venerdì 3 maggio 2013

"Resistere non serve a niente" di Walter Siti

Resistere non serve a niente
di Walter Siti

Rizzoli, 2012

pp.320
€ 17,00



L’ultimo romanzo di Walter Siti, che fa parte della rosa di libri candidati al Premio Strega 2013, reca in esergo una frase che dice:
La narrativa è più sicura: tanti editori avrebbero paura a pubblicare saggi su questi temi.
La citazione è di Graham Greene e introduce subito il lettore nel vivo di un terreno accidentato, in cui temi scottanti e scomode verità diventano materiale per la costruzione di un grande romanzo contemporaneo.

Siti sceglie la finzione per indagare quella che viene comunemente definita “zona grigia” tra l’alta finanza e la criminalità. Un mondo più che mai reale che viene dipinto attraverso personaggi a tutto tondo, che si muovono come pedine intelligenti sulla scacchiera della politica corrotta e dell’economia internazionale, incarnazione di una società che versa in uno stato di completo deterioramento morale, in cui “opprimere è un piacere, essere primi un imperativo e il possesso è l’unica misura del valore.” Il romanzo si apre con l’agghiacciante scena di un’ esecuzione di stampo mafioso e con un breve intervento-saggio sul divario tra prostituzione reale e prostituzione percepita nella nostra società. Il lettore viene immediatamente trascinato dentro un mondo dominato da logiche alternative a quelle condivise, nel quale “la fluidità di mercato equipara il corpo a una cedola” e il denaro non è altro che un “necessario passaggio intermedio per una transazione psicologica” attraverso la quale l’escort fa sentire l’uomo padrone, mentre lui la fa sentire libera di usare il proprio corpo come vuole.

Le escort gestiscono il loro capitale con la stessa flessibilità con cui la finanza gestisce gli azzardi, e non si percepiscono come prostitute esattamente come i maghi della finanza non si percepiscono come truffatori pur evitando i controlli e mettendo in circolazione prodotti dal contenuto non limpido.
Bastano le prime pagine a coinvolgere e turbare e a dare la consapevolezza di non trovarsi di fronte al solito romanzo rassicurante che rafforza le certezze senza ingenerare dubbi. Siti non guida per mano dolcemente, ma introduce brutalmente nel mondo delle feste patinate, nelle discussioni tra ricchi banchieri, broker, starlette televisive, imprenditori tuttofare. I loro dialoghi sono “sempre in bilico tra la sciocchezza recitata e il conformismo contro corrente” e bastano frammenti di conversazione per cogliere l’assurdo di certa società. Con l’arma della letteratura, Siti ne indaga i segreti inconfessati.
Si impara, così, a familiarizzare con Tommaso, ragazzo di borgata, una lunga storia di obesità e bulimia alle spalle, matematico mancato e oggi broker affermato che tenta con donne, lusso, appartamenti e viaggi di coprire quel senso di inadeguatezza che il suo passato gli ha lasciato in eredità: l’adolescenza vissuta alla periferia del sistema, l’eterna lotta contro la “crudeltà cannibale degli specchi”, un padre di cui deve nascondere l’identità e la storia (“Papà Santa, sua diversità e suo segreto”), la fragilità di un edipo per nulla risolto. Uomo-elefante, uomo-cicatrice che cerca di salvarsi con la leggerezza della sua materia grigia, Tommaso accetta di raccontarsi sul teatro del romanzo, un po’ per vanità un po’ per bisogno di un esame di coscienza “egoistico, affannoso perché in ritardo.” La definizione del personaggio va di pari passo con il racconto della sua storia e con la descrizione del sistema marcio in cui si muove; creatura d’autore, scopre se stesso con la fabulazione e arriva a chiedere allo scrittore:
Devi dirmelo tu chi sono.
Accanto a Tommaso, Gabry, la modella e olgettina intelligente, così terrena e così irraggiungibile, che usa il suo potere sugli uomini non tanto per superba arroganza, quanto più per stanco adeguamento a un apparato che l’ha creata e che, in fondo, non è così male. E, in un progredire vorticoso, conosciamo anche Edith, la scrittrice impegnata, Morgan il mafioso internazionale. Frammenti di storie, luoghi comuni, conversazioni inconcepibili in un convulso gioco di continui cambi di punti di vista. Siti sceglie il miglior modo possibile per descrivere un universo senza centro.
Anche i termini usati, in larga parte tratti dal lessico finanziario, restituiscono l’idea di un caos turbinoso: high-frequency trend, bilanci aziendali, fondi, agenzie di rating, titoli di stato… unici valori di un mondo in cui le transazioni economiche sono l’unico momento in cui le persone scambiano davvero qualcosa.
La struttura narrativa è complessa, multi-livello: da un lato l’autore fa agire e parlare i personaggi, dall’altro interviene - figura tra le altre – a muovere le fila di un discorso articolato. L’autore-personaggio pone sotto riflessione il romanzo stesso e, in un perfetto esempio di metanarrazione, parla al lettore guidandolo nell’evoluzione del racconto, talvolta suggerendogli quelle motivazioni nascoste, sottese ai comportamenti dei personaggi e che loro stessi non sempre sembrano conoscere. Come Svevo con il suo Zeno, Siti sa che i suoi personaggi sono bugiardi e spesso omettono le proprie ragioni vergognandosene, e allora racchiude in note il proprio pensiero su di loro, postille di un giudizio che – nonostante tutto – non appare mai insindacabile. Si addentra in un mondo che va osservato senza smettere mai di problematizzare perché i valori assoluti sono definitivamente caduti e la distinzione tra bene e male è quanto mai labile. Rapporti di famiglia, amore e amicizia, sesso, inganno, sfruttamento chiedono di essere valutati rinunciando all’aprioristica definizione di “giusto” e “sbagliato”.
Lo scrittore è un burattinaio che muove le maschere, un autore-personaggio che non incarna perfettamente il prototipo del narratore onnisciente. Sicché umilmente dichiara:
Eccomi qua, con questo progetto di “narratore onnisciente” che m’ha sempre fatto arrossire; onnisciente sarebbe solo Dio, se esistesse. Per proporti come narratore onnisciente, o devi presumere tanto da te stesso o richiedere splendore alla tua epoca.
Nonostante questo, si riserva degli spazi per dire la sua, come il riuscitissimo Intermezzo a metà romanzo in cui esordisce dicendo:
Pronto? Qui parla l’autore… Lo so, avevo promesso che non mi sarei più ripresentato sul proscenio – non avrei mai più ostentato la mia persona ma avrei obbedito con ligia sobrietà alle regole del narratore onnisciente, integrando e inventando quando mi fossero mancate le informazioni […] ora è in gioco la natura stessa del mio mandato,il committente minaccia la revoca dell’incarico e ciò facendo scalza alla radice le motivazioni e il senso della scrittura.

