giovedì 18 settembre 2014

Essi vivono, e lottano contro di noi: "Stronzology" di Amleto De Silva

Stronzology. Gnoseologia della dipendenza dagli stronzi
di Amleto De Silva
LiberAria, 2014

pp. 175
€ 10,00


Quando andavo all'Università, erano quasi riusciti a convincermi che le parole servissero a capire le cose. Avete presente, no?, tutte quelle storie sul logos che è parola e anche ragione, e sul verbo che è anche Verbo e quindi Dio, e tutto il resto. Poi, lasciandomi alle spalle il fatato regno dell'Accademia per il più terragno mondo del lavoro, ho capito che il vero scopo delle parole è un altro: fregare la gente. Quando in ufficio senti dire: "Bisogna fare una chiacchierata con il cliente", significa che sta per arrivare un tizio il cui destino è essere avvolto da una nube purpurea di ciarle così fitta e densa e ottundente da prostrarne la mente ad un livello di prona obbedienza che non vada oltre l'articolazione di un semplice "Sì". È proprio la prima cosa che ho imparato negli uffici: "chiacchierata", nel mondo vero, sta per "inculata". Chi possiede il potere della parola, possiede il mondo. Già, ma chi possiede il potere della parola?

Semplice: gli stronzi.

Stronzology, il nuovo libro di Amleto De Silva, è un'indagine filosofica sul concetto di "stronzo" e le sue varie manifestazioni concrete, svolta non in forma di manualetto di auto-aiuto, ma nei toni e nelle modalità di una conversazione da aperitivo: multiforme, variegata e divertentissima. E proprio nel legame stretto e indissolubile che sussiste tra gli stronzi e l'uso accorto e sirenico della parola, che percorre il volumetto dall'inizio alla fine, sta uno dei fulcri dell'indagine.

Pensateci: cos’è che abbiamo noi e che manca agli animali? La parola, giusto? E cos’abbiamo noi che gli animali non hanno? Ve lo dico io: gli stronzi. Ci sono animali violenti, animali dispettosi, animali feroci, cattivi, farabutti, disgraziati, perfino simpatici e antipatici, ma animali stronzi, no. Perché gli animali non parlano, non comunicano tramite sovrastrutture masturbatorie: si mangiano tra loro, fanno l’amore, si prendono e si lasciano, magari soffrono, ma almeno non si prendono per il culo tra loro.

Non ci si pensa mai abbastanza, ma la parola è l'arma più letale di cui l'uomo dispone: crea e disfa, plasma, distorce, convince, dissuade. Lo sapevano bene i retori dell'antica Roma, per dire, e pure la Chiesa, che sulla Parola ci ha costruito una carriera plurimillenaria. E lo sanno benissimo soprattutto gli stronzi, che delle parole si armano come di lancia e scudo per ottenere sempre e comunque l'unico risultato che davvero sta loro a cuore: soddisfare i propri bisogni ed esigenze ed imporre la propria volontà. Va da sé che ottenere un simile risultato non si può senza la connivente complicità di una spalla adeguata che reciti il gioco della controparte, e appunto qui entra in gioco l'altro elemento dell'equazione: i cretini. Che, costituendo la maggior parte della popolazione italiana (De Silva stima un rapporto cretini – stronzi di 80 a 20), forniscono un terreno di caccia opportunamente vasto e fertile su cui imporre il proprio predominio assoluto.

Inoltre, guarda caso, i cretini sono debolucci proprio in quella particolare arte che serve a inguaiarli: sempre l'uso della parola. Non è mica poco, perché parola e pensiero sono collegati, e così pure pensiero e azione. Se hai un vocabolario limitato, sarà limitato anche il tuo pensiero: e ad un pensiero limitato corrisponde un agire da caprone. E i caproni, si sa, non fanno mai una bella fine, quando in giro ci sono i lupi; soprattutto quando fanno finta di non vederli, il che succede spessissimo.

Siccome non vogliamo vedere gli stronzi, ci rifiutiamo di ammettere la loro stessa esistenza, perché la cosa ci obbligherebbe a fare i conti con la nostra vita, ad analizzare le nostre capacità di reazione, la nostra stessa coerenza umana, allora ricorriamo ai trucchi più svariati per coprirci gli occhi.

