sabato 16 giugno 2012

CriticaLibera: Conference Fever!

Premessa: questo pezzo serve da spauracchio. Mentre lo scrivo, sto aspettando la mail col responso su una mia proposta d'intervento per l'ennesimo convegno del 2012. Perdonate i possibili cambiamenti repentini d'umore. Si astengano dalla lettura gli ansiosi, i nevrotici (e i moralmente retti). 

Convegni, questi sconosciuti. Sulla mia pelle lo dico: cambia sensibilmente prima e dopo la laurea. 

PRIMA (La febbre da cavallo, anzi, da asino) - Finché sei studente, i professori amici-di, colleghi-di (avversari-di, amanti-di, aspiranti-amanti-di) ti invitano caldamente a partecipare per mail, per telefono, nel corridoio, in coda in mensa... Se sono magnanimi, per farti resistere un intero pomeriggio inchiodato a una sedia in finta pelle, mentre fuori impazza una di quelle primavere terse-calde-piacevolissime (1), ti fanno promesse che non puoi rifiutare: una firmetta sul registro all'ingresso, una in uscita, e ti conquisti qualche credito! Si sa, la vita universitaria negli ultimi cicli di riforme è un sistema eliocentrico attorno al sole dei CFU: credito qui, credito là, o non passi l'anno. 
E allora ti inchiodi alla sedia, armato di Gatorade per resistere, le sigarette in tasca come valida scusa per una pausa (oltre al bagno, alla telefonata improvvisa, allo sconosciuto che passa fuori dalla finestra ma che sembra proprio il tuo migliore amico partito per il Kazakistan dieci anni fa...). All'inizio, sei tra i tanti che stropicciano tra le mani il pieghevole con il programma, passi e ripassi i nomi in scaletta, sperando di incontrarne almeno uno che conosci: ecco, un tuo prof, magari quello stronzo che ti ha bocciato all'esame, ma in quel momento diventa una rassicurante copertina di Linus. Almeno, sai più o meno prevedere di cosa parlerà, come lo dirà, se sarà stressante,... Per il resto, un elenco di sconosciuti. 
Provi a chiedere al tuo vicino di poltrona, così, per far conversazione, e poi è anche bellino, ma metà delle volte ti trovi uno più disinformato e menefreghista di te; l'altra metà delle volte, ahimé!, l'iper-informato. E forse è peggio. Perché ti attacca pure i sensi di colpa: parte in una filippica su tizio e caio, ti elenca la bibliografia di tutti, compreso del professore ordinario che pubblica dodici saggi al mese, e fa quell'odiosissimo sguardo con l'alzata di sopracciglia del tipo: davvero non li conosci?
Avvolto nell'improvvisa consapevolezza che fai pena, che ci metteresti un pomeriggio anche solo per studiarti il cv. di tutti quei professori, ti ritiri in un silenzio di finto raccoglimento e tanta fustigazione. Per dissimulare quell'inquietudine vaga che ti lancia in un abisso di mea culpa, di autoanalisi di momenti divertentissimi che avresti potuto impiegare per acculturarti (ma quando mai?), apri l'agendina o il quadernetto e intesti con la tua Bic la prima pagina: titolo del convegno, data, luogo e magari anche una bella sottolineatura, come per dire: ecco, da qui non mi schioderò tutto il giorno, ma imparerò tanto, tantissimo... Illuso! Ancora ignori che sono pochi i convegni (o seminari o conferenze) realmente UTILI, pochi quelli in cui i relatori si sono strappati i capelli per portare davvero gli ultimi risultati della loro preziosa ricerca non ancora pubblicata, moltissimi quelli che sposano le teorie del riciclaggio e ripropongono, per amore dell'ambiente (2), un contributo aggiornato (3) di una fondamentale ricerca da loro condotta trent'anni prima (4). Se tu sei giovane e senti per la prima volta questi argomenti, magari ci prendi anche appunti, ti esalti un attimo, almeno finché non controlli perché il tuo vicino secchione sta a braccia conserte senza prendere un minimo appunto. Qualcosa non va, pensi: sono più in gamba di lui? Sta pensando alla partita del Real Madrid mentre io corro con la penna a tempo di record? Poi lui ti guarda, e noti tutto il risentimento della sua occhiataccia; scuote la testa, in cenno di disapprovazione e commenta: "Questo saggio è contenuto nel volume miscellaneo del 1975, mah sì, quello curato da XY, è indecente che ancora lo ripropongano... Nel frattempo le ricerche americane hanno trovato che asdfnajklsn clan scdas..". E non lo ascolti più. La delusione è tanta. Chiudi l'agenda, guardi fuori dalla finestra la primavera di cuccaggio a cui stai rinunciando, ti attacchi al Gatorade, presto uscirai con la scusa del bagno-telefono-amico e controllerai il perfetto funzionamento del tuo orologio al quarzo. Tanto, lo sai, ancora cinque o sei ore e avrai i tuoi CFU...

