sabato 12 settembre 2015

#CritiComics | Tra gli "Appunti di vita" di Boulet a la Tel Aviv di Asaf Hanuka


K.O. a Tel Aviv
di Asaf Hanuka
Bao Publishing, 2015

Traduzione di Michele Foschini

pp. 96
€ 14.00 

Appunti di vita - Stagione 1
di Boulet
Bao Publishing, 2015

Traduzione di Giulia Scatizzi

pp. 208
€ 18.00


Ve lo ricordate il periodo in cui scoprimmo i blog? Era il 2001/2002 e su internet c'era questa cosa che potevi aprirti un blog e parlare di quello che volevi e come volevi. I quotidiani e le riviste dell'epoca, ti spiegavano per bene che la parola blog significava diario virtuale e di fatto quello erano. Protetto da un nickname preso diretto dal tuo film preferito (ameliepoulain13, ezechiele2517) e dalla privacy naturale che il preistorico Google ti regalava facendoti sognare l'approdo del tuo blog a pagina 20, quello era il territorio perfetto per permettere a un tizio qualunque di scrivere pensieri sparsi sulla sua vita. In realtà oltre al nickname e all'algoritmo di Google c'era un altro fattore di protezione, più funzionale di qualsiasi trucchetto per mantenere l'anonimato: a nessuno su internet interessava quello che scrivevi. Ne è una conferma il fatto che quasi subito i blog hanno smesso di essere dei diari virtuali o, perlomeno, lo hanno fatto la stragrande maggioranza di essi. I blog sono diventati contenitori di cinema, musica, libri, fumetti, cibo, moda, parlano insomma di cose che le gente cerca. Perché per quanto sia divertente il punto di vista che abbiamo sulla nostra vita, nessuno viene a cercarvi per chiedervi di raccontargli di quella volta che avete incontrato la vicina di casa carina sulle scale e vi è scivolata la borsa della spesa dall'emozione, che imbarazzo signora mia. Quindi i blog (nella loro forma di diario virtuale) sono giustamente passati a miglior vita lasciando lo spazio ai social-network, dove siamo liberi ogni giorno di scrivere (con il fattore non secondario della sicurezza di un pubblico pagante in Mi Piace) le nostre spiritosaggini, le nostre riflessioni e le nostre incazzature, tutte più o meno simili a quelle dei nostri contatti, a quelle degli iscritti che noi nemmeno conosciamo e a quelle delle persone che Facebook nemmeno sanno cos'è.

Ma tolte di mezzo le riflessioni affidate ai social, i diari virtuali oggi sembrano sopravvivere grazie ai molti fumettisti che nel mondo decidono di affidare all'internet le loro memorie e il punto di vista sulle proprie vite (basti vedere il fenomeno Zerocalcare). Forse, arrivati a questo punto dove non ho fatto altro che lamentarmi, avrete intuito che non riesco minimamente a digerire i racconti di vita quotidiana divisi tra ironia e malinconia, che siano essi stati su Facebook, libri o blog a fumetti. Li trovo fastidiosi perché facili, superficiali in egual misura nella loro ironia e nella loro profondità perché non si prendono il rischio di raccontare, ma solo di rielaborare e imbellettare la realtà con il minimo sindacale fatto di battutine e pensierini importanti che fanno parte di ognuno di noi (e anche di me) e che, proprio per questo, non mi interessa minimamente leggere da qualche parte. Li conosco già, perché dovrei interessarmene? 

Appunti di Vita - Boulet


Non sarà un mistero quindi che la prima pubblicazione italiana del fumettista francese Boulet, "Appunti di vita - Stagione 1: Born to be a larva" (Bao Publishing, 2015) non mi ha proprio conquistato. Quella di Boulet è un tipo di racconto che fa scrivere ai critici cose come "Condendo i piccoli scorci della sua esistenza con un po' di ironia surreale a volte amara, l'Autore X ci racconta la sua vita. Che è anche un po' la nostra". Certo Recensore Y che quella dell'Autore X sembra la nostra vita, proprio perché è la stessa identica vita. Ha i nostri problemi, gli stessi riferimenti culturali, il nostro senso dell'umorismo. Boulet racconta la sua vita anche con i nostri stessi strumenti: certo, nella sua forma finale quello che diciamo ai nostri amici è molto diverso da un fumetto, ma i meccanismi che governano il racconto di Boulet sono i medesimi di una chiacchierata al bar. Stessa ironia, stesso punto di vista sulle cose. Quello che fa Boulet è inanellare una serie di spiritosaggini banali sui viaggi in treno (che buffo raccontare dei treni in ritardo!), sui virus che infestano il pc di nostro padre (che buffo raccontare l'inadeguatezza tecnologica dei vecchi), sul cibo andato a male (che buffo dare un nome a quella terrina piena di muffa). Qualcuno potrà sicuramente immedesimarsi grazie a un punto di vista comune su un'esperienza condivisa da un gran numero di persone (come può essere appunto uno sgradevole viaggio in treno), unite tra loro anche da un modo simile di vedere e raccontare le cose, ma a me questo non interessa. A molti piacerà trovare in Boulet un autore-amico che racconta esperienze simili alle loro e col medesimo approccio narrativo, ma personalmente in un racconto cerco altro.

