martedì 11 giugno 2013

#Anteprime13 - La cronaca della seconda giornata

8 giugno 2013

In piazza Duomo Valerio Massimo Manfredi racconta del suo prossimo libro, che racconta dell'Odissea e, in particolare della visita di Ulisse nell'aldilà. Anche l'anno scorso il classico greco era al contro dell'anteprima di Manfredi, che ha riconfermato il grande successo presso il pubblico dei lettori, stipati ad ascoltare le anticipazioni non solo in piazza, ma anche nelle vie circostanti. Un tema non semplicissimo da affrontare, soprattutto quando si parla di fonti e di richiami mitologici, ma la conversazione tra Valerio Massimo Manfredi e Antonio Franchini è perfettamente ritmata, non conosce punti di incertezza (fossero sempre così i rapporti tra scrittore ed editor!). 


Poco più in là, nel Cortile del Chiostro, Vittorino Andreoli presenta il proprio libro: l'amatissimo psichiatra riconferma, oltre all'acutezza, la sua grande ironia, fatta di sorrisi, battute, e gesticolare amichevole. Il tema del nuovo libro è decisamente impegnativo: oltre cinquecento pagine per rispondere all'ossessione della fede: la percezione del proprio limite è importantissima, ed è intrinseca alla condizione umana. Andreoli precisa subito di essere un non credente, però profondamente affascinato dall'uomo Gesù e rispettoso nei confronti dei credenti. 
Così, in questa opera titanica, che l'editor ha aiutato a ridurre di un centinaio di pagine, Andreoli arriva a far sdraiare Gesù sul proprio lettino da analista. Ma non si accusi di blasfemia: con grande rispetto, piuttosto, lo psichiatra veronese mira a dimostrare che Gesù non era un paranoico, ma a partire dallo studio delle Scritture si ritorna all'idea messianica di Cristo. 
Un paio di frasi da ricordare: 
Anche noi "psico-cosi" abbiamo contribuito a distruggere l'autorità, quando volevamo aiutare a distruggere l'autoritarismo.
Senza Freud, noi psichiatri saremmo morti tutti di fame: uno psichiatra che non parla di sesso è finito. 

Sono quindi tornata in Piazza Duomo per ascoltare l'incontro con Niccolò Ammaniti, uno scrittore che negli anni ho sempre letto, anche se non sempre con lo stesso entusiasmo. Ciò non toglie che Ammaniti sia uno scrittore carismatico, sulla pagina come dal vivo, e fin da subito rompe il ghiaccio con un messaggio ironico anti-Anteprime:
Parlare dei propri libri mentre si scrive è come parlare di sesso mentre lo si fa! Dopo va bene, ma durante...
Ad Anteprime succede anche questo: che uno scrittore arrivi al festival dopo aver appena abbandonato un progetto. Ammaniti, che stava scrivendo da oltre un anno un romanzo, ha capito che non lo soddisfaceva e ha preso la decisione difficile di accantonarlo. E' così l'occasione per tornare al problema della fatica della scrittura: non c'è niente di peggio che avere un'immagine in testa e non riuscire a metterla su carta. Gli è appena accaduto con l'inizio del romanzo: ha passato tantissimo tempo a cercare di descrivere un uomo che esce di casa al tramonto. Secondo Ammaniti, quando la scrittura si impiglia e si fa difficoltosa, è meglio rinunciare e ricominciare. Anche perché delle parole bisogna essere avari: ormai, Ammaniti tende a "non buttare via nulla", a rispondere a monosillabi a sms e a email, perché sono tutte parole sottratte alla narrazione. 
Più che parlare delle novità, allora Ammaniti traccia un percorso tra i libri che ha scritto, facendo un po' di autoesegesi: ad esempio, ha notato che i libri in prima persona sono normalmente più sintetici (i "piccoletti"); o che Come Dio comanda (il "grandetto") è stato al tempo stesso il libro più cupo ma anche quello che lo toccava di più. Ripercorre con un po' di commozione l'esordio di Branchie e dà la sua preferenza alla scena di sesso alle terme di Saturnia in Ti prendo e ti porto via
Anche Ammaniti finisce a parlare della trasposizione filmica dei propri romanzi, come il giorno prima aveva fatto Dan Brown: con Io e te racconta la difficoltà di trovare un finale coerente con il libro, dal momento che "la letteratura a volte con le parole addolcisce la realtà. Il cinema non può". Questo porta Ammaniti a questa affermazione: 
Sarei forse più felice se tradissero del tutto il libro: se i film ci assomigliano, non ci si emoziona, perché il lettore si è creato una propria storia. 
I fan di Ammaniti non devono scoraggiarsi: pare che, dopo l'abbandono del libro in corso, ci sia un progetto più stimolante, e che ci siano già oltre trenta pagine. 


