mercoledì 22 ottobre 2014

#TreQuarti14 - Intervista a Stefano Piedimonte

Dopo la recensione di "L'assassino non sa scrivere", l'intervista esclusiva, a cura di Luna Orlando, a Stefano Piedimonte! 


Luna Orlando e Stefano Piedimonte a #TreQuarti14 (Libreria CLU, Pavia)
Foto ©GMGhioni



Ho letto che sei un ex musicista jazz. Deve molto alla musica la tua scrittura? 

Per diversi anni ho insegnato musica e suonato in giro per locali, il mio strumento era la chitarra semiacustica ma studiavo principalmente gli assoli dei sassofonisti come Charlie Parker, Sonny Rollins, John Coltrane. Devo moltissimo ai musicisti, sono loro (Rollins, in particolar modo) i miei principali maestri. Mi hanno insegnato il senso del ritmo, delle pause, delle attese, delle ripetizioni, degli "accenti". Tutto, praticamente.

L'assassino non sa scrivere più che un noir è una "favola nera": una storia affascinante che mescola fatti efferati a risvolti surreali e poesia, una storia che fa pensare a Pennac e a Benni, forse anche ad alcune atmosfere oniriche da "realismo magico". Per parlare della realtà più concreta bisogna passare dal sogno?

Il mistero, l'inquietudine, per rimanere tale ha bisogno di conservare sempre una parte di ignoto, di non svelato. In questo senso il sogno (cos'è il sogno? Come funziona? Quanta parte di vita reale porta con sé?) occupa un ruolo fondamentale nel mistero che sta alla base della nostra esistenza. Questo per uno come me, almeno, che guarda alla vita con una certa incomprensione, un certo agnosticismo.

Foto ©GMGhioni
Veniamo al paesino di tremila soggetti («definirli anime sarebbe un'esagerazione») in cui tu ambienti il romanzo, chiamandolo con un certo coraggio "Fancuno"... Perché? dov'è? E soprattutto: cos'è?
E com'è che ne racconti il mito di fondazione in pagine molto divertenti e belle, quasi marqueziane, che fanno pensare a Macondo?

Fancuno è un posto lontano da tutto, un posto isolato, e i suoi abitanti sono come una pasta di lievito madre lasciata a fermentare dentro un barattolo. L'ho chiamato così proprio perché rappresenta per me un posto lontano, un luogo immaginario dove manderesti qualcuno che proprio non vuoi rivedere più. Il mito, la leggenda che sta alla base della sua fondazione, l'ho raccontato in alcune pagine pensando proprio a certi passaggi dei romanzi di García Márquez, e a Macondo in particolare. Mi piace quel modo di raccontare i miti come se fossero favole, senza che si capisca dove finisce la leggenda e dove, invece, comincia la realtà.

Nel tuo libro dimostri una gran cura dei personaggi, fin dai nomi (o meglio dai soprannomi, che spesso sono "nomi parlanti": il Bastardo e il Dottore, Naso e Ciorno, il cane Pitti, Siusy e le sorelle Verinàis). E molti dei tuoi personaggi interpretano le loro azioni come un modo di aver cura degli altri e della realtà. Cosa significa aver cura per te?

Presto molta attenzione ai personaggi. Per me sono il nucleo del romanzo. Una volta che li hai ben caratterizzati sono loro a decidere lo svolgimento della storia.
Il saluto di Stefano Piedimonte
sul guest-book di #TreQuarti14
Avere cura significa poggiare una mano sulla spalla di qualcuno e dirgli che capisci, che anche per te è così, che è tutto uno scherzo, ma che se ci si stringe la mano diventa più facile fare buon viso a cattivo gioco.

La domanda più semplice e terribile di tutte: perché scrivi libri? E perché vorresti che gli altri li leggessero?

Scrivo romanzi per parlare con le persone. Davvero: è tutto lì. Sta tutto nel fatto di voler avvertire, in un certo qual modo, una vicinanza, una condivisione, una possibilità di comunicare con lentezza.


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Intervista a cura di Luna Orlando

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