sabato 20 settembre 2014

Il Salotto: intervista a Yeng Pway Ngon

Singapore Literature Prize 2012 e South East Asian Award 2013: Yeng Pway Ngon è la voce letteraria più importante del sud-est asiatico. 
Nato a Singapore nel 1947, esordisce negli anni '60 come poeta modernista. Scrittore, saggista, drammaturgo, ha collaborato come editorialista con diversi quotidiani di Hong Kong. Nel 1978 è stato arrestato e tenuto in custodia per alcuni mesi dalla polizia di Singapore perché sospettato di attività sovversive; dagli anni '80 si dedica a tempo pieno alla scrittura. 
Con L'Atelier, romanzo edito in Italia da Metropoli d'Asia nella traduzione di Barbara Leonesi, ha scritto "il grande romanzo di Singapore", una storia corale che inizia negli anni '50 e arriva fino al 2000. Tutto comincia dal Maestro Yan Pei e dalla villa in stile occidentale dove i suoi allievi artisti si incontrano. Dall'Asia all'Europa, il romanzo è il racconto di una serie di vite scandite dalla passione artistica, dall'amore, dagli ideali politici. 
L'Atelier è ambientato in un mondo sconosciuto alla maggior parte dei lettori occidentali: Singapore è un'anomala città stato in continuo cambiamento, con una storia sospesa tra oriente e occidente. 
Yeng Pway Ngon ha dichiarato che questo libro racchiude le storie di "un gruppo di solitudini" perché i personaggi sono soli di fronte a se stessi, si scontrano con una realtà che rende irrealizzabili i propri sogni e ideali. Da Singapore a Paigi passando per la giungla malese, ognuno sopravviverà a suo modo, accettando di guardarsi dentro.
Abbiamo incontrato l'autore a Milano, durante il tour di promozione del romanzo in Italia.
Ecco cosa ci ha raccontato...

La prima domanda riguarda la sua città, protagonista del romanzo. Parliamo di Singapore ieri e oggi: cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale? Avrebbe potuto ambientare la vicenda de L'Atelier anche in un altro luogo?

Il libro parla soprattutto della Singapore della fine degli anni '70, è lì che è ambientata gran parte del romanzo che arriva fino agli anni 2000. C'è anche una parte, quella dei ricordi del Maestro Yan Pei, che invece è ambientata nella Singapore degli anni '50 e '60. 
Sicuramente la città allora era molto diversa da oggi, non c'era stato lo sviluppo economico che oggi c'è, non c'erano palazzi e grattacieli ma la grande differenza che ho voluto descrivere nel libro è che in quegli anni le persone erano ancora idealiste. Tutti i personaggi de L'Atelier sono idealisti: inseguono i propri ideali politici, artistici, d'amore. Dipingono perché amano dipingere e questa è la prima ragione per cui lo fanno. I giovani di oggi non hanno più questo stesso tipo di spinta nel rincorrere i propri ideali, la società è più materialista e in molti cercano di ottenere nel minor tempo possibile fama e denaro. Questo è un grande cambiamento avvenuto non solo nella città, ma soprattutto nell'interiorità delle persone, nel loro animo. Da questo punto di vista non credo che Singapore sia un ambiente così diverso da molti altri luoghi del mondo. Il cambiamento di cui parlo riguarda più la società in questi anni recenti e quindi, se ipotizzassimo di prendere L'Atelier e di spostarlo in un altro luogo, il romanzo descriverebbe comunque il cambiamento della mentalità e della società che con gli anni si è compiuto. 


Abbiamo parlato di ideali e di passioni artistiche, temi dominanti all'interno del libro. Qual è il personaggio de L'Atelier che ha una visione artistica più vicina alla sua? 

Mi sento molto simile al Maestro Yan Pei che rincorre il proprio ideale di arte per tutta la vita senza troppo curarsi delle persone che gli stanno intorno, di quanto guadagnerà.
Forse per me questo è un anche un modo per esprimere un rimorso: da giovane volevo scrivere, non c'era nulla che mi interessasse di più di questa passione. Ho dedicato poco tempo alla mia famiglia, non mi sono curato di guadagni più o meno cospicui. In questo senso credo di avere, proprio come Yan Pei, un rammarico, un rimorso che mi porto dentro. 


L'Atelier è un romanzo incentrato anche su un'attenta analisi delle forze e degli equilibri che entrano in gioco in ogni sistema politico. In quale modo crede che il romanzo e la narrativa possano farsi arma di denuncia? 