DOPO (La febbre del Sabato Sera) - Se già sembra un mondo crudele, aspetta di vedere cosa succede dopo. Perché laureato e magari dottore di ricerca, assegnista o sa-Dio-cosa, la questione si complica e non hai neanche più la grande scusante dei CFU. Partecipi tua sponte, e parte la febbre. All'inizio sai che ti serve, perché hai quel cv. immacolato che scatena l'horror vacui anche nell'uomo del Duemila. Allora ti cerchi qualche convegnucolo, il primo che capita, non troppo grande per non spaventarti, meglio se con sessioni parallele (dunque, qualche centinaio di altri convegnisti, pochi ad ascoltare, al massimo cacciatori di CFU distratti,...), e vai. Fin da subito, però, capisci che qualcosa non funziona come l'avevi immaginato. Innanzitutto, aspetti quel "sì, vieni" in risposta dagli organizzatori come se fosse la proposta di matrimonio più allettante della tua vita: mail sempre aperta, refreshing ogni cinque minuti (facciamo tre), caffé alternati a camomilla e la stanza tappezzata di post-it che ti ricordano possibili riferimenti bibliografici (5), scalette disegnate anche sul piano della scrivania, e quei palmi delle mani sudaticci ogni volta che pensi "E se mi prendono e faccio una figuraccia?". Ecco, a questo punto lasciatelo dire: stai entrando nel pieno della patologia del convegnista, la febbre si avvicina... 
Poi ti prendono (mediamente ti prendono sempre in Italia, se il convegno è nazionale e con tanti posti, se i soldi per lo squallido buffet bastano e le tartine possono durare tre giorni in più, allora allungano le giornate, e via), e parte la follia. Ti senti investito della responsabilità più grande del mondo, sulle tue spalle l'idea che col tuo modesto contributo alla ricerca potrai cambiare quel che all'estero pensano dell'Italia, farti valere per la tua famiglia, la tua università, per il tuo sistema scolastico, per il Ministero della Ricerca, per... E sei già svenuto una prima volta. 
L'adrenalina ti fa partire a scrivere, cancelli e riscrivi, un lavoro di cesello fino a cinque minuti prima di partire. Trucco, parrucco e abito se sei donna; doccia (forse) e cravatta se sei uomo (6). Se è la tua prima volta, preparati: proverai ondate di simpatia per chiunque si interessi a te e alla tua ricerca, sarai investito da un trasporto quasi fisico verso ricerche altrui bellissime-geniali-comehofattoanonpensarci... Poi viene il tuo turno: mani sudate, ma recuperi la voce stentata dopo il primo gracchiare nel microfono. Pensi che tutti siano lì per te, breve delirio di onnipotenza che dura 15/20 minuti al massimo (tempo del tuo intervento - 7), e provi una felicità delirante quando ti applaudono. Vorresti fare il modesto, dire un "Via, ci mancherebbe" ai complimenti e invece... te lo godi! E qui, mentre stai per sederti e sentire il pezzo successivo, sai che la febbre è arrivata. Contagiato. Senza aspettare, ti colleghi dallo smartphone per vedere se ci sono altri convegni in giro, e persino un pezzo su un microorganismo importato dal Pakistan ti provoca immediate ispirazioni (poco importa che tu faccia scienze politiche o filologia greca). Pensi a quanto sarà bello andare a un altro convegno, conoscere tutti quegli entusiasti (li vedi così per i primi anni, poi mi assicurano che passerà), hai l'utopia che sia tutto ammantato di pura ricerca e velleità scientifiche... 
Poi arriva la cena comune. Di-sa-stro-sa. Crollano tutte le illusioni. Sì, perché i soliti guastafeste, più vecchi e disillusi, ti rivelano che Babbo Natale non esiste: che le cene dei convegni sono un'occasione per rimorchiare, che i complimenti sono spesso a denti stretti tra colleghi che non si sopportano, che le critiche si sprecano appena giri la schiena, che la domanda "Ma con chi ha studiato?" è tra le più pericolose in assoluto. Non ci credi, non ci puoi credere. La tartina con la maionese riciclata da tre giorni si fa amara nella tua bocca: ma non è il gusto, il problema, sono gli ingredienti che credevi davvero fossero diversi. Poi, però, sul tuo regionale scasso, con un libro sulle ginocchia, provi a fare un bilancio tra pro e contro, ti imponi di rimanere freddo davanti a quel bellissimo convegno proposto a Canicattì, dove serviranno ben tre giorni e due aerei per arrivare, e... via col Call for Papers. Ti pare, lo sai, che chiamino proprio te. E allora rispondi, ancora e ancora, e diventi una pallina da flipper per la penisola e oltre, ogni volta pronto a esaltarti e a farti deludere un poco, ogni volta entusiasta di portare un piccolo contributo alla ricerca, ogni volta armato di rimedi contro le tartine amare. 

