mercoledì 21 marzo 2012

Il Salotto: intervista ad Alessandro De Roma

Il Salotto - Alessandro De Roma
a cura di Antonio Demontis

© Mauro Murgia
Giacomo Debenedetti in apertura del suo fondamentale saggio su Carlo Michelstaedter scriveva: «la vita ha, per sua legge, l'illuso e contraddittorio protendersi verso la dissoluzione di se medesima». In questo  «antico motivo di sbigottimento e di doglia» Debenedetti individuava l'asse portante dell'intera architettura filosofica dell'intellettuale goriziano. È azzardato, secondo Lei, pensare che se Debenedetti avesse letto i suoi romanzi avrebbe scritto qualcosa di molto simile? In fondo, i suoi personaggi, mi riferisco principalmente a Ettore Fossoli di Vita e morte di Ludovico Lauter, Serafino Pinna de Il primo passo nel bosco e Nello Bruni di Quando tutto tace, sono uomini tormentati dalle dicotomie Realtà-Finzione, Verità-Menzogna, o, per dirla con Michelstaedter, Persuasione e Rettorica, che solo nel tardivo riconoscimento dell'identità profonda tra vita e morte riescono a trovare un lieve sollievo esistenziale.
Questo richiamo a Michelstaedter mi fa molto piacere e mi fa pensare a una riflessione che facevo per conto mio qualche giorno fa. Nei miei romanzi c’è sempre almeno un personaggio che si suicida. Non saprei dire perché, ma il  suicidio è per me un nucleo irresistibile dal punto di vista narrativo come dal punto di vista esistenziale. Credo contenga tutte le tensioni di una vita concentrate in un attimo fondamentale: contiene le verità possibili assieme al loro smascheramento.
È vero che tutti i miei personaggi giocano sul filo dell’autodistruzione; e al tempo stesso gridano, o implorano alla loro maniera, il bisogno di esistere e di essere riconosciuti.  Direi perfino che i miei stessi romanzi, ciascuno in sé  e poi l’uno rispetto all’altro, sono carichi di una tensione autodistruttiva. Si compiono per negarsi (come nel Lauter) o esplodono in corso d’opera come in Quando tutto tace. Ognuno inoltre è diverso dall’altro, quasi nega il precedente: è come se li scrivessi per spiazzare ogni volta innanzitutto me stesso, e poi il lettore.
Per restare con una citazione nel mondo greco, che era caro a Michelstadter, potrei forse dire che ogni romanzo che ho scritto si sente colpevole di esistere e paga il fio a tutti quelli che non  ho scritto o non ho saputo scrivere. Perciò forse tende a  dissolversi nel suo contrario.

Alla tecnica del meta-romanzo, come ha sottolineato Michela Murgia nella recensione al suo ultimo romanzo apparsa su «Repubblica», Lei è molto affezionato. Ritiene che sia lo strumento ideale per esprimere al massimo grado tutta la sua poliedricità narrativa?
Diciamo che si è trattato di una scelta che si è imposta da sé, anche se può sembrare assurdo, visto che la scelta meta-narrativa è per definizione una scelta consapevole, dal momento che presuppone una visione piuttosto sofisticata di ciò che si scrive. Penso che nel mio caso sia una direzione quasi istintiva, che dipende forse da quel che ho detto prima; e anche dalla mia formazione filosofica.
Ogni volta mi dico: mai più una la meta-narrazione. Sogno di scrivere il libro più semplice che sia mai stato scritto: il più semplice nella struttura, ma il più complesso nel contenuto. È un orizzonte irraggiungibile. La mia personale chimera.
La meta-narrazione in generale è una impostazione che sta antipatica al lettore. Sta antipatica anche a me come lettore; vorrei restarne lontano per un po’, ma è una promessa che non so se riuscirò a mantenere. Quel che so con certezza, è che continuerò a cercare strade nuove per ogni nuovo romanzo. L’idea stessa di scrivere dei libri tutti simili tra loro mi pare insostenibile. Non lo è per qualsiasi scrittore: ce ne sono che scrivono da una vita varianti dello stesso libro, e lo fanno sempre bene; ma io non ci riuscirei mai. Devo potermi sentire in scacco. Nel caso di Quando tutto tace per esempio, una delle sfide era vedere se sarei riuscito a mantenere nel lettore una tensione emotiva forte verso dei personaggi, ormai esplicitati in quanto mera creazione letteraria.