Il mandato altro non è che la scrittura del romanzo; il committente è Tommaso che, a un certo punto, vacilla e sembra avere dubbi sull’impegno preso con l’autore; le motivazioni e il senso della scrittura stanno nella responsabilità del racconto non certo come arma per fare giustizia, ma sicuramente come strumento per la ricerca di qualche giustizia e verità in un mondo dominato dall’illegalità dell’azione. Ma in fondo i due grandi attori del romanzo sono “utili” l’uno per l’altro: Tommaso racconta i propri tormenti perché “delle ossessioni bisogna toccare il fondo.. e poi risalire a piedi”, Walter dichiara di averlo usato come “stuntman, quello che esegue le scene pericolose”. Si è servito di Tommaso e dei suoi amici/nemici per raccontare il tema che da sempre cattura i lettori: la fascinazione del male.
Resistere non serve a niente è interessante anche perché è un testo che trasversalmente tocca diversi generi: è un romanzo che a momenti sfiora il saggio, l’indagine sociologica e politica, l’attualità. È un’opera-mondo che descrive la “criminalità finanziariocentrica” meglio di come farebbe un puro saggio, fa entrare il lettore dentro dinamiche che può solo immaginare e dopo tutto ignora. A tratti un po’ distopica, pur parlando del presente, è un’opera che, come si legge nella quarta, “prefigura un’alidlà della democrazia”, nelle ultime pagine definita “il dio morto della modernità che sopravvive come idolo di cartapesta”. Siti racconta la democrazia morente e le implicite oligarchie su cui si regge il mondo occidentale, dove la parola d’ordine è “evadere” in senso proprio e figurato. E la grandezza del libro sta nel fatto che lo fa con la letteratura la quale è rimasta forse “l’unico guardiano che non si lascia corrompere”.

Claudia Consoli

1 commenti:

Anonimo

bella recensione. L'illegalità dell'azione