domenica 25 gennaio 2015

#CriticARTE: Cartier-Bresson al Museo dell'Ara Pacis

“...ogni volta che premo il pulsante dello scatto, è come se conservassi ciò che sta per sparire.” – Henri Cartier-Bresson
Henri Cartier-Bresson 
Finissage: Roma, Museo dell’Ara Pacis
dal 26 settembre 2014 - 25 gennaio 2015


Si chiude oggi al Museo dell’Ara Pacis una retrospettiva dai grandi numeri, proveniente dal Centre Pompidou di Parigi e dedicata all’inestimabile opera di Henri-Cartier Bresson: 16.000 i visitatori che hanno percorso le sale nel periodo di dicembre, con una media di circa 1000 persone al giorno; 500 le opere esposte, tra cui schizzi, filmati e le fotografie originali dell’epoca stampate dallo stesso Cartier-Bresson; 9 le sezioni che compongono il percorso proposto dalla mostra, analizzando ciascuna un diverso periodo della vita e del lavoro dell’artista ed infine 1 il grande catalogo edito da Contrasto, con saggi di studiosi e testi inediti. 
Queste strabilianti cifre non destano stupore, trovandoci di fronte all’opera di colui che è stato definito “lo sguardo del secolo” e che, attraverso un costante lavoro della stessa durata, ha gettato le fondamenta della moderna fotografia, ridisegnato il ruolo del fotografo e diventando egli stesso simbolo e riferimento di quest’arte.
Lo stile di Cartier-Bresson ha ispirato generazioni di fotografi ed ormai a 10 anni dalla sua scomparsa, resta indiscutibilmente la più grande fonte di insegnamento –  
“La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell'intuito e della spontaneità. [...] Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l'immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere. (da Henri Cartier-Bresson, Contrasto, 2004)” 

Nato a Chanteloup nel 1908, da agiata famiglia, dimostra fin da bambino una predisposizione spiccata per le Belle Arti. Quasi ventenne, affascinato dal disegno, pittura e poesia, riesce con l’aiuto dello zio Louis a frequentare l’atelier del pittore Jacques-Emile Blanche, dove dipinge tele che evidenziano una chiara ispirazione all’impressionismo di Paul Cézanne. Nel 1927 diventa allievo di André Lhote, artista e teorico del cubismo, che gli svela i segreti dell’estetica del rigore formale e visivo, nonché della prospettiva. 
“Non riuscendo a rivelare il pittore che era in lui, Lhote modella l’inconscio del futuro fotografo. Cartier-Bresson forse non saprà contare, ma sa perfettamente dove cade il numero aureo: dentro di lui è inciso, piuttosto che scritto, quel famoso principio di armonia universale, chiave della concezione assoluta della bellezza.”
(Pierre Assouline, Henri Cartier-Bresson. Biografia di uno sguardo, Milano, Photology, 2006)



In questo stesso periodo, Henrì entra in contatto con gli ambienti del surrealismo, grazie all’amico René Crevel ed ispirato dal lavoro di Max Ernst, realizza alcuni collage. Siede in fondo al tavolo ed ascolta le riunioni a cui prende parte Andrè Breton, è giovane e troppo timido per esprimere la propria opinione. Più tardi, quando nel 1931 la passione per la fotografia si accenderà finalmente in lui, le tematiche care al surrealismo si manifesteranno in modo tangibile in tutta la sua opera, al punto di divenire uno dei fotografi più autenticamente surrealisti del suo periodo.  Scrive di lui Jean Claire:  
“Le sue fotografie, prima di essere la cattura della luce tramite grani d’argento, sono una metafora ottica, la dimostrazione che l’obiettivo fotografico in mano a un poeta può elevarsi sulle oscurità più profonde del reale.”
(Jean Claire, Introduzione a Henri Cartier-Bresson, Paris, Photopoche Nathan, 2002)



