lunedì 30 giugno 2014

La dimensione dell'ancestralità


Il serpente di Dio
di Nicolai Lilin

Einaudi, 2014
pp. 343



Visto che siamo in Caucaso, in una terra impossibile da vivere secondo i canoni classici che noi occidentali traduciamo con civiltà, stato di diritto, tolleranza, mi viene in mente che più o meno all’altezza di questa fetta di mondo, indecisa tra Europa e Asia, si accavallarono molti miti, dal Vello d’oro a Giasone, dagli Argonauti al Tartaro. Quest’ultimo, nella tradizione letteraria greca, era il luogo sotterraneo dove Zeus relegò i Titani vinti. Da non confondere con l’Ade che era il regno dei morti destinato agli umani, il Tartaro era abitato da esseri mitici mostruosi. Qualcosa di questa mostruosità, risalente anche a prima del padre degli dei classici, risalente a Urano divoratore dei figli, deve essere emersa. Con pazienza ma tenacemente. È affiorata a condizionare il presente.
«Questo mondo non è reale. Anche se ti sembriamo vivi, in realtà siamo morti. Siamo ombre e il mondo delle ombre è fatto di buio. Nel mondo delle ombre non c’è posto per l’innocenza, non esiste chi ha ragione e chi ha torto. Esistono solo ombre informi che si muovono nel caos cercando invano di ritrovare una forma, di tornare uomini. Siamo morti, morti! Mi ci pulisco il culo con l’innocenza». 

È un passo del romanzo di Lilin ed è emblematico di questa folle corsa a ritroso. La corsa di persone che abbandonano secoli di progresso per rigettarsi senza scampo nelle origini ancestrali dell’umanità.
Perché Nicolai Lilin ci mette di fronte a una prova attraverso la lettura. Quest’ultima scorrevole, seppur a budella attorcigliate. La prova a cui dobbiamo sottoporci è scavare in noi stessi: ricordare che siamo parte integrante di un genere, l’Homo Sapiens, che è partito dalla caverne e dalle savane per conquistare il mondo e che si è lanciato in questa sfida con schemi morali, non dico inesistenti, ma diversi da quelli che abbiamo ora. Sembra banale dirlo ma non ce ne rendiamo conto, ovattati da quanto ci circonda, almeno alle nostre latitudini.
Le pagine del romanzo ci trasportano in un’altra dimensione, il retroterra che ci accompagnò quando innocente era la natura e noi eravamo più simili alle bestie. Dentro abbiamo conservato questo gene oscuro. Ricordate quando in “2001 Odissea nello Spazio”, il primo ominide fracassa le ossa e scopre la violenza? Lo strumento, un femore lanciato per aria in chissà quale giorno di decine di migliaia di anni fa volteggia nel cielo e diventa un’astronave. Nonostante la conquista dello spazio, siamo ancora imprigionati da quella agnizione.
Leggiamo un altro passo: «Ma per diventare un vero cecchino devi abbandonare la tua cultura. Devi cercare il tuo lato primordiale, scendere nel labirinto dell’anima, faccia a faccia con il tuo Minotauro, e lasciarti divorare». Lo dice una specie di maestro Jedi che sta istruendo un suo allievo.
Mi sto accorgendo che non ho rivelato alcunché di trama e personaggi: sappiate solo che si fronteggiano uomini feroci e dove un barlume di pace è tenuto in piedi non con chissà quali marchingegni giuridici ma attraverso, ancora, una consuetudine atavica. Per rispondere al mulino inarrestabile dei complotti, delle uccisioni, dei regolamenti di conti, dei doppi giochi, dei tradimenti, dei terroristi, delle truppe speciali russe, pare che possano bastare due bambini e uno scambio di oggetti sacri fra comunità cristiane e islamiche.
C’è una sottile linea rossa che lega i capitoli e questa è segnata da una coppia di adolescenti in fuga perenne. Costretti a essere grandi prima del tempo, avranno modo di smuovere l’animo anche di uno spietato agente operativo. Quest’ultimo, tremendo come la morte che procura, trova un sussulto di emozione mentre progressivamente si tramuta in uno spettro. Nel vero senso della parola: bianco, esangue. Il suo incedere finale sarà in qualche modo un riscatto. Mentre il più infido, il terrorista in combutta con i servizi segreti russi per loschi affari comuni, vede i peggiori fantasmi prima di spirare. Come a dire che anche nel momento purificatore per eccellenza, la morte sa comunque discernere e non si lascia disorientare. Manda perfino dei messaggeri, il serpente del titolo per l’appunto che potrebbe mordere velenosamente e invece consente proprio ai due ragazzi di sostenere una speranza.

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