venerdì 11 maggio 2012

Viaggio nell'America nascosta: Suttree, di Cormac McCarthy

Suttree 
di Cormac McCarthy
Einaudi, 2009 (1979)
Traduzione italiana di Maurizia Balmelli
pp. 560





Stati Uniti d’America, anno di grazia 1951. Cornelius Suttree vive in una baracca galleggiante sul fiume Tennessee, e lì passa le giornate pescando pesci gatto e ubriacandosi con gli altri emarginati che formano la popolazione del quartiere di McAnally Flats, periferia marcescente e degradata di Knoxville.


Personaggio singolare, Suttree proviene da un ambiente tutt'affatto diverso rispetto a quello dei suoi compagni di vita: famiglia benestante, laurea al college, ha lasciato moglie e figlio piccolo per trascinarsi volontariamente in una vita ai margini del mondo, forse alla ricerca del suo ruolo nell'universo, forse no, comunque mischiandosi agli ultimi e ai dimenticati, in un’America drammaticamente diversa da quella rappresentata nell’iconografia tradizionale: qui non ci sono rock’n’roll, auto sportive e hamburger ma desolazione, povertà e, sopra ogni altra cosa, violenza. Violenza ubiqua e pervasiva, che si riversa senza pietà proprio sugli abitanti di questo universo parallelo, costretti a fuggire e a rintanarsi come topi per non finire sotto il maglio della legge, che a McAnally Flats si traduce in pestaggi a opera della polizia e in sommarie carcerazioni dalle prevedibili conseguenze, soprattutto per chi ha la sfortuna di avere la pelle del colore sbagliato.
La vita di Suttree scorre dunque lungo il fiume Tennessee, silenzioso testimone ora limpido ora limaccioso, ora quieto ora in piena, comunque imprescindibile e onnipresente. È lungo il Tennessee River che si snodano le vicende di questa moderna Odissea, con il Nostro protagonista di sconclusionate e picaresche avventure, in un susseguirsi di scene tragicomiche che riportano alla mente i chicanos di Steinbeck e soprattutto l'Huckleberry Finn di Twain, in particolare nelle gesta dell'assurdo Gene Harrogate, che Suttree conosce durante un soggiorno nelle patrie galere (non si è fatto mancare neanche questo) e che ritrova dopo il rilascio. 
Nello svolgersi della vicenda Harrogate assurge a deuteragonista, assumendo a tratti il ruolo principale e spostando la prospettiva della narrazione. Viene descritto come un "topo di campagna" analfabeta e squilibrato, incarcerato per un reato incredibile quanto imbarazzante, che escogita fantasiosi ma improbabili piani criminosi per arricchirsi, destinati naturalmente a fallire. Sarà grazie al paziente e quasi materno intervento di Suttree che Harrogate eviterà guai peggiori nei suoi prevedibili disastri; un Suttree che, irritato ma incuriosito dalla folle inventiva di Harrogate non riesce a distaccarsene e ad abbandonarlo.
In alcuni momenti Suttree pare quasi un osservatore esterno, uno scienziato che studia fatti e persone in modo asettico attaverso il microscopio, senza tuttavia mai perdere quell'atteggiamento empatico che lo rende riconoscibile come simile dagli altri attori di questa tragicommedia; Suttree è accolto e rispettato in questa comunità di derelitti nonostante la sua provenienza da un ambiente completamente diverso, e mai le sue origini o la sua istruzione sono viste con fastidio o sospetto.
 Le immagini restituite dal microscopio sono tutt'altro che piacevoli: Suttree sarà testimone della triste fine del gigante nero Ab Jones, massacrato dalla polizia, e dell'inevitabile ritorno in carcere del folle Harrogate. Al termine del romanzo la figura di Suttree svanisce lentamente, come l'eroe di un western che si allontana verso il tramonto.

Parlando di Cormac McCarthy, il regista Gus Van Sant ha detto che "scrive in un meraviglioso inglese del '600". In effetti la forza del romanzo sta in gran parte nei dialoghi e nel lessico utilizzato, soprattutto nella stridente distanza fra quello elementare e sgrammaticato dei personaggi e quello colto e ricercato di Suttree – marca della sua istruzione superiore – e dalla narrazione dinamica e coinvolgente, che alterna presente e passato, incamera i dialoghi fra i personaggi e dà spazio a un flusso di coscienza del tutto particolare. La preziosa traduzione italiana di Maurizia Balmelli non fa rimpiangere l'inglese di McCarthy, ricco di neologismi e acrobazie lessicali.
Scritto nel 1979, Suttree è stato pubblicato in Italia solo nel 2009, probabilmente sull'onda del successo – in realtà più cinematografico che letterario – di Non è un paese per vecchi e degli altri volumi dello scrittore. Considerato da gran parte della critica il capolavoro (autobiografico?) di McCarthy, Suttree è un'opera molto diversa dalle altre pur belle pagine dello scrittore: vi è maggiore profondità, soprattutto nella definizione del personaggio principale e della sua insoddisfazione esistenziale, e di tutta evidenza è la maestria dello scrittore nel rendere intelligibile il non detto. Tuttavia sono presenti – e immediatamente riconoscibili – la causticità e la ruvidità caratteristiche della narrazione di McCarthy, che di questo grande romanzo costituiscono il vero e proprio valore aggiunto.

Stefano Crivelli

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