martedì 19 novembre 2013

#vivasheherazade - Sputando (ancora) su Hegel: Dividua. Femminismo e cittadinanza.


Dividua. Femminismo e cittadinanza.
di Emma Baeri Parisi
con letture di Elena Caruso Raciti e Antonia Cosentino Leone
Il Poligrafo, 2013
pp. 294
€ 22,00

All’inizio del mese di ottobre è uscito per la casa editrice Il Poligrafo l’ultimo scritto della femminista catanese Emma Baeri Parisi: Dividua. Femminismo e cittadinanza.
Un libro prezioso che, riproponendo e adattando alcuni scritti già pubblicati dalla Baeri, espone un cammino che ripercorre alcune delle fasi fondamentali del femminismo storico e che semina molte domande sulla via. Una lettura scandita da parole chiave. E non è certo un caso questa attenzione alla parola, da sempre oggetto di discussione tra le femministe che sanno bene che “parlare non è mai neutro”, come scriveva Luce Irigaray. Termini che si riempiono di significati riecheggiandosi tra le pagine.
Memoria: quella delle donne escluse dalla storiografia ufficiale, delle compagne che vogliono trasmettere i frutti delle passate stagioni politiche a chi – nonostante non le abbia potuto vivere – le sente come proprie.
Uguaglianza: parola che era lotta in passato, ma ora temuta perché sinonimo di forzata identificazione a qualcosa che uguale non è.
E quindi la parola più splendente nel libro. Differenza: parola femminile che dovrebbe essere riflessa nelle scelte politiche, nel linguaggio e nei simboli per rappresentare correttamente tutti i cittadini e tutte le cittadine. Lo scopo da raggiungere è l’ inclusione delle donne, e delle loro diversità, nel sistema democratico, scopo ancora lontano dall’essere raggiunto – nonostante le apparenze –  perché, come scrive la Baeri:

Le donne, io, camminiamo ancora oggi su un territorio ancora ambiguo, tra natura-casa e cultura-carriera, tra destino e scelta, tra lavori ancora sommati, un percorso sdrucciolevole tra l’arcaica comunità delle donne in carne e osa e la storica società degli uomini in carne e ossa, uno spazio quest’ultimo nel quale siamo entrate a patto di lasciare il nostro corpo fuori dalla porta.

E da qui il neologismo che dà il nome al libro, l’insita divisione interiore (corporea) ed esteriore (sociale) che vive la donna:

Noi donne non siamo individue (etimologicamente, in-dividuo = entità non divisibile, unità radicale del corpo, interezza) siamo dividue, e con questa dividualità lo statuto teorico e politico della democrazia moderna deve ancora fare i conti, visto che essa ha avuto effetti sostanziali rispetto all’attribuzione dei diritti nel tempo.

Femminismo e cittadinanza sono quindi strettamente collegati, perché l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica non è altro che la conseguenza della millenaria esclusione delle donne dal piacere sessuale, appannaggio solo dell’uomo che, come insegnava Carla Lonzi, ha un unico organo che adempie alla funzione riproduttiva e all’appagamento erotico, a differenza della donna.
Emma Baeri Parisi
La scrittura lucida e saggiamente interrogativa della Baeri giunge materna e appassionante sia ai lettori che sono nuovi al linguaggio e alle tematiche femministe sia a quelli che li praticano già. L’autrice, che è una delle fondatrici della Società Italiana delle Storiche, ripercorre alcune tappe del suo vissuto di ricercatrice e di femminista:  le memorie della sua attività di insegnamento - anche del breve periodo al carcere di Catania - la nascita del gruppo femminista Le Voltapagina, gli incontri nazionali a Paestum.
Attorno ai suoi racconti gravitano le parole e le memorie di altre donne, vere e proprie madrine del libro: Olympe de Gouges, Renate Siebert, Adrienne Rich, Carla Lonzi, Annarita Buttafuoco. E tra la proposta di un Preambolo alla Costituzione Italiana e una riflessione à la Kristeva  su linguaggio e soggettività, affiorano tra un capitolo e l’altro intime e lenitive rime, scritte in varie occasioni dall’autrice stessa, esempio diretto di quell’écriture féminine celebrata da Hélène Cixous.
Dividua è uno scritto che interroga continuamente il lettore, lo fa mettere in discussione riguardo alle numerose questioni proposte dal libro. A volte sono indagini che si dispiegano in più pagine, come la riflessione sulla filiazione (accettata e superata?) tra il femminismo post-moderno e le filosofe della differenza sessuale; o ancora come il complesso dibattito sul post-porno, nuova forma politica femminista o esasperazione del privato che diventa troppo pubblico? Altre volte la questione si fa breve intuizione, che colpisce il lettore ma non lo abbandona: è il precariato un forma attuale di patriarcato? Velo sì o velo no?
Come nei gruppi di autocoscienza femminile, anche in Dividua l’autrice si confronta dialogicamente con altre donne: le coautrici del libro (che come la Baeri scelgono di firmarsi col doppio cognome, illuminando così il dimenticato retaggio materno della loro identità nominale) sono due giovani femministe catanesi che interpretano la riflessione di Dividua alla luce del loro vissuto.
Le parole vulcaniche e coinvolgenti di Elena Caruso Raciti, “femminista 2.0” che giustamente registra la diffidenza e la disinformazione con cui i giovani si avvicinano (o si allontanano) dal discorso femminista:

La mia generazione, che si considera emancipata, non conosce il femminismo nonostante ne abbia un disperato bisogno, ne prende le distanze e ne è attratta, in un moto contraddittorio di legittima difesa che chiede risposta.

A seguire la riflessione arguta e matura di Antonia Cosentino Leone, che avanza l’idea che “di questione maschile si tratta”. Già la Baeri aveva auspicato un “contagio della differenza” per gli uomini, conseguente e parallelo al “contagio dell’uguaglianza” che coinvolse le donne dal Settecento in poi. Ora la Cosentino aggiunge:

Che non serva anche a loro un cerchio come lente d’ingrandimento sulla propria sessualità? […]E se veramente riuscissimo a immaginare una cura dei figli equamente suddivisa tra i genitori? Se il congedo di paternità fosse obbligatorio per gli uomini, si produrrebbe un riequilibrio nel mercato del lavoro? È necessario, irrimandabile, ripensare una differente economia del tempo, di lavoro e di cura, una sua ridistribuzione.

Le tre autrici del libro
In definitiva Dividua è un libro da leggere attentamente e da far proprio. Consigliato a tutti i cittadini e cittadine: agli uomini che credono che il femminismo non li riguardi, ai giovani che non colgono il significato di questa parola, alle lonziane donne clitoridee e donne vaginali. Una lettura che è un dovere/piacere, un momento di formazione per la coscienza civile di tutti. La posta in gioco è il futuro delle nostre figlie e delle nostre nipoti: per poter farle crescere “senza interiorizzare la paura della violabilità del proprio corpo” il doppio binomio “natura-casa” e “cultura-carriera” deve essere superato. La meta è l’auspicabile comune visione del femminismo non come vacua ideologia, ma come “irrinunciabile strumento di metodo, una risorsa politica ed epistemologica”.



Serena Alessi

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