martedì 2 ottobre 2012

Il peccato di Josephine Hart

Il peccato
di Josephine Hart
Feltrinelli, 1995

Traduzione di Vincenzo Mantovani
[The Sin, 1992]
€ 5.68
pp. 160

Non dovremmo cercare di prendere quello che - lo sappiamo - non è nostro. Anche se un miracolo ce lo mette a disposizione.
"Sai cos'è una catastrofe, Ruth?"
"Credo di sì".
"No. In matematica. Sai cosa significa la parola catastrofe... in matematica?".
"No".
"Significa 'un sistema che ne disturba un altro'. Tu mi hai disturbato. Mi hai invaso".
"Davvero? Be', ci sono altre invasioni".
Mi alzai e andai a fare la doccia. Dopo l'invasione. Donna moderna, gesti moderni. Così igienico.
(pp. 70-71)
Il peccato, che si colloca temporalmente tra il successo de Il danno e il più cupo L'oblio, propone in una chiave originale il crinale sottilissimo e pericoloso che separa amore e odio, emulazione e desiderio di unicità, piacere e sofferenza. Protagonista è la bellissima Ruth, decisamente più avvenente e ammirata della sorellastra Elizabeth che, tuttavia, ha sempre ricevuto maggiori attenzioni perché rimasta orfana da bambina. Si legga a tal proposito l'inizio bruciante del libro:
Esistono molti modi di avere un'infanzia poco felice. Uno di essi consiste nell'essere troppo fortunati. Questa consapevolezza, omaggio del tempo, si forma lentamente. Dicono che il velo dietro il quale si nasconde il nostro futuro è stato tessuto da un angelo misericordioso. Ma cos'è che ci rende ciechi davanti al nostro imprevedibile passato? [...] Romanzieri delle nostre vite, raccontiamo delle storie, fabbricandoci con pezzi di altre persone, usando vivi e morti per dire la nostra. Questa è una storia: frammenti di una vita. Di più vite. Soprattutto della mia. E della sua. (p. 9)
Per Ruth, Elizabeth è tutto ciò che lei non potrà mai essere, e, dunque, tutto ciò che invidia. Poco conta che la sorellastra conduca una vita slavata quanto i quadri che si ostina a dipingere: Ruth insegue furtivamente Elizabeth, ruba oggetti suoi e, ben più grave, desidera sostituirsi a lei nei rapporti affettivi e familiari ("Il suo nome era Elizabeth Ashbridge. E io le invidiavo persino quello", p. 12). Sono tutti tentativi drammatici di conoscere quella sorellastra che sfugge continuamente alla comprensione e alla prevedibilità. Il tutto, con un sorriso fintamente partecipe e ambiguo. Per questo la vita di Ruth pare priva di interessi al di fuori della sorella: ha sposato un uomo che non ama e si impedisce di amare, e solo a suo figlio William dimostra un affetto reale. Ma in fondo c'è anche suo nipote Stephan, il figlio geniale di Elizabeth... 

Il romanzo scorre con la forza dell'inevitabilità: anche in questa prova, la Hart evita di soffermarsi su fatti accessori, non fondamentali per lo svolgimento serrato della narrazione, quasi l'io narrante Ruth riservasse ai destinatari del racconto un sunto ("Inutile raccontare i giorni che seguirono. Coloro che sanno, sanno. Coloro che non sanno, non capiranno mai", p. 129). 
Non ci sono sconti né addolcimenti: Ruth si autoanalizza spietatamente, non si giustifica né cerca di addomesticare le pulsioni irrazionali che prova per Elizabeth. La seduzione, allora, degli uomini di Elizabeth è l'unica arma che può rinfrancare Ruth e sconfiggere il perenne e astioso senso di inferiorità che la tiene nel limbo del disamore. 

Gloria M. Ghioni

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