venerdì 13 luglio 2012

Caterina Davinio, Il libro dell'oppio

Il libro dell'oppio
di Caterina Davinio
Puntoacapo editrice, Novi Ligure (AL), 2012,


 pp. 159
€ 16





            Di Caterina Davinio ho già scritto qualche tempo fa a proposito d’un suo smilzo libretto di liriche pubblicato da Campanotto l’anno scorso. Torno a parlarne perché merita e perché ce ne offre l’occasione questa nuova pubblicazione, un po’ più ampia, che non potrebbe meglio essere presentata che dalle parole dell’autrice: “Di certe malattie del corpo e dell’anima forse è meglio non parlare, dissimulare, non turbare la suscettibilità di chi al mondo riesce a dipartire con tanta sicurezza il bene e il male (…). Infatti, questo libro è rimasto inedito, ed oserei segreto, per più di un ventennio, raccoglie poesie che risalgono a una ormai remota e turbolenta gioventù, scritte tra i diciassette e i trentadue anni. I componimenti sono disposti in successione non cronologica.” Sono dunque poesie giovanili  nate nel fuoco di un’esperienza esistenziale estrema: la tossicodipendenza.


            Rispetto all’opera di cui abbiamo già parlato a suo tempo, Il libro dell’oppio, scritto prima, offre elementi anticipatori e attesta la persistenza di un’originale visione del mondo che ha trovato espressione in un’elaborazione stilistica sostanzialmente coerente. In queste poesie giovanili il dettato poetico è più immediato, più direttamente comunicativo (e non mancano, vivaddio!, ingenuità adolescenziali: ogni buonlavoro o capolavoro ha opacità irrisolte che lo rendono più credibile), più rispondente all’esigenza esistenziale che anela all’espressione, quasi che se ne possa cogliere in fieri l’insorgenza di certi temi e di certe costanti stilistiche, in più queste poesie offrono squarci lirici di struggente e indimenticabile bellezza, oltre a temi e soluzioni stilistiche più specifiche.


            Tra le costanti che legano le due raccolte ad una stessa visione del mondo, la più evidente è la capacità di Davinio di proporre inediti ribaltamenti di prospettiva (nella recensione a Fenomenologie seriali ne parlavo, non a caso, possiamo dire ora, a proposito della sezione dedicata alla cocaina): marciapiedi che diventano cieli; uscite di sicurezza che diventano trappole; improvvisi e illogici passaggi dell’io lirico dal genere femminile a quello maschile e viceversa; il demone che è talvolta la tossicodipendenza e talvolta la misera lucidità della vita comune. Numerosi altri sono i ribaltamenti proposti dei quali il lettore potrà sorprendersi e scoprire da sé. Altra costante tra le due raccolte, qui meno evidente e strutturante, è la sinestesia, il guardare al mondo non in base al disegno definito dall’intelligenza, bensì in base alla percezione dei colori (Davinio è anche artista figurativa), così una pozzanghera può apparire “tra sforbiciate d’azzurro/e verde raggomitolato nelle aiuole”.  E questa raccolta anticipa anche quella tensione consapevolmente ossimorica che si era già rilevata nelle poesie più mature. “Meretricio e santità”, “stelle e sterpi”: di ossimori leopardiani parla, nella breve prefazione, Mauro Ferrari confermando e rilevando anche lui quella traccia di disperata vitalità che si strenua a fermare l’istante prima che accada e si annulli nella nostalgia.


            Di nuovo, o comunque di più specifico, in questa raccolta c’è un personalissimo trattamento del tempo (e non è casuale che la raccolta si chiuda con la ripetizione della parola tempo in allitterazione con tanto). In queste poesie il tempo è una duplice catastrofe: è la certificazione irremovibile e insoffrimibile della finitezza dei mortali e l’insopportabile reclusione nella meschinità del quotidiano. La droga offre una via d’uscita dalle doppie sbarre, dalla doppia oppressione del tempo, diventa “arpeggio dell’infinito”, “un Dio/ a spasso/nelle vene del corpo”, e a coloro che sanno la differenza tra bene e male, che sanno vivere in beatitudine la loro porzione di tempo si può allora domandare “Vi fa male/il mio sporco infinito?”. Davinio non offre consolazioni, non abiura una “gioventù remota e turbolenta”: semmai passa dalla droga alla poesia senza però indicare quest’ultima come strumento di salvezza. Non fa della poesia l’approdo all’eventuale “bene pulito finito”. Fissata così la duplice catastrofe, si può allora gustare in tutta la sua bellezza un ritrattino di Jimmy Hendrix intitolato Hey babe! New Rising Sun


Ti arrampichi


sulla scala


degli accordi


in combutta


con un Dio.


Negligente


svista del tempo.


Ma il tempo meschino della vita comune, con il ribaltamento peculiare della poesia di Davinio, può anche porgere l’ultimo appiglio alla disperata fame di vita, quando “vira al nero”, quando “si raggomitola al cuore il sangue, pigrissimo/converge nello spessore di un pugno/disertando membra marmoree”, allora, là fuori, fuori dal non-tempo della droga, l’io lirico può essere avvinto ”con le imposte chiuse/come timide ciglia dietro le tende/[dal] vano cieco della finestra,/unico appiglio,//sempre più lontano”.


            Caterina Davinio è una di quei rari poeti e poetesse a slacciare, in piena e polemica consapevolezza, la poesia dall’abbraccio micidiale della filosofia, che tanti danni di separatezza, d’incomunicabilità, di elitismo, ha prodotto sulla poesia contemporanea. Quella di Davinio è una poesia dei sensi, del corpo, dell’emergenza esistenziale che cerca e trova la via dell’espressione stilistica prima ancora che semplicemente linguistica e concettuale. È la poesia di un Rimbaud sottratto alla fuliggine della storia della letteratura e di tanti estenuati filosofi-poeti. È una poesia che può fare a meno del filosofo: “Il filosofo/si puntava assorto/l’indice sulla fronte/senza pensieri./Vedi qualcosa, amico?/No, niente. È una poesia che si può opporre alla “inoculazione del silenzio”, la dose, la droga, e che può costituirsi come “tarlo che ha avuto il suo pasto/di incandescente eternità/ (…) ben contenta di tarpare ali all’intelligenza”, senza però fornire un’astratta, definitiva e consolatoria rielaborazione dell’esperienza esistenziale.


Paolo Mantioni

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