lunedì 10 febbraio 2014

"Trauma di Stato" di Alessandro Didoni


Trauma di Stato
di Alessandro Didoni
Autodafè, 2013 

pp. 220


Tutto quello che ruota attorno al G8 di Genova e agli eventi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto del 2001 è ancora una "ferita aperta" in Italia; per questo motivo scrivere un libro, o fare un film come il commovente Diaz. Non pulire questo sangue del 2011 di Daniele Vicari, significa compiere un gesto politico, molto lontano dal mero esercizio di stile letterario.

Alessandro Didoni costruisce il romanzo Trauma di Stato come la cronaca di una ferita mai rimarginata, ancora più insuperabile perché nata in un contesto come quello del G8 dove la repressione di Stato, secondo l'autore, ha avuto i connotati di un'autentica strafexpedition.


La trama ruota attorno a Marco Allievi e alla sua solitaria e noiosa vita milanese, tra il parco Lambro e un lavoro alienante come quello da guardiano notturno, che lo fa testimone di molti dei disagi della classe lavorativa medio-piccola. È un ritratto onesto della crisi come la vedrebbe una persona semplice e ordinaria.
La narrazione si svolge sotto gli occhi di una voce narrante in seconda persona singolare, che mantiene distacco ed estraneità ma tende a svelare forse troppo, togliendo spesso al lettore potere immaginario. Questa scelta dell'autore, però, si potrebbe spiegare con la figura del giornalista Guidi che pedina e spia per sei mesi l'Allievi, dando al lettore quasi l'impressione di trovarsi di fronte al resoconto e alle impressioni del giornalista, che condivide con lui opinioni e giudizi. L'idea è avvincente: lontano dallo stile tabloid, un giornalista narra le vicende di un soggetto che ha "studiato" per mesi e verso il quale ha iniziato a provare una sorta di empatia che ora vuole trasmettere ai lettori, senza comunque mai rendere palese la sua identità di voce narrante e rimanendo nell'ombra.
La narrazione privata del protagonista è intercalata da brevi capitoli, che riportano due figure oscure che tramano un piano “sovversivo” attraverso macabri esperimenti. Questi intermezzi costruiscono un buon senso di attesa e mistero che, assieme al colpo di scena, dona un buon ritmo a Trauma di Stato
I dialoghi sono convincenti, soprattutto quelli tra Marco Allievi e Shelly, nome fittizio della prostituta romena Ioana che funge da contrappeso femminile alla disperazione interiore del protagonista; questi compie un percorso interiore ed esteriore di riscatto, passando dal ruolo di inetto a quello di “agente”, non più in balia degli eventi.
Tra i pregi di Trauma di Stato non c’è solo il riscatto personale che Marco Allievi compie riprendendo in mano la sua vita, ma soprattutto i primi capitoli ambientati in una Milano caotica che isola il protagonista, facendogli vivere una quotidianità coatta e meccanica.

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