Sempre Michela Murgia scrive: 
lo scrittore sa che non si può raccontare una storia fino in fondo senza accettare di divenirne parte, ma per divenirne parte occorre rinunciare a pretendere di raccontarla veramente. 
Fino a che punto si lascia "contaminare" dalle storie che racconta? E, per converso, fino a che punto le stesse storie risentono della sua influenza?
Non riesco neppure a concepire l’idea di scrivere un romanzo che non mi contamina o che io non contamino. Dovrebbe trattarsi di una storia di pirati e principesse. Una avventura scritta per divertirsi e per divertire. Ma anche così, non so se ci riuscirei fino in fondo. Quando ho provato a scrivere libri così, li ho abbandonati perché mi annoiavo o perché mi sentivo un ladro. Per me l’essenza stessa del romanzo contemporaneo è un’assunzione di punti di vista e di tensioni che hanno il centro nell’avventura esistenziale dell’autore. Questo non significa naturalmente dover cedere sempre alle tentazioni autobiografiche, ma significa non poter evitare un’autobiografia filosofica. Un romanzo deve essere un oggetto radioattivo. Che produce energia e contamina chi lo scrive e chi lo legge.

© Mauro Murgia
La scelta di incentrare i romanzi su casi umani sconcertanti, su esempi di umanità derelitta, su cinici disadattati che si limitano passivamente ad esistere è da considerare come un'accorata e pungente critica contro il decadimento di valori della nostra società, oppure come un'analisi di più ampio respiro, che valuta la natura dell'Uomo in rapporto al contesto storico attuale?
Credo che nei miei libri ci siano entrambe le dimensioni. In Quando tutto tace per esempio c’è sia il Nello Bruni personaggio decaduto della televisione italiana, che diventa quindi il grimaldello ideale per fare la storia della decadenza (politica e televisiva) dell’Italia degli ultimi 50 anni; sia l’uomo che vuole esistere e parlare una lingua autentica, e che detesta la mediocrità nella quale è stato imprigionato. Non so se nel nostro contesto storico l’uomo viva meglio o peggio che nel passato. Penso sia impossibile dirlo. Certo oggi il materialismo è imperante, sempre più esacerbati sono il consumismo, l’ansia della prestazione, l’efficientismo, ecc in Italia in particolare questa è un’epoca dominata dall’ignoranza e dall’ingiustizia. Ma non dimentichiamo per esempio che ci sono state epoche nelle quali l’affare più grande del secolo era saper fare la guerra e comandare eserciti pronti a tutto (penso al 1600) o commerciare in vite umane (la tratta degli schiavi), e altre nelle quali si acquistava la salvezza dell’anima comprandola in un banchetto al mercato (penso ovviamente all’epoca della vendita delle indulgenze). È giusto essere molto critici nei confronti della propria epoca. Per uno scrittore è un dovere. Per uno scrittore italiano oggi è un dovere doppio. Ma non si deve idealizzare il passato o un uomo ideale, atemporale. Io vivo per esempio soprattutto la nostalgia per la natura: sono terrorizzato dall’idea che possiamo distruggere definitivamente il nostro pianeta o comunque renderlo definitivamente un luogo brutto; ma mi domando: un ateniese del V secolo avanti Cristo, se avesse avuto le nostre stesse opportunità tecnologiche, sarebbe stato meglio di noi?
No, credo che in ogni epoca l’uomo sia inadeguato rispetto alla grandezza che è presupposta nella sua intelligenza. Inadeguati lo erano perfino gli ateniesi dell’epoca di Pericle, che accettavano la schiavitù e segregavano le donne. Per questo esisterà sempre la letteratura: per indagare lo spazio del disagio tra un uomo e il suo tempo, e soprattutto tra un uomo e la fine dei tempi. Quel che la letteratura non deve fare è diventare compiacente rispetto al proprio tempo. Perciò per me i disadattati sono i personaggi ideali.

Perché ha deciso di ambientare due suoi romanzi, Vita e morte di Ludovico Lauter e Il primo passo nel bosco, in Sardegna?
Intanto perché sono sardo, e dunque la Sardegna è il posto al mondo che conosco meglio, quindi mi viene più facile ambientare delle storie nella mia isola. Poi, nel caso di quei due romanzi, ci sono ragioni precise: quando ho scritto il Lauter abitavo appunto in una casa sulla scogliera a Cala Liberotto, come il narratore del libro, e per tante ragioni considero quel libro il più autobiografico tra quelli che ho scritto, a partire proprio dalla situazione che lo ha fatto nascere e il silenzio nel quale è stato scritto ( una casa in riva al mare durante tutto un inverno, senza nessuno attorno: uno scrittore mediocre che lancia una sfida a se stesso: io). Il primo passo nel bosco invece parla anche del disastro ambientale e sociale di una terra come la Sardegna che, a mio avviso, è un disastro che nasce anche da un diffuso scetticismo: un serio disagio davanti alla necessità di credere in sé e nel proprio futuro. Il simbolo di questo disagio sono le case non finite, la poca cura per il proprio territorio. In una casa non finita cresce il mio personaggio. Una vita  spesso ridimensionata in quasi vita. Ghilarza, il paese di Gramsci e del mio personaggio Serafino Pinna, è stato anche il paese in cui sono cresciuto. In mezzo alla nebbia. Niente a che vedere con la Sardegna dei rotocalchi di costume.

