martedì 16 aprile 2013

Il primo grande romanzo sulla guerra in Iraq


Yellow Birds
di Kevin Powers

Einaudi, 2013 (2012)
pp. 192


L’Occidente se ne sta ancora lì, impantanato tra la Ur dei caldei e remote tracce bibliche. E noi crediamo di condividere, da casa, chissà quale dramma ogni volta che una bara torna avvolta in una bandiera. Ma la vita del soldato nei martoriati villaggi e città irachene è inimmaginabile. O meglio, lo era fino a questo libro, di un esordiente americano, il primo grande romanzo su quanto sta accadendo lungo il Tigri e l’Eufrate, a Baghdad, sullo Shatt al-Arab. Lirico e veritiero, energia impietosa di colore rosso sangue, che ti folgora come l’entità cieca che è la guerra, capace di sfregare «a terra le sue mille costole in preghiera» e prendere paziente quel che può.


Il soldato Bartle, l’io narrante, è prigioniero tre volte, e ciascuna di queste prigioni s’interseca con l’altra, si compone, scompone e olia un ingranaggio di morte. La prima prigione è, ovviamente, la divisa che indossa, la situazione che affronta, ma soprattutto la consapevolezza di non avere sul campo di battaglia e nelle missioni a cui è destinato il minimo controllo della situazione. La galera del fatalismo si scontra con l’istinto all’autoconservazione.

La seconda prigione è quella dei propri pensieri una volta tornato, sono i ricordi atroci che determinano il presente, fatto di giornate trascorse a poltrire, tra una sigaretta e una frase destinata a tranquillizzare la madre, una fogna contaminata e contaminante che scombina la messa a fuoco sulla realtà.
Ma c’è una terza prigione ed è la più potente. La vita può svoltare in modo inatteso, repentino se dici esattamente quella parola a una precisa persona: la parola è «Promesso», la persona è la madre del commilitone che ha visto in te l’unico in grado di riportare a casa il figlio. Supplicandoti di farlo. Il problema è che hai ceduto, promesso, appunto. Scoprirai sulla tua pelle che un conto è sbilanciarsi quando ancora si è alla scuola di addestramento negli Stati Uniti, un conto è mantenere ad Al Tafar, governatorato di Ninawa. Quando la guerra resta vorace anche se digiuna ed è in agguato pronta a ucciderti in primavera, poi in estate. Quindi ogni giorno. Vigile, chirurgica nel setacciare le vittime con i suoi «occhi bianchi spalancati nel buio».
Bartle non si libera di quel colloquio, breve ma totale, con la madre di Murphy, si chiama così il commilitone, e il rapporto umano che s’instaura fra i due giovani, in un flusso di flashback ed epoche incastrate, è di una complessità estrema, come le situazioni vissute, e schiacciato a profondità umane difficili da sondare. Questa sorta di obbligo morale autoimposto si attorciglia nell’animo di Bartle come un pitone su una preda, ma fino a che punto – ecco la Domanda – Bartle deve farsi condizionare da tale impegno, sacrificarsi per Murphy? Onestamente pure lui ha diritto a ritornare a casa, ha bisogno di sopravvivere.

Non oso dire altro, per delicatezza verso chi vorrà leggere il libro ed è giusto che scopra da sé questo cuore di tenebra che lascia sgomenti. Qualcuno potrebbe osservare che c’è il solito sergente dell’esercito degli Stati Uniti già visto in Kubrick e dunque un cliché già sfruttato. Ma anche fosse quello stesso sergente di Full Metal Jacket, e non lo è, vorrebbe dire che Powers ha caratterizzato un altro personaggio in maniera mirabile. Non cerchiamo il pelo nell’uovo di fronte a un capolavoro.

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