giovedì 16 ottobre 2014

#TreQuarti14: intervista a Valerio Piperata



Claudia Consoli e Valerio Piperata alla Libreria CLU (Pavia)
per #TreQuarti14
Foto ©GMGhioni



Romano, venticinquenne, studente di Lingua e Letteratura Russa... e un primo romanzo con Edizioni e/o, che è un traguardo niente male. Ci racconti un po' com'è nato questo primo libro?

Diciamo che la storia l’ho sempre avuta un po’ in testa, mi piaceva l’idea che un giorno avrei provato a scrivere su una band, ma ancora non sapevo come avrei fatto. Sicuramente non era una storia comica quella che immaginavo, anzi, volevo fare una cosa seria, mezza drammatica. Nel frattempo poi ho sparato un paio di “romanzi” (o tentativi di romanzi, più precisamente) terribili che nessuno leggerà mai, per fortuna. Tutti e due hanno anche rischiato di essere pubblicati, poi è sfumato tutto (di nuovo, per fortuna). Si è verificata poi una serie di eventi sfortunati con la mia band, che paradossalmente hanno dato la spinta definitiva a tirare giù la storia, stavolta con un’impronta del tutto comica e smaliziata. L’ho scritta in pochi mesi, prima dell’estate, e dopo l’estate ho trovato un paio di editori interessati, per poi scegliere E/O.

Il protagonista Davide Fagiolo è sempre in bilico tra realtà e aspirazione, sogna a occhi aperti e poi si sveglia bruscamente. Sembra coltivare fantasie un po' infantili ma è uno dei pochi a non fingere d'essere quello che non è. Ti rivedi perfettamente in lui o hai voluto creare un personaggio più smaliziato per sottolineare un contrasto con la realtà?

Mi ci ritrovo a metà, credo, anche se mi sono sforzato per creare un personaggio completamente devoto ai suoi sogni, infantili ma genuini, e da una parte completamente indifeso rispetto al mondo “reale” che ancora non conosce, e dall’altra armato di una specie di tenacia resistente come il carbonio.
Mi ci ritrovo a metà perché forse alla sua età (nel periodo post liceo / primo anno di università) ho vissuto dei mesi in cui ho abbandonato quasi tutto perché ho creduto veramente che sarei riuscito a fare il musicista e guadagnare il necessario col mio gruppo. Non so quanto ci abbia creduto io spontaneamente o quanto mi ci abbiano portato le parole di alcuni “addetti ai lavori”, “discografici” “manager” o come vogliamo chiamarli (un nome preciso non c’è). L’unica cosa che non ho mai abbandonato veramente è stata la scrittura, che c’è sempre stata, e si è piegata e modificata man mano che le esperienze, belle e brutte, si sommavano.

Davide, Tommaso, Adriano e Mario: ognuno c'ha i suoi guai e non potrebbero essere peggio assortiti. Eppure c'è qualcosa che li unisce, che li fa diventare un gruppo. Qual è il più bel ricordo che hai legato alla tua band? E perché fare musica può cambiare la vita di un ragazzo emarginato?

Foto ©GMGhioni
I più bei ricordi della mia band a quel tempo sono legati ai momenti in cui bisognava fare qualcosa insieme (registrare, partire per andare a suonare in un’altra città, fare le prove ecc.) e tutti condividevamo gli stessi desideri, lo stesso entusiasmo e le stesse paure. Per quanto suoni retorico, non sono cose che si dicono ma sono cose che dentro una band si sentono (naturalmente non parlo della band che fa le cover in un posto dove si fa il karaoke il sabato sera).
Che fare musica possa cambiare la vita di chiunque, spesso in peggio, a volte in meglio, è l’idea alla base del romanzo, il fatto che la musica possa far sentire a due liceali sfigati, a un cantante neomelodico fallito e a un criminale di borgata di valere come chiunque altro, e di aver tanto da dire, nonostante tutto.

Rock band giovanili in cerca di una chance, bar di provincia popolati da ultras, locali gestiti da proprietari squattrinati: l'underground musicale italiano non sembra un mondo di luci di palcoscenico e applausi. Nel libro lo racconti con ironia e un piglio dissacrante. Credi ci sia ancora qualche possibilità per i più giovani di farsi notare al di fuori dei reality show televisivi che dominano la scena?

No, l’underground musicale italiano, mi verrebbe da dire, somiglia a una specie di pozzanghera maleodorante piena di microscopiche forme di vita batteriche.
Però mi sembra che esistano gruppi abbastanza bravi e abbastanza determinati da esserne usciti, grazie alle proprie canzoni e al proprio pubblico, costruito in anni di tour e date a rimborso spese, se si è fortunati. Oggi in realtà la differenza fra successo e underground non è più così netta, secondo me ci sono un sacco di gruppi ottimi in Italia, che ovunque vadano riempiono locali, che campano magari con i cachet dei concerti, ma non so se si possono ancora definire underground o meno. I talent sembrano invece l’unica chance per farsi vedere a livello discografico “Alto”, o mainstream, ma non sono neanche molto informato su questo. Quindi la risposta alla domanda è che secondo me sì, è possibile farsi notare al di fuori dei talent, ma ci vuole tanto tanto tempo e tanta energia (anche economica) per suonare ovunque e farsi un pubblico. Sempre nella mia opinione, naturalmente.

Rolling Stones, Beatles, Iggy Pop, Nirvana... i cultori del rock non faticheranno a ritrovare tra le pagine i propri idoli. Possiamo dire che questa è anche la tua geografia musicale? Giochiamo un po' a contaminare i linguaggi: quali sono i testi e le note a cui sei più affezionato?

Sì, credo di sì, anche se i miei interessi musicali non sono partiti dal rock classico, non sono partiti da Rolling Stones, Led Zeppelin o dai Beatles e i Nirvana, ci sono arrivato con un po’ di ritardo. Alle medie praticamente ascoltavo solo metal e Eminem. Basta. Poi l’apertura è arrivata al liceo, e ho cominciato a farmi una cultura musicale, per quanto ancora microscopica e generalista, lo ammetto. I Nirvana naturalmente mi sono entrati nel cuore in quegli anni, e rientrano fra i miei gruppi preferiti di sempre come anche Weezer, The National, Radiohead, Ministri, Mumford & Sons, The Shins, De André… e ce ne sono un’infinità!

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