Da Hitler al panettiere sotto casa, i più grandi stronzi dell'umanità si sono sempre serviti della debolezza degli avversari per affermare la propria superiorità. Ma il bello della loro natura è che, partendo da un medesimo principio unificatore, la loro specie ha saputo differenziarsi in una moltitudine di forme ingannatrici, tutte benevole all'apparenza e letali nella sostanza. Da buon filosofo, dopo aver fornito le leggi che ne identificano le caratteristiche essenziali, De Silva procede a classificare i dieci tipi di stronzo che è sempre meglio saper riconoscere, e ce n'è per tutti: dallo stronzo simpatico, che si fa bello a spese tue e tu non puoi dire niente perché rischi di passare per stronzo tu, a quello condominiale, che stabilisce la propria dittatura nel condominio rovinandoti la vita anche a casa tua; da quello che lo fa "per il tuo bene" a quello che lo fa per interposta persona, dall'artista all'organizzatore, e così via.

Non che riconoscerli porti tutto questo vantaggio: quando gli stronzi hanno individuato una vittima, è quasi impossibile fuggire. Però qualcosa si può sempre fare. De Silva consiglia essenzialmente due metodi con cui è possibile prevenire, se non curare, la malsana piaga che ci affligge. Il primo è "alzare l'asticella", ovvero

Diventate esigenti, per il vostro stesso bene. Cominciate a pretendere dalle persone che vi circondano, degli standard alti [...] una società che ascolta musica di merda, che guarda film di merda, e legge (e pubblica) libri di merda, è il terreno preferito degli stronzi. Voi abbassate gli standard, che è come aprire la porta di casa quel tanto che basta perché loro ci infilino dentro il piede, come i venditori porta a porta delle barzellette.

Il secondo è non cedere alle lusinghe dell'opportunismo (altrimenti diventate stronzi pure voi) e mantenere ferma la propria etica, anche negli affari:

Se voi, anche negli affari, avete un’etica, e restate brave persone, cominciate a pretendere altrettanto dalle persone che vi stanno vicino.

Sono delle ottime regole, e basterebbero anche solo queste due brevi citazioni a togliervi dalla testa, nel caso dovesse esservi frullata, l'idea che Stronzology sia un libro frivolo solo perché ha un titolo che fa ridere e un impianto espositivo improntato alla leggerezza del discorso. Tutt'altro. Stronzology è un libro che affronta in modo articolato un problema sempre più diffuso e reale (basta farsi un giro su Facebook per accorgersene); anzi, io mi sono stupito, leggendolo, che torme di scienziati negli ultimi anni si siano chiusi sotto i monti a elaborare strategie evolutive per garantirci la sopravvivenza come specie in caso di Apocalisse Zombie, e nessuno si sia mai posto il problema di cosa fare in caso di Apocalisse Stronzi.

Senza contare che De Silva non lesina di arricchire il suo discorso con esempi, aneddoti, storie di vita vissuta, paragoni musicali, citazioni letterarie e cinematografiche; per dire, in una sola pagina trovate citati uno dietro l'altro Mario Monicelli e Marcello Mastroianni, Grattachecca e Fichetto, Zygmunt Bauman e Thomas Hobbes. E non si tratta di citazioni buttate lì in modo accademico o pedante, ma sempre come se fossimo tutti a un tavolino con davanti un Negroni o qualsiasi cosa beviate voi, e ci stessimo facendo tutti una bella chiacchiera (non nel senso che ho usato nel primo paragrafo di questa recensione).

Insomma, un libro che vuole far "sorridere e riflettere", come dichiara lo stesso De Silva, e che con me è riuscito benissimo in entrambi i suoi intenti (più che sorridere, in effetti, a tratti mi ha fatto esplodere, anche in luogo pubblico). Leggerlo è stato un po' come mettersi gli occhiali da sole di John Nada, il protagonista di Essi vivono di Carpenter: quegli occhiali speciali che, una volta indossati, ti mostrano il mondo per com'è realmente, tappezzato di messaggi subliminali che incitano al consumismo e all'obbedienza e popolato di alieni travestiti da esseri umani.

Solo che quelli che ho visto ovunque, purtroppo, non sono alieni.

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