Nelle prime sale della Mostra allestita all’Ara Pacis, è possibile ammirare alcuni scatti famosi di Henrì Cartier-Bresson, che attingono al mondo dell’immaginario surrealista, come: “Gli oggetti impacchettati”; “I corpi deformati”; “I sognatori ad occhi chiusi”, ecc. Ma in ogni scatto, sarà possibile rintracciare elementi di quella poetica del silenzio, in cui la figura umana diviene strumento metaforico, pretesto del gioco d’ombra e luce che dà vita allo scatto, esaltando le sue forme quasi ad astrarle per interpretare un ruolo non unicamente narrativo, in uno scenario dai tratti pittorici spesso riecheggianti i tratti fondamentali della Teoria della prospettiva di Piero della Francesca, in cui il “momento decisivo” fissa l’attimo per consegnarlo all’eterno.  Roland Barthes, nel suo saggio sulla fotografia “La camera chiara", scriverà più tardi: “Medium bizzarro, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo”. Dai surrealisti, Henrì Cartier-Bresson non attinge solo l’influenza artistica, ma anche e soprattutto le inclinazioni politiche tipiche del movimento: il comunismo. In nome del suo impegno alla lotta contro il fascismo, intensificatosi particolarmente dopo le rivolte del 1934 a Parigi, firma diversi manifesti di “richiami alla lotta” e “unità d’azione”. Il suo desiderio di raggiungere una folla più ampia, attraverso un linguaggio immediato e scevro delle complessità dei circoli colti, lo porta ad avvicinarsi al mondo della cinematografia, conosciuto grazie alla collaborazione con Jean Renoir nel 1931. Durante uno dei diversi viaggi in Messico e negli Stati Uniti compiuti nei successivi 2 anni (dopo i quali decide di partecipare in modo attivo all’Associazione degli artisti e scrittori rivoluzionari, iniziando a lavorare per la stampa comunista), apprende il funzionamento della telecamera e si lascia affiancare da alcuni documentaristi. Senza mai posare la fidata Leica, affascinato dalla possibilità di creare una struttura narrativa per mezzo della cinepresa, restituisce alla storia nella duplice anima di scatto fotografico e filmato, alcuni istanti emblematici a cui assiste, come ad esempio: la disinfestazione di alcuni prigionieri con spray ddt. Cartier-Bresson decide di mettere le proprie competenze in ambito fotografico al servizio dell’informazione e nel 1936 parte per la Spagna inviato dal Paris-Soir per documentare la guerra civile. In questi stessi anni, che si riveleranno essere tra i fondamentali della sua esistenza, conosce David Seymour e Robert Capa. Catturato nel 1940 dai tedeschi, dopo quasi tre anni di prigionia e due tentate fughe, riesce a evadere dal campo e nel 1943 ritorna a Parigi dove fotografa la fine della guerra. Parte poi alla volta della Germania per immortalare la liberazione di prigionieri e deportati. Nel 1947 dopo la prima grande retrospettiva a lui dedicata dal MOMA di New York, alla fine  della guerra Mondiale fonda insieme a George Rodger e William Vandivert, David Seymour e Robert Capa. la famosa Agenzia Magnum.

Henrì Cartier-Bresson a questo punto della vita, avrebbe potuto tranquillamente dedicarsi all’attività di artista della fotografia, ma in controtendenza sceglie invece di tornare sul campo e continuare il duro lavoro di reportage viaggiando in tutto il mondo.
L’Agenzia Magnum rappresenta la rivoluzione più grande nel campo dei diritti d’autore e del ruolo del fotografo, che diversamente dalla consuetudine fino allora in vigore, diviene proprietario a tutti gli effetti dei propri scatti.
Di questo periodo sono le immagini del suo lungo soggiorno in India, di Gandhi e della filosofia buddista che decide di abbracciare. "
Più di tutto, io cerco un silenzio interiore. Cerco di tradurre la personalità e non una sua sola espressione". Henri Cartier-Bresson 
Nel 1948 documenta i funerali del Mahatma:  
“Segue il corteo funebre perduto in mezzo a due milioni di persone, assiste alla cremazione, e accompagna il treno che porta le ceneri nel luogo della loro immersione, nel Gange […]. Per quanto rifiuti l’idea di un reportage sull’assassinio, ne fa comunque uno alla sua maniera, dando la caccia all’ondata di shock sui volti e nei comportamenti della gente. Percorrendo questo Paese traumatizzato, abbozza il ritratto di un popolo colto nell’istante preciso di una delle più grandi tragedie della storia.” – Pierre Assouline, op. cit.

