giovedì 6 marzo 2014

Un poderoso ed appassionante classico: il conte di Montecristo





Il conte di Montecristo
[Titolo originale: Le Comte de Monte-Cristo]
di Alexandre Dumas
Oscar Mondadori

Tutti noi, alle scuole medie e poi alle superiori, ci siamo scontrati con il sommo capolavoro della letteratura italiana dell’Ottocento: “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. E una buona parte di noi ha concepito un odio irrefrenabile per le vicende dei due giovani promessi. Ingabbiati da analisi del testo, crocifissi da significati sottesi, incastrati da sottolineature sul periodo storico abbiamo perso di vista una cosa davvero importante: ovvero che “I promessi sposi” è un gran bel romanzo. C’è una trama piena di colpi scena, pathos, un certo grossolano umorismo e personaggi di grande spessore. Peccato che ci abbiano obbligato a leggerlo; perché se lo avessimo scoperto da soli, probabilmente, lo avremmo consigliato ad amici e parenti.
Gli studenti francesi hanno vissuto un simile trauma letterario a causa di un altro Alessandro: Alexandre Dumas padre. Probabilmente, costretti a sottolineare i riferimenti storici e a riflettere sui costrutti linguistici, concepiscono la nostra stessa antipatia per un’opera eccezionale: “Il conte di Montecristo”.

Pubblicato a puntate per ben due anni, dal 1844 al 1846, oggi lo avremmo definito, in modo ingiusto e poco lusinghiero, come soap opera. Il romanzo d’appendice, o feuilleton, prevedeva la pubblicazione dell’opera a puntate. Se noi oggi aspettiamo con ansia l’uscita dell’ennesima puntata di un telefilm, all’epoca aspettavano appostati davanti alle edicole per accaparrarsi la nuova pubblicazione.
La trama, vuoi per sentito dire o per i molti adattamenti cinematografici e televisivi che ne sono stati fatti, è nota. Edmonde Dantès è giovane, ma sta per vedere i suoi sogni realizzati: a breve diventerà capitano sul bastimento “Faraone” a soli 19 anni e sposerà la bellissima Mercedes della quale è innamorato da sempre. Tutta questa fortuna fa però invidia a molti: Danglars, scrivano del “Faraone”, si vede soffiare la possibilità di una promozione e Fernando, rivale in amore, non sa rassegnarsi alla perdita di Mercedes. I due ordiscono così un piano contro Dantès: con una lettera anonima accusano il giovane di essere una spia bonapartista che trama per il ritorno di Napoleone dall’Elba. Per intrighi politici ed interessi personali, Edmonde viene imprigionato il giorno stesso del suo matrimonio e lasciato in una segreta per 14 anni. Qui incontra il sapiente Faria che gli regala tre cose: l’idea della vendetta,
Nelle ore di meditazione, che per lui erano passati come minuti secondi, aveva preso una terribile risoluzione e fatto un formidabile giuramento. (..)“Sono mortificato di avervi aiutato nelle vostre ricerche e di avervi detto ciò che vi ho detto.”“Perché?” domandò Dantès“Perché vi ho inoculato nel cuore un sentimento che prima non c’era: la vendetta.”
una vasta cultura,
“Ahimè figlio mio” disse “la scienza umana è molto limitata, e quando vi avessi insegnato le matematiche, la fisica, la storia e le tre o quattro lingue vive che parlo, voi sapreste quello che so io. Tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito nel vostro in due anni.”
e l’ubicazione di un prezioso tesoro, nascosto sulla piccola e rocciosa isola di Montecristo.
“Questa carta, amico mio” disse Faria “ora ve lo posso confessare perché vi ho conosciuto meglio, questa carta è il mio tesoro di cui, da questo momento, la metà è vostra.”
Alla morte del dotto compagno, con una fuga che merita l’abusato aggettivo di “rocambolesca”, Dantès si appropria del tesoro e nascoso e riemerge alla vita sotto il nome di Conte di Montecristo, la maschera che da allora porterà. Dedica quindi la sua vita e le sue sterminate ricchezze nell’ottenere vendetta verso coloro i quali lo fecero imprigionare, ormai uomini ricchi e potenti della Parigi monarchica.

Chiudendo con un tonfo lo spesso volume si ha l’impressione di aver letto almeno tre diversi romanzi. Non solo perché si tratta di un romanzo d’appendice doveva tenere ben vivo l’interesse del lettore, ma perché raramente si assiste ad una così completa metamorfosi di un personaggio letterario. Il giovane Dantès che viene imprigionato nel castello d’If è un puro, naive nel senso più profondo del termine. Il conte di Montecristo è colto, raffinato, esperto di tutte le arti e spietato; riporta quasi i tratti del Dracula stokeriano nell’estremo pallore e nelle mani sottili. Quando, compiuta la sua vendetta, dichiara la sua vera identità a Fernando anche noi subiamo lo shock della rivelazione: quasi non ricordavamo più chi si celava sotto la maschera intarsiata del conte di Montecristo.
La narrazione è prolissa e talvolta si seguono, con dovizia di dettagli, le vicende di altri personaggi che sembrano non avere nulla a che fare con il filone principale, ma che si rivelano essere solo un filo nel complicato arazzo che il conte tesse per incastrare i propri nemici. Ogni tassello va a posto nel correre delle ultime cinquanta pagine e non fa rimpiangere di aver aspettato così tanto.
Da lettrice donna, posso solo appuntare la pochezza delle figure femminili che sono o un modello di virtù angelicale, e quindi poco interessanti, o delle spietate ed immorali avvelenatrici. Si salva solo Eugenia, figlia di Danglars e artista dallo spirito libero che però, si intuisce tra le righe, viene velatamente condannata dallo stesso autore. Ma non è certo questo il romanzo adatto per la discussione del ruolo della donna in letteratura.
Ci sono persone predisposte al vizio e all’assuefazione: diciamo solo che, se fossi stata una lettrice di metà Ottocento, avrei aspettato con molta ansia l’uscita della puntata del Conte di Montecristo. Leggendolo a quasi due secoli dalla pubblicazione ho avuto la fortuna di non farmi così divorare dalla curiosità.

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