martedì 25 febbraio 2014

Il padre come specchio: Geologia di un padre di Valerio Magrelli

Geologia di un padre
di Valerio Magrelli,
Einaudi, 2013

€ 18
pp. 160




Solenni fontane, imponenti scalinate vegliate da statue, tempietti indecisi tra un nervoso barocco e un freddo razionalismo sono questi progetti dell’architetto Giacinto ad aprire il monumento aere perennius che Valerio Magrelli, suo figlio, gli erige con il suo libro. Duello di tratti grafici oppure medesima tendenza ad esternare la propria volontà di sfuggire alla fragilità? Parricidio o figliolanza? Forse entrambe.

Ma andiamo con ordine. Geologia di un padre è stato apprezzato dalla critica e anche dai lettori (ha vinto il Supermondello ed è arrivato in finale al Campiello) perché, con tutta probabilità, unisce alla velocità di lettura (capitoli brevissimi e intensi) una complessità e una delicatezza di sentimenti che colpiscono e fanno meditare. Il poeta, che da qualche tempo ha eletto la prosa come suo agone, ripercorre, attraverso frammenti riflessivi o lacerti mnemonici, la parte di esistenza condivisa con chi l’ha generato. Il discorso non risulta spezzettato, ma coerente come una confessione che procede per analogiche congiunzioni e per ritrovamenti occasionali, soffermandosi però con particolare perizia sul periodo del decadimento fisico del genitore e della malattia che lo destinerà alla morte. Il tutto variando i toni: dal grottesco al tragico, dal comico all’intimista. Raccontare la dissoluzione per uccidere e annullare meglio il potere della creazione e così poter innalzare sé stessi? Progetto troppo sordido, persino per un poeta! Mostrando le sotterranee affinità tra i due Magrelli, Valerio racconta sé stesso attraverso Giacinto come in una ricercata fusione di destini: il complesso edipico è superato, forse, ma sopravvive un’oleosa influenza: 
«È che mi sono accorto di essere ancora schiavo di un meccanismo mimetico da cui mi consideravo ormai in salvo» (p. 41).
La sensazione non è dunque quella di un parricidio necessario, ma al contrario del bisogno di consumare, e quindi portare a maturazione, un processo di possessione e impossessamento. Si abbassa il potere genitoriale ad una carnalità offesa, ad una pietosa fragilità – alcuni potrebbero vederci persino aspetti di bachtiniano carnevale – per poter cogliere l’uomo, per poterlo fare proprio e continuarlo. 
«Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato» (p. 29) 
afferma. Una continuità che si attua in alcuni gesti, in alcune espressioni: scoprire dentro di sé una predestinazione, una radice, e pacificarsi con essa, così da poterla accogliere ed evitare una perdita definitiva, evitare di essere davvero orfani.

Se di caricatura si tratta – come alcuni critici hanno già notato – è una caricatura di sé stessi, di un io futuro, fragile e indifeso, ammantato di una tenerezza tragica: è il riconoscimento di una comunione di destini umilmente carnali. L’autore in questo modo vuole riportare l’uomo al di fuori dell’autorità così da poterlo comprendere, abbracciarlo e, in conclusione raccontarlo e quindi custodirlo. L’opera, più che una geologia del padre, è in realtà un altare antiretorico.

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