Gloria M. Ghioni
... e mentre leggerete questo pezzo, sarò a Messina a parlare al convegno MOD, cvd.

(1) le prime gonnelle in giro, i primi bicipiti un po' bianchicci ma scoperti dopo tutta la palestra invernale, i primi gelati perché tanto c'è il sole, i libri aperti/all'aperto che si chiudono con dentro qualche moscerino-ricordo, l'aperitivo tra una pagina e l'altra, un altro aperitivo tra una pagina e l'altra, e quel ragazzo che fa sicuramente giurisprudenza, ché porta il doppiopetto anche col caldo...
(2) leggasi: amore dell'ambiente umido e adagiato delle loro sinapsi a riposo e per non affaticamento degli ingranaggi inventivi.
(3) si sa, da Word 2003 a Word 2007 cambiano notevolemente i layout.
(4) quando il loro professore ancora era vivo e li bacchettava, o quando i bambini di notte non dormivano e l'insonnia faceva il resto
(5) improbabili, tanto capillari da calmare l'ego dell'improbabile saggista preso da un'improbabile casa editrice o rivista per un improbabile articolo...
(6) Le differenze si sentono, e non si parli di parità dei sessi in queste occasioni: persino le femministe più convinte si agghindano da matrimonio.
(7) Spesso che accade? Hai viaggiato un giorno intero per andare in loco, pagandoti b&b lugubri per risparmiare (o per far risparmiare l'ateneo, se ti rimborsano), per una decina di minuti di gloria, e poi ripartire con un regionale che fa tutte le fermate e ti dovrebbe far riflettere sulla poca pragmaticità del tutto... (Mediamente lo realizzi dopo cinquant'anni di servizio, me lo dicevano dei professori che conosco, ormai in pensione)

4 commenti:

Lina Maria Ugolini

Cosa resta? La forza, il potere della parola e della penna impugnata da spiriti tenaci e audaci. Non cambiare mai Gloria e lavora, lavora per tutti quelli che pensano come te. Saremo una minoranza ma esistiamo, con la nostra schiettezza, curiosità e disponibilità a capire, sapere, studiare, per nutrire i valori autentici dell'uomo che fanno la Letteratura. Contro un sistema omologato e omologante non resta che dare un esempio diverso di capacità quanto mai militante e ostinata.

Serena Alessi

Data, luogo e sottolineatura! Mi ci rivedo tantissimo: è dalla 3a elementare che lo faccio e anche ai convegni non ho cambiato abitudine.

Alessio Piras

Probabilmente sono un caso unico: pochi convegni, ma scelti ad arte perché non è quanto ma come; nessuna febbre, se non mi prendono amen, farò il prossimo (è noto che, pagando l'iscrizione e finanziando gli atti, le selezioni ai convegni sono molto tranquille); rifuggo le cene comuni come se fossero la peste; da quando la pubblicazione negli atti vale meno di una mezza tacca, la pigrizia si impadronisce di me. In compenso, vado in fiamme per le riviste, quelle con l'ISSN e il "peer review". Come si suol dire: lì so cazzi. E scusate se non mi ci ritrovo... :)

Alessio Piras

PS: mai assistito a un convegno prima del dottorato. Mi sono sempre rifiutato perché preferisco libri e bilioteche ad aule magna e chiacchiere. :)