domenica 19 agosto 2012

Pillole d'Autore: le poesie di Gesualdo Bufalino




Non c'è pagina di Gesualdo Bufalino che non lasci al lettore una sottile, voluttuosa incertezza circa la verisimiglianza di ciò che ha appena letto. Potrebbe dirsi l'effetto collaterale di una scrittura nata, e in modo così evidente, per eludere e insieme sedurre la morte. Così, anche nel leggere le Note all'introvabile silloge L'amaro miele, ci si chiede in fondo quanto, in quelle parole, sia verità autobiografica e quanto sia, invece, diceria:
Questi versi, scritti su carta da macero con un pennino Perry moltissimi anni fa; sopravvissuti solo quasi per caso alle periodiche fiamme di San Silvestro a cui l'autore fu solito un tempo condannare il superfluo e l'odioso dei suoi cassetti; divenuti, invecchiando, patetici come rulli di pianola o vecchie fotografie; questi versi non vantano probabilmente altro merito per vedere la luce; se non quello, privato, di fare per un momento sorridere, ove ne abbia ancora le labbra capaci, un fantasma di gioventú. Il quale potrà ritrovarvi e riconoscervi, insieme ai relitti di sue antiche pene d'amor perdute in riva al Mediterraneo, le memorie di una lunga attesa e persuasione di morte all'ombra grave della guerra; e le veloci letizie, le lunghe solitudini, dopo il ritorno nel Sud.
Cercando di sottrarmi al fascino dell'affabulazione memoriale - malvolentieri, c'è da ammetterlo: la confessione di una scrittura su carta da macero sembra ricordare quella, analoga e forse egualmente mitopoietica, di Alberto Moravia, che raccontò di aver scritto di getto Gli indifferenti su fogli di carta velina - mi limito a enucleare alcuni dati di fatto: le poesie di Bufalino sono creazioni giovanili, datate dallo stesso autore al decennio post-bellico 1944-1954; e dell'esperienza della guerra e del sanatorio conservano un afflato vivissimo, tale da permetterci di classificare molte di esse come avantesti di Diceria dell'untore e di chiarire una volta per tutte, se mai fosse stata oscura, la matrice lirica del grande capolavoro bufaliniano. Il dettato poetico sembra prono ai cliché decadenti (si ricordi che Bufalino amò e tradusse I fiori del male di Baudelaire), e spesso sembra assecondare un'ingenua musicalità; le soluzioni più brillanti, che fanno dell'Amaro miele una lettura dolce e dolente insieme, come suggerisce il titolo, sono le figure di suono: vere e proprie prove d'intelligenza fonosimbolica, quali ad esempio la combinazione di paronomasia e ironia, che anticipano il wit, crudele e "malpensante", di personaggi come il Gran Magro e di padre Vittorio.

Edizione di riferimento: Gesualdo Bufalino, L'amaro miele, Einaudi 1982.

Da Annali del malanno:
Stanza alla Rocca

Inventario della mia morte:
un letto, una sedia uno specchio,
un calendario vecchio
appeso dietro la porta,
sul comodino un bicchiere,
una radio a galena ma è dell'infermiere,
un termometro cado nel cassetto,
venti mosche che vanno su e giù,
Le grand Meaulnes, no, l'ho perduto, non l'ho più.
Da Asta deserta:
Allegoria

Sulla usata scacchiera
enumeriamo i loschi personaggi,
gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,
logori lindi scheletri di bosso,
unghia contr'unghia di sterile luce,
dove il sangue s'inerpica a squillare:
e tu, spettro monotono, mio re,
chiuso fra quattro lance
d'infallibili alfieri,
vestito di rosso broccato,
mio scabro Cristo chiodato, mio re,
in un angolo, matto come me.
Malincuore, il giorno del santo

Quando c'è festa nei miei paesi
vengono da lontano i venditori,
mangiaspade, mangiafuoco,
con mani immense e scamiciate alzano
sui bambini la tromba del diluvio,
dormono a notte nei fondachi scuri,
se ne vanno un mattino sotto la pioggia.

Io non ho più fiere da visitare,
e più m'attempo più voglio morire.
Da La festa breve:

Salmo dello scapolo in fiera

Con la gonna di rafia tutta fiocchi
e le calze turchine
e la scarpa che crocchia
e la spadina d'argento sul crine,

tu mi pari, ragazza,
accordellata nel busto d'alpagio,
un'asinetta che discende in piazza
nel giorno di San Biagio.

Come vorrei comprare
a peso d'onze le guardate ladre
così maldestre e destre,

e da lontano il tuo nome gridare
alla mia vecchia madre
che aspetta e ride dietro la finestra!

Laura Ingallinella

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