Cerco per esempio quello che propone Asaf Hanuka con il suo "K.O. a Tel Aviv - Diario di un realista", sempre tratto da un blog a fumetti e sempre edito da Bao Publishing. Il fumettista israeliano parte sempre dal diario virtuale e non si discosta mai dal genere: nelle pagine di "K.O. a Tel Aviv" ci parla della difficoltà di cercare una nuova casa, di problemi economici, degli scontri con la moglie e della difficoltà di essere un padre. Insomma, le solite cose noiose che fanno parte della vita. E qui viene quasi a pensare che la differenza tra Boulet e Hanuka sia puramente geografica, con punti a favore di Hanuka perché non abita a Parigi ma a Tel Aviv. Insomma, potreste obbiettare che Boulet mi piace meno perché più spensierato e senza la carta speciale di Israele da giocare.

K.O. a Tel Aviv - Asaf Hanuka
E invece no. La battaglia tra Boulet e Hanuka (avvenuta con tutta probabilità solo nella mia testa o al massimo sullo scaffale della libreria che condividono) si combatte tutta sul campo della narrazione. L'idea generale che ci si fa del libro di Boulet è, proprio come esplicitato nel titolo, quella di una raccolta di appunti. Stili di disegno diversi, storie diverse, un modo di raccontare che cambia continuamente, per un'unità narrativa il cui caos è tenuto a bada esclusivamente da una leggera continuity e dall'onnipresente protagonista. Il diario di Asaf Hanuka è l'esatto opposto. Se i pensieri disegnati di Boulet sono frutto dell'immediatezza, quelli dell'israeliano sembrano invece uscire da un'incubazione più lunga che gli permette in un primo momento di asciugare i concetti, le emozioni per arrivare al cuore della storia, e successivamente di inserirli in un meccanismo narrativo che sappia restituire al lettore le medesime sensazioni.

Pur con numerose eccezioni, le storie di Asaf Hanuka si appoggiano su un comune meccanismo narrativo, che parte da una griglia di tre strisce, a loro volta contenenti tre vignette l'una. Hanuka introduce l'argomento del suo racconto nelle prime quattro vignette. La quinta vignetta, quella al centro della tavola, non è solamente il punto di svolta del racconto, ma rappresenta anche l'inizio della risoluzione del problema che Hanuka ci aveva raccontato nel primo blocco della tavola. Così nelle successive quattro vignette assistiamo alla soluzione che il personaggio trova al suo problema, soluzioni che appaiono sempre delle scorciatoie e non dei rimedi veri e propri. Queste quattro vignette hanno sempre un tono in calare, come se il personaggio si vergognasse del suo modo di reagire alla vita. Quando desidera fuggire dai problemi trasformandosi in un piccolo astronauta, quando nasconde la sua rabbia dietro un fungo atomico oppure quando si finge un ebreo ortodosso solo per risparmiare sulla spesa, Hanuka mette in mostra le sue piccolezze e le vigliaccherie, senza mai apparire come un egocentrico in vena di farsi ammirare o compatire. Lo dimostra anche il posto che occupa Tel Aviv nel suo racconto: pur essendo sempre al centro delle storie, la città pare avere un ruolo defilato rispetto alle vicende, come se Hanuka volesse sì riportare la sua esperienza di cittadino israeliano, ma preferendo donare alla città il ruolo di silenzioso comprimario che influenza e condiziona la sua vita invece che dargli il ruolo di ingombrante protagonista.

E così le difficoltà quotidiane della vita a Tel Aviv emergono dai discorsi, si palesano nelle storie, ma vengono sempre riportati a una dimensione umana, in un rapporto ben sintetizzato da una bella illustrazione a tutta pagina. Una libreria che ricrea con i suoi scaffali la griglia narrativa di cui parlavamo poco sopra (a cui in realtà in questo caso vengono aggiunte altre due strisce), sembra essere la sintesi della vita del fumettista: le foto di famiglia, i medicinali, i libri, un biberon. E poi la svolta, con la vignetta centrale il cui spazio è occupato dall'elmetto di un soldato. In questo caso Hanuka abbandona per un attimo il finale in calare e riempie gli scaffali della sua libreria con i giochi di suo figlio, con i fumetti, con una piantina pronta a crescere. Potranno sembrare facili metafore e, anche in altre occasioni nel volume, sono proprio questo. Però fanno parte di un racconto non esibizionista, dove il protagonista affronta la scrittura della sua vita spesso in maniera impietosa ma sempre con la speranza di una redenzione. 

Ho cominciato a leggere entrambi i libri con qualche perplessità dovuta a queste diavolerie moderne che sono i blogs, e se il libro di Boulet ha confermato i miei dubbi, quello di Hanuka li ha subito smentiti. Se ho imparato una lezione da tutto ciò, è che i blog alla fine non sono che un semplice supporto. Però in realtà questa cosa già la sapevo. Come sapevo che in fin dei conti quello che conta sono le storie. 

Matteo Contin
@matteocontin




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