6) Il suo ultimo lavoro, Quando tutto tace, segna anche il passaggio da una piccola-media realtà editoriale come Il Maestrale, feconda fucina di talenti, alla grande casa editrice Bompiani. Come ha vissuto questo cambiamento?
Dall’esterno pubblicare per grandi case editrici come Gallimard e Bompiani pare un’impresa colossale. Per me era un sogno. Quando finisci per abituarti al mondo editoriale, però, diventa  un fatto tra i tanti. Il mercato segue le sue strade, ognuno ha le sue possibilità. Ma di fatto nella vita pratica di uno scrittore cambia poco. I cambiamenti reali possono venire dalla televisione, dagli adattamenti cinematografici, dalla popolarità che ti permette di vendere abbastanza copie dei tuoi libri per poter pensare di vivere di letteratura e dedicarti completamente alla scrittura di nuovi romanzi. Ma è una cosa che succede a pochissimi. Tanti pubblicano per Gallimard o Bompiani, o Rizzoli o Einaudi e poi in realtà vendono pochissime copie. Continuano a fare la vita di sempre. A mantenere il lavoro di sempre, che gli dà da vivere.
Quel che cambia è la possibilità di conoscere persone che hanno uno straordinario livello di professionalità. Ma questo per fortuna oggi può capitare anche pubblicando per case editrici più piccole. Giancarlo Porcu del Maestrale per esempio è sicuramente uno dei migliori editor italiani. Direi quindi che un libro con la copertina Bompiani è per me soprattutto una grande soddisfazione personale. Elisabetta Sgarbi è stata molto coraggiosa a pubblicare un libro come questo. Sono sfide che una grande casa editrice può permettersi, a patto che non ricerchi solo il guadagno ad ogni costo.

Dopo Vita e morte di Ludovico Lauter, anche La fine dei giorni, il prossimo 13 aprile, uscirà in Francia per le prestigiose edizioni Gallimard. Che tipo di accoglienza Le ha riservato il pubblico d'oltralpe?
Vie et mort del Ludovico Lauter ha avuto molte recensioni e quasi tutte davvero ottime. Alcune perfino esaltanti. Mi ha davvero impressionato vedere il mio libro nelle librerie francesi esposto tra le novità accanto al Cimitero di Praga di Eco. Aver pubblicato almeno un libro con la copertina bianca Gallimard è una di quelle cose che mi potrò portare dentro fino al mio ultimo giorno. Non so ancora come siano andate le vendite, ma suppongo che siano state esigue. Sono pochissimi del resto gli scrittori italiani che godono di un qualche seguito in Francia. Il fatto che Gallimard insista a pubblicare i miei libri è una soddisfazione ancora più grande. La fin des jours è secondo molti lettori il migliore tra i libri che ho scritto fin ora. Vedremo cosa ne diranno i francesi.

In Vita e morte di Ludovico Lauter, compare un improbabile editore bolognese, tal Caudicchio, che pronuncia una frase significativa: 
noi pubblichiamo qualsiasi cosa: deve essere il pubblico a scegliere, non l'editore. 
Condivide questa opinione, che tra l'altro è piuttosto diffusa nel panorama editoriale contemporaneo?
No, non la condivido. Nel mio romanzo l’ho messa in bocca  a un truffatore proprio per quello. Oggi si possono far arrivare i propri scritti ai lettori in mille modi diversi, a pagamento o gratis. Chiunque può pubblicare, fosse anche solo su un blog. Quindi, se il mestiere di editore ha ancora un senso, questo senso sta proprio nelle scelte che fa.

Come giudica l'auto-pubblicazione? Sarebbe disposto, naturalmente non lo consideri un invito o un suggerimento, ma una banale provocazione, a pubblicare indipendentemente il prossimo libro? 
Non lo escludo affatto. Anzi mi piacerebbe senz’altro. Fosse anche solo per vedere cosa succede. È certo che nel mercato editoriale stanno per accadere tantissime cose e nei prossimi anni dovremo per forza  rivedere molte nostre abitudini e certezze, di scrittori e di lettori. Non è detto che non si tratti di un miglioramento.

2 commenti:

Piero Fadda

Bellissima intervista! De Roma è secondo me il più bravo autore sardo e uno dei 3/4 migliori italiani.

Antonio Demontis

Piero, condivido pienamente