giovedì 21 maggio 2015

#CriticaNera - In questo sperduto Far West che ci ostiniamo a chiamare Milano

Il colosso di Corso Lodi
di R. Besola, A. Ferrari, F. Gallone
F.lli Frilli Editore, 2015


Torna in libreria il trio noir Besola-Ferrari-Gallone. Dopo il successo di Operazione Madonnina e il poco convincente Operazione Rischiatutto, con Il colosso di Corso Lodi i tre autori milanesi si mettono su binari meno scivolosi dei precedenti, con una storia che vede come investigatori il commissario Malaspina e il giornalista di nera in congedo Dino Lazzati, detto Fernet. Vanno momentaneamente in panchina Angelo, Lorenzo e Osvaldo, i tre delinquenti degni de I soliti ignoti che avevano animato i primi due romanzi.
La scena è sempre Milano, questa volta nel marzo 1975. Quattro bombe fanno fuori tre ragazzi e un uomo che in apparenza non hanno nulla da spartire tra di loro: Daniele Bellotti, figlio unico di un ricco imprenditore alimentare di provincia; Ruggero Colombo, nullafacente; Corrado Poretti, proiezionista in un noto cinema della città e il buttafuori di un locale della periferia ovest, il La Tigre. Malaspina si rende immediatamente conto che, nonostante le pressioni del commissario capo Puglisi, questa serie di bombe non ha nulla a che vedere con la politica e il terrorismo. Della stessa opinione è Dino Lazzati che passa le sue giornate tra il Bar Lafus e la Posta del Cuore del Corriere, 'trombato' dalla redazione di nera del quotidiano di via Solferino perché ha il brutto vizio di voler scoprire e raccontare la verità, senza fare sconti a nessuno. Nasce presto, così, un'associazione del tutto particolare, che porta lo sbirro e il pennivendolo a collaborare, conducendo indagini parallele, ciascuno coi suoi metodi: tradizionali quelli di Malaspina, quelli a disposizione di un commissario di polizia, meno tradizionali quelli di Fernet, che si aggira nel retroterra umano milanese, fatto di informatori più o meno oscuri. Ma la carta vincente Lazzati se la gioca chiedendo la consulenza di una giovane collega, Doriana, che, un po' invaghita dell'esperto cronista, gli mette a disposizione il suo archivio.
Fernet e Mala arrivano alla soluzione del caso nello stesso momento e, in fin dei conti, con lo stesso metodo: scavano nel recente passato criminale milanese, alla ricerca di casi simili irrisolti e collegabili a quello delle quattro bombe. Entrambi hanno un'intuizione: il La Tigre è un locale dove si esibiscono giovani cantanti che, con la promessa della fama e del successo, vengono in realtà introdotte in uno squallido giro di prostituzione. La voce delle ragazze che cantano nel locale, però, è anche incisa su dei dischi che Daniele, Ruggero e Corrado vendono al mercato nero. Il cerchio si stringe quando i due investigatori scoprono che una delle ragazze venne violentata e uccisa solo poco tempo prima. Trovato il movente, è sufficiente tirare le somme per arrivare alla meta e incastrare l'assassino, un uomo che ha deciso che la vendetta era l'unico possibile antidoto al dolore.
Per i lettori del trio noir, Il colosso di Corso Lodi non è solo un rimescolamento di carte (Malaspina e Fernet erano già presenti nelle due Operazione…), ma un vero e proprio capovolgimento di prospettiva: il narratore cambia punto di vista, dal criminale al poliziotto/giornalista, dall'indagato all'indagatore, ed è presente una vera e propria inchiesta, che forse ruba spazio alla vena comica e leggera, un po' assurda nelle ambizioni dei tre protagonisti (rubare la Madonnina e rapire Mike Bongiorno), che aveva caratterizzato i primi due noir del trio. Tuttavia, l'umore del lettore viene tenuto a livelli alti dal personaggio di Venditti, giovane attendente romano del commissario Malaspina, con un passato nella piccola delinquenza capitolina. Venditti è la vera e propria star del romanzo: smorza la tensione di una storia dai contorni squallidi e porta un po' di sole in una Milano che non ne vuole sapere di aprirsi alla primavera. Una comicità innocente, per nulla volgare, specchio di un'Italia irrimediabilmente divisa, come evidenziato dal modo di vestirsi del commissario e di Venditti per una serata in incognito al night La Tigre:
