mentre l’unico ordine che si può dare agli eventi è quello spaziale, determinato dalle descrizioni che si susseguono di una serie di luoghi della New York più in.

Il narratore, il già noto Patrick Bateman, è un narciso ossessionato da quel culto della forma fisica che per Zygmunt Bauman rappresenta il nuovo criterio postmoderno di accettabilità sociale. È ricco, ambizioso, lavora in borsa ed è il sommo esperto in fatto di moda, disposto ad elargire su richiesta dettagliati consigli sugli aspetti più minuziosi e insignificanti di ogni mise. Benvoluto da amici e colleghi, Pat alterna momenti di apparente normalità, serate mondane, conversazioni leggere sugli argomenti più disparati, ad esplosioni di violenza durante le quali si accoppia selvaggiamente, picchia, sevizia e talvolta uccide giovani donne (ma anche passanti, barboni, animali, e in un caso persino un bambino).
La psicopatia denunciata dal titolo si manifesta in una successione di stati allucinatori, momenti di torpore e in un ripetuto scollamento dal reale, che può solo in parte essere ricondotto all’abuso di alcolici e sostanze stupefacenti. Ossessionato dal sesso, specie dalle sue varianti più aggressive, Patrick è un abituale consumatore di materiale pornografico e sfrutta le donne che lo circondano e spesso gli si offrono per realizzare le proprie fantasie sadiche. Ciò che lo muove non è desiderio, ma coazione a ripetere, cieca adesione all’imperativo del godimento di lacaniana memoria. Il presente deve essere bruciato in singoli momenti di piacere, siano essi ottenuti attraverso l’erotismo o attraverso l’omicidio efferato e i brutali atti di tortura inflitti alle vittime. E spesso la ferocia e l’eccitazione sessuale si alimentano a vicenda, generando una spirale discendente senza fine.
Lo spazio segreto, indicibile, del sesso e dell’assassinio continua a fuoriuscire dall’ambito del privato di Patrick e a invadere la sua quotidianità, passando sempre completamente inosservato. Le dichiarazioni plateali e violente che l’uomo fa ad alta voce, con totale noncuranza, e gli atteggiamenti stravaganti, talora farneticanti, che assume nei momenti delle crisi psicotiche, tutto viene narrato con lo stesso tono piatto con cui si parla di moda e di cibo, e con la stessa reazione piatta, di assoluta normalità, viene recepito dagli astanti. Emblematico e grottesco risulta in tal senso il (non-)dialogo con la fidanzata Evelyn, in cui i commenti della donna in merito ad un possibile futuro matrimonio si alternano a quelli di Patrick, che parla delle armi d’assalto con cui farebbe saltare il cervello agli invitati, in particolare alla suocera e al cognato:

“Io, per me, Patrick, vorrei […] musica esotica. Qualcosa di etnico, di folcloristico, per scandalizzare papà. Oh, comunque sono molto indecisa.”
“Io, per me, vorrei arrivare alla cerimonia con un fucile d’assalto Harrison AK-47,” dico d’un fiato, annoiato a morte, “con innestato un caricatore da trenta colpi, per far saltare le cervella a tua madre, prima, e poi a quel ciccione di tuo fratello.” […]
 “Oh, e un bel po’ di cioccolatini. Godiva. E ostriche. Ostriche alla marinara. Marzapane. Centinaia, migliaia di rose. Fotografi. Annie Leibovitz. Faremo venire Annie Leibovitz” dice, eccitata. “Ingaggeremo qualcuno per filmare tutto.”
“Oppure un AR-15. Ti piacerà, Evelyn. È il più costoso dei fucili, ma vale il suo prezzo.” Le strizzo l’occhio. Ma lei seguita a parlare senza requie. Non capisce un’acca. Non registra niente. Non afferra neppure una sola parola di quello che dico. La mia individualità le sfugge. Si interrompe un momento per riprendere fiato e mi guarda con occhi che possono soltanto definirsi “rugiadosi”. Mi accarezza la mano e il Rolex; poi, in tono stavolta speranzoso, dice: “Dovremmo proprio, sai.” (pp. 158-159)
Per quanto egli sveli apertamente e in più occasioni la propria natura, metta in guardia le persone dai propri raptus omicidi, confessi i propri crimini, nessuno vuole credere alle sue parole. Con la progressione del romanzo, Patrick appare sempre più un uomo allo sbando, la facciata si disintegra al di sotto delle sue percezioni allucinate, tanto da far dubitare il lettore della sua affidabilità di narratore: che sia poi vero tutto quel che è stato narrato, o tutto non sia piuttosto il delirio di un folle? In un mondo in cui ogni traccia di moralità si è completamente dissolta (così è lecito guardare con concupiscenza una decenne, prendersi gioco dei senzatetto, sgozzare un bambino, divorare organi umani e usare una testa decapitata per praticare un atto di autoerotismo) la verità non interessa a nessuno. La confessione non è la strada giusta, sembrano suggerire le ultime parole del volume, nella forma di un’iscrizione sopra la porta di un locale: “questa non è l’uscita” (p. 517). Quel che resta, allora, è solo la pulsione che l’uomo è costretto ad assecondare fino in fondo, fino alla propria autodistruzione. 

Carolina Pernigo

Su American Psycho ha scritto anche Piero Fadda: leggi qui.

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