Da giovane ho creduto molto nel fatto che la letteratura potesse essere una potente arma di critica contro il governo ma con l'età questo credo si è fatto più debole in me. Se non è più un'arma efficace, tuttavia continuo a pensare che la letteratura non sia un passatempo, ma un mezzo per esprimere pensieri e far conoscere alle persone situazioni, fatti e problemi sociali che riguardano tutti. 


A proposito di politica, c'è un personaggio del romanzo che mi ha molto colpita: il Barba. Lui è un sopravvissuto - non è un caso che si citi anche Robinson Crusoe di Defoe - un uomo che ha deciso di allontanarsi dal conflitto e dalla lotta per vivere da solo.
Va letto come una sorta di ideale romantico? Una voce di denuncia?

Il Barba è un personaggio rappresentativo di molti giovani dell'epoca, è il grande idealista, colui che vuole davvero cambiare la società e il mondo in cui vive. Entra in clandestinità e partecipa alla guerriglia proprio per questo, come moltissimi giovani che si sono lanciati nella stessa impresa. 
Ma nella foresta questi idealisti hanno fatto un'esperienza molto dura, simile a quella che tanti cinesi hanno vissuto sulla propria pelle nel corso della rivoluzione culturale. Parlo delle purghe interne del Partito, un evento scioccante per molti; erano tutti ragazzi uniti dallo stesso ideale ma si è innescata una rete di denunce che nella foresta diventava ancora più spaventosa perché non esistevano tribunali, non esistevano giudici. Bastava che qualcuno ti accusasse di essere una spia o di non avere una giusta fede per essere ammazzato.
Il Barba è davvero un sopravvissuto perché da un lato non rinuncia a quelli che sono i suoi ideali politici, ma dall'altro non riesce a trovare una strada per realizzarli perché la guerra che i suoi compagni combattono non rappresenta più quello in cui lui crede. Al contempo non può tornare in una società di cui non condivide i valori, quindi l'unico posto per lui è la foresta. 


Parliamo del legame con la cultura occidentale: dall'arte alla letteratura, ci sono moltissimi riferimenti a Dostoevskij, Van Gogh, Defoe, Croce... che si uniscono a quelli alla cultura orientale. Vista la storia multiculturale di Singapore, quelle citate sono anche le sue letture, le sue coordinate culturali? 

Quello che il Barba racconta di sé è quello che io potrei dire anche di me stesso; da giovane ho letto proprio i libri citati da questo personaggio. Magari non li ricordo tutti esattamente e confesso che vorrei rileggerli. Tutti gli artisti e gli scrittori che cito ne L'Atelier sono miei amici, sono cresciuto con loro e sono parte essenziale della mia formazione personale. 


Una curiosità: quali sono gli scrittori che preferisce leggere?
Vuole sapere quello che sto leggendo adesso o quello che preferisco? Perché c'è una differenza sostanziale (ride n.d.r). Comunque quello che preferisco probabilmente è Herzog di Saul Bellow. E poi amo molto Milan Kundera, Italo Calvino e Orhan Pamuk. 


Un'ultima domanda: com'è essere un libraio indipendente a Singapore? 

Estremamente difficile; in tutti questi anni ho dovuto fare altri mestieri per riuscire a tenere aperta la libreria. Ho utilizzato quello che ho ricavato come scrittore per portare avanti il progetto. Pagavo un affitto ogni anno più alto e le spese sono difficilmente sostenibili con i soli introiti della libreria. Tre anni fa volevo chiuderla ma poi ho pubblicato L'Atelier a Taiwan e sono riuscito ad andare avanti. Stavo di nuovo per chiudere, quando una ragazza è arrivata a darmi una mando, aiutandomi con internet e i social network che mi hanno fatto guadagnare qualche altro cliente. Cinque anni fa, pur di tenere aperta la libreria, ho accettato l'incarico di manager responsabile di due grandi librerie di Singapore, ero responsabile dello scaffale in lingua cinese.
Poi quest'estate ho deciso di chiudere davvero; un gruppo di giovani però si è mobilitato perché la libreria, punto di riferimento per i lettori di qualità ormai da vent'anni, non morisse.
Oggi loro la gestiscono mantenendo il mio nome, quindi non mi occupo più della vendita dei libri ma posso dedicarmi solo alla scrittura. Dopo tutto è questo che fa uno scrittore, no?


A cura di Claudia Consoli








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