Fois o Perissinotto? Ero a dir poco combattuta, ma alla fine ho preferito seguire chi non avevo mai incontrato, e dunque lo scrittore torinese. Alessandro Perissinotto si è presentato ad Anteprime con il suo romanzo La colpa dei padri, tra i 12 candidati al Premio Strega di quest'anno. Nel romanzo, confronta l'oggi con gli anni Settanta della Torino dominata dalla Fiat: non da una prospettiva storica, ma narrativa. Infatti, secondo l'autore, sono le vite che fanno cambiare atteggiamento, non i numeri della grande Storia. 

Il libro nasce dall'idea che l'anno prossimo compio cinquant'anni, e i ricordi iniziano ad avere il sapore della testimonianza. [...] Senza mettere a posto i tasselli del ricordo, siamo sguarniti davanti alle sfide del tempo.
Le colpe dei padri racconta quanto un incontro casuale possa cambiare sensibilmente la vita, e come non ci si stanchi mai di chiedersi "chi siamo?" a partire dal sempreverde tema del doppio. 
Venendo ancora una volta alla fatica della scrittura, Perissinotto racconta gli errori più comuni che compiono i suoi allievi dei corsi di scrittura: non tengono presente il punto di vista del lettore, e si affrettano ad appagare la propria urgenza di esprimere. In realtà, è necessario tenere sempre al centro della riflessione la domanda "come andrà a finire?", stimolando la curiosità di chi ci legge. Bisogna ricordare che il romanzo non è fatto di idee, ma di scrittura! E ancora, riuscire a narrare le vicende di un personaggio detestato è stato una vera impresa. 
Perissinotto, molto disponibile a raccontarsi, ci regala anche qualche anteprima del libro che sta scrivendo: sarà ambientato a Shanghai, e protagonista sarà un genitore che si ostina a riaffiggere la foto della figlia morta su un cartello stradale... 
Una frase da ricordare:
Non solo la modella è importante; conta come la dipingi.



Poi, di nuovo in piazza per ascoltare il poliedrico Mauro Corona, un ospite affezionato di Anteprime, che già l'anno scorso aveva portato la sua ironia terragna e concreta, legata alla natura e all'autenticità in via di dispersione. Si tratta di quella "profondità di superficie" che è propria dell'autore, e così i ricordi nella sua scrittura si ammantano di mondi andati, improbabili da ritrovare (ma non impossibili, come lascia immaginare più volte l'autore). 
Particolarmente toccante è il racconto di come si è avvicinato al disegno e alla scultura, grazie all'aiuto del nonno, che gli ha insegnato a pazientare. Infatti, prima di scolpire, bisogna imparare a disegnare, e quindi serve una matita, a cui fare la punta in primis. L'arte della pazienza e della gradualità sono tutt'uno con la saggezza dei tempi andati. 
Ma non si pensi a un incontro totalmente nostalgico: come sempre, Corona sa portare il pubblico dalle risate alla commozione, con uno schiocco di dita.


Uno degli incontri più attesi del sabato era senza dubbio quello con Orhan Pamuk. Lo scrittore turco ha subito precisato di essere combattuto tra la gioia di essere a Pietrasanta e la paura per quanto sta avvenendo in questi giorni a Istanbul. Pensa che tutti a Istanbul abbiano un ricordo memorabile nella piazza di Taksim, come quando, da bambino, ha assistito a una veglia familiare per aspettare il taglio del castagno davanti a casa.
Passando alla scrittura, Il museo dell'innocenza ha per protagonista un uomo infatuato del sentimento e partecipa al "grande negoziato dell'amore". Il romanzo, scritto come se fosse un catalogo museale, fa anche riferimento a un luogo fisico, un museo che è stato aperto quindici mesi fa non solo per i lettori di Pamuk, ma per tutti. Questo progetto ha assorbito moltissimo Pamuk, che per cinque anni non ha pubblicato niente. Ma adesso è tempo di ricominciare: si tratta di una storia ambientata a Istanbul, e che prende atto dei tanti cambiamenti che hanno fatto della città un luogo più libero e dai colori più vivaci. Il protagonista sarà un venditore ambulante di yogurt negli anni Sessanta. 
Una frase da ricordare:
I miei primi 20 anni di scrittore, li ho passati senza accorgermi che parlavo sempre di Istanbul.

Appuntamento a domani con la cronaca della terza giornata!
 
  

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