Henri Cartier-Bresson è divenuto a tutti gli effetti un’icona del fotogiornalismo e fino al 1970 la sua attività ai quattro angoli del globo, sarà inarrestabile. La sua prima raccolta di fotografie, pubblicata nel 1952 per l’editore Tériade, dal titolo: “Images à la sauvette”, è corredata dalla copertina illustrata da Matisse. Henri Cartier-Bresson è considerato il padre del fotogiornalismo e del reportage e un maestro nella capacità di cogliere “il momento decisivo” e di catturare l’elemento di irrealtà nella realtà; sarà il primo reporter ad entrare in URSS dopo la morte di Stalin, “L’uomo e la macchina” a Cuba e l’occhio di “Vive la France”.
“Il reportage è un’attività progressiva della testa, dell’occhio e del cuore per esprimere un problema, fissare un evento o una qualche impressione. […] Per me la fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, del significato di un fatto da un lato e dell’organizzazione rigorosa delle forme, visivamente percepite, che esprimono questo fatto dall’altro.” – Henri Cartier-Bresson in “L’instant décisif”, Prefazione a Images à la sauvette, Paris, Verve, 1952
Nonostante l’intensa attività di fotoreporter, Cartier-Bresson resta fedele al suo amore per l’arte, per il ritratto ed un certo studio antropologico dell’uomo durante tutti i suoi innumerevoli viaggi, creando progetti a latere, non commissionati dalle testate giornalistiche, in cui è libero di esprimere la sua analisi sociale e tematiche di natura psicologica. “Sono visivo – diceva, tra l’altro, Cartier-Bresson - […]. Osservo, osservo, osservo. È con gli occhi che capisco.”


Ormai sessantenne, lentamente riporta l’attenzione verso la passione alimentata in giovane età. La sua fama è talmente grande, da esser diventato egli stesso simbolo e definizione della fotografia per antonomasia, fatto che non raccoglie il suo pieno favore. Discostatosi dall’attività della Magnum, in cui non ravvisa più gli iniziali principi abbracciati nel 1947, si dedica al disegno, all’organizzazione di mostre e del suo archivio d’immagini. Affascinante, a mio avviso, notare come l’arte pittorica e fotografica si siano vicendevolmente influenzate nel corso della sua vita, partendo da una pittura di stampo impressionista e poi surrealista, che ha “allestito” gli scenari di scatti d’intensa atmosfera e pathos, per poi giungere al capo opposto in tarda età, in cui la gestualità marcata nel tratto degli schizzi, esprime un segno degno dei grandi maestri contemporanei, forte e deciso, mentre il “taglio” dell’immagine segue le regole dell’inquadratura della macchina fotografica. Interessante inoltre il dettaglio dei suoi autoritratti, nei quali la graffite sottolinea una marcata attenzione verso lo sguardo, calcando in modo particolarmente vistoso ed a tratti ossessivo il contorno degli occhi.

Henri Cartier-Bresson, la cui vita si lega indissolubilmente all’opera creativa, divenendo essa stessa mezzo di comprensione ed analisi degli scatti, è stato non solo un’icona della fotografia, in quanto professione ed arte, ma anche un messaggero, che attraverso il lavoro di un secolo, ci ha educato alla cultura del nostro tempo, non permettendo alle distanze fisico-temporali di celare nozioni importanti per la cultura generale.
Cartier-Bresson ha guardato il mondo dal punto di vista dei suoi abitanti, permettendo agli stessi di comprendere il ruolo fondamentale che ogni singolo individuo ha rivestito in vita, senza per questo tralasciare l’estetica e la poetica del racconto, in grado di superare il muro del pianto per elevare la storia e la dignità stessa dell’uomo.
La sua opera resta, a dieci anni ormai dalla morte, unica ed irripetibile.


Elena Arzani



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