giovedì 5 aprile 2012

Un viaggio nel mare della società di oggi: "Le nausee di Darwin" di Giordano Boscolo.

Le nausee di Darwin
di Giordano Boscolo
Autodafè edizioni, 2011

pp. 156

La prima cosa che mi ha colpito del romanzo di Giordano Boscolo è stata il titolo: incuriosisce il lettore, lo fa sorridere portandolo a chiedersi cosa mai voglia dire Le nausee di Darwin. Si fa presto a scoprirlo: il testo racconta del neolaureato biologo Luca Visentin, alle prese con i classici dilemmi del precariato post lauream. Incuriosito (e disperato), il protagonista accetta di partecipare a un singolare progetto di ricerca internazionale basato sull’osservazione e sulla catalogazione delle tartarughe nell’Adriatico. Sin dal primo colloquio, appare chiaro che l’esperienza si rivelerà alquanto stravagante
Quello che segue è il racconto del bizzarro lavoro di Luca su un peschereccio chioggiotto a cui è stato assegnato per poter svolgere le proprie mansioni e sul quale la sua presenza, all’inizio, non è poi così gradita dal resto dell’equipaggio. Il povero neolaureato ne uscirà distrutto: la vita da lupo di mare è davvero sfiancante per via delle levatacce all’alba e delle tremende nausee con cui dovrà convivere per tutti i mesi della sua esperienza a bordo. 

A questa vicenda principale si affiancano altri quadri di vita del protagonista che cerca di sconfiggere la bestia nera della disoccupazione e che raccontano, da angolature varie, parte della società di oggi. La strutturazione narrativa degli avvenimenti è molto interessante perché ben orchestrata su diversi piani temporali, scelta che non porta mai ad un appiattimento e, al contrario, stuzzica il lettore senza mai stancarlo
Ma ciò che è più riuscito nel romanzo è l’ironia che lo percorre interamente e che, come filo rosso, collega tutte le fasi della narrazione, nonché
la descrizione che il protagonista dà degli altri personaggi e di sé stesso. 

Raccontato in prima persona, Le nausee di Darwin, è il resoconto di un’esperienza che a tratti pare paradossale, con quel protagonista bloccato su un peschereccio ondeggiante a cercare invano tartarughe nell’Adriatico, una situazione da teatro dell’assurdo. Eppure, questo effetto di straniamento non si ottiene e, al contrario, il lettore simpatizza con Luca e sviluppa una grande partecipazione alle sue sfortunate vicende. Con quel suo fare ironico e disincantato, Visentin, è proprio un personaggio ben congegnato. Il sarcasmo è la cifra portante della scrittura dell’autore, un umorismo un po’ pirandelliano che, dietro l’assurdità di situazioni comiche, cela l’amarezza delle sconfitte del singolo e, in questo caso, il suo scontro con un contesto sociale in cui non trova un proprio posto. 

Il romanzo, come quelli della casa editrice Autodafè, acquista senso non solo in funzione di una vicenda romanzesca riuscita, quanto più perché, più o meno velatamente, offre un ritratto triste di un drammatico dilemma italiano: il precariato. Il testo non avrebbe presa alcuna se il protagonista non raccontasse le sue disavventure così come fa: suscitando un riso amaro nel lettore che, alla fine, non potrà che rifletterci su. 
Un altro elemento pregevole è il linguaggio che si muove su un doppio binario: l’italiano di Luca dialoga con il dialetto chioggiotto dei pescatori, senza che mai tra loro venga meno la comprensione reciproca. All’inizio del romanzo il protagonista sembra un alieno venuto dal futuro in visita al mondo antico degli uomini di mare, con le sue ritualità e le sue leggende. Progressivamente, la distanza tra loro si riduce, in un processo di cauta conoscenza. I pescatori sono uomini di poche parole che non amano discorrere di sé e del proprio lavoro (visto come una missione) e affidano molti messaggi al silenzio, agli sguardi e a quei gesti che ripetono, pazienti, da generazioni. Nonostante tutto, imparano a conoscersi l’un l’altro e, alla fine, non appaiono più come abitanti di due mondi differenti (a simboleggiare quanto certe distanze sociali siano molto meno significative di quello che pensiamo). In ogni caso, quella dialettica tra italiano e dialetto restituisce il senso di uno scambio che per il protagonista si rivelerà ricco. 
Nonostante un finale non lieto, quella dei mesi trascorsi sul peschereccio Zio Giuseppe, sarà un’esperienza in qualche modo formativa, di dialogo e contatto con l’altro. Situazioni da commedia, dialoghi gustosi rendono la lettura del romanzo più che mai piacevole e scorrevole. La goffaggine del protagonista, poi, ce lo avvicina fortemente. Ho avuto modo di scambiare qualche parola con Giordano Boscolo il quale mi ha raccontato la genesi del testo, nato come rievocazione di un’esperienza biografica, per poi svilupparsi come nuova costruzione romanzesca. E questo è stato, per me, un’ulteriore ragione di interesse. È una lettura che consiglio ai giovani, soprattutto a quelli che, come me, stanno per ultimare il loro corso di studi, perché offre uno scenario cupo che, ahimè, potrebbe riguardarci tutti, ma lo fa in maniera convincente e intelligente. E quando verrà la tentazione di piangersi un po’ addosso, ci si ricordi divertiti delle disavventure di Luca Visentin, cercando di non abbattersi troppo e adattandosi a una situazione che ci richiede flessibilità e adattamento, condizioni essenziali per muoversi in questo mare in tempesta che è la società di oggi e che potrebbe causare anche a noi qualche nausea e perdita di orientamento.


Claudia Consoli

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