Abbigliamento Malaspina: completo nero da funerale, Clark (imitazione), lupetto beige modello 'ti guardo e sudo', impermeabile beige chiaro che ha visto giorni migliori.
-Venditti scendi un attimo dalla macchina.
Abbigliamento Venditti (dall'alto al basso): cappello Panama in paglia sbiancata con larga fascia nera, collane e ciondoli in pseudo ottone in quantità rapina in bigiotteria, camicia rossa in raso colletto largo sbottonata fino all'ombelico (petto villoso, ventre prominente), completo bianco in velluto a coste strette di cui pantalone aderente sulle cosce e sull'inguine e svasato dal ginocchio in giù, chiusura a zampa d'elefante, stivale nero modello cow-boy, a punta, tacco aerodinamico.
[…]
-Cazzo è? Carnevale?
-Ma da quando nun ce va a balla', commissa'? (99-100)
Come nei Fantozzi di Paolo Villaggio, sono gli stereotipi a essere elevati a norma: dall'abbigliamento allo scambio di battute finali, l'abisso che intercorre tra Roma e Milano è tutto lì, nero su bianco, e in mezzo una buona parte d'Italia che trova nella differenza la sua cifra.
Sullo sfondo della trama noir e delle gag con protagonista Venditti, emerge dirompente il lato umano del commissario e di Fernet. Il primo stretto in una morsa di dolore e inquietudine dalla sterilità della moglie che con un tenerezza infinita cerca in tutti i modi di espiare quella che la società borghese e benpensante dell'epoca vorrebbe fosse un colpa, ma è in realtà per Malaspina una maledizione. Il secondo, ormai ai margini del giornalismo meneghino e relegato a una 'Posta del cuore' che ha l'aspetto della galera, ritrova in Doriana, giovane e promettente cronista di un piccolo quotidiano, una ragione per rimettersi in carreggiata e giocarsi le sue carte. Per una volta la fortuna è dalla parte di Fernet, che nell'ultima pagina del romanzo torna a narrare le storie destinate all'oblio di una città incredibilmente affascinante, perché non tutte le morti sono uguali:
Se Milano fosse un piccolo Far West, come ormai asseriscono in tanti, avrebbe i suoi paesini di frontiera […] e un angolo di Texas non potremmo ritrovarlo forse in Porta Venezia?
Sì, potremmo, con un po' di fantasia potremmo davvero fare ogni cosa, persino arrestare i colpevoli, come fanno, a volte, i moderni sceriffi che magari non hanno la stella appuntata al petto e quei volti lì, quelli che tutti conosciamo attraverso il cinema […], ma altri, anonimi e sconosciuti. Uno di questi moderni sceriffi ha risolto il caso del brutale omicidio della custode del palazzo sito in via Panfilo Castaldi al civico 21.
[…]
Di questa storia non si scriverà mai un romanzo, non serve, perché per raccontare la crudeltà della vita sono sufficienti poche righe e un bravo sceriffo in un piccolo angolo di Texas, in questo sperduto Far West, che per una qualche sconosciuta ma ostinata ragione continuiamo a chiamare Milano.
Dino Lazzati. (188-189)
Il colosso di Corso Lodi rappresenta un bel salto per i tre autori, che si addentrano con convinzione nei meccanismi del noir e dei suoi effetti collaterali. La Milano che ci raccontano, nonostante i quarant'anni che da essa ci separano, è quanto mai vicina a quella odierna: sfuggente ad una definizione totalizzante; una città del nord catapultata nel profondo sud europeo, che resiste alle tentazioni del Mediterraneo, motore di un intero Paese che guarda a lei per ripartire. Nel 1975, in piena crisi energetica; nel 2015, all'indomani dell'inaugurazione di Expo.