giovedì 30 giugno 2011

Libri sotto l'ombrellone - I consigli di lettura di CriticaLetteraria


Cari amici,
anche quest'anno, dopo una primavera piovosa, ecco l'inizio dell'estate! E, finalmente, le sospiratissime ferie! 
CriticaLetteraria ha deciso di non lasciarvi soli a trastullarvi o a disperarvi tra gli scaffali delle librerie, ma di consigliarvi qualche lettura estiva. Una volta al mese tornerà l'appuntamento con i "Libri sotto l'ombrellone", rubrica estiva in cui vi scriveremo per quale ragione scegliere un determinato libro e soprattutto a chi potrebbe piacere. Come abbiamo già fatto gli altri consigli di lettura (volete rileggerli? cliccate qui), aggiungiamo sempre per comodità il link alle nostre recensioni. In questo modo, verificherete con un click e pochissimi minuti se il libro potrebbe fare per voi. 

Inutile aggiungere che ci piacerebbe sapere cosa consigliereste voi: lasciateci un commento! 
Vi auguriamo buone vacanze, e vi informiamo che ci stiamo attrezzando per non lasciarvi soli neanche nel mese di agosto.
La Redazione di CriticaLetteraria
Tramonto dal lungomare di Alghero
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Carla consiglia...
L'italiano. Lezioni semiserie di Beppe Severgnini
(clicca qui per leggere la recensione)
Perchè: è un libro divertente, frizzante, ironico che aiuta a trascorrere qualche ora piacevole, anche con test simpatici, ma al contempo fornisce strumenti utili alla scrittura o semplicemente alla comunicazione utilizzando correttamente la nostra bistrattata lingua italiana.
A chi consigliarlo: Per chi ama divertirsi e imparare cose nuove, mettersi alla prova e tenere occupata la mente anche quando è in pausa vacanza.
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 Claudia consiglia...
L'isola di Arturo di Elsa Morante
Perché: è un'ode alla fanciullezza come stato prediletto dell'esistenza umana, riesce a parlare d'avventura e di sentimento ed è la storia di un percorso di crescita. Un libro che racconta un'esperienza adolescenziale come tante altre, ma lo fa attraverso il sogno e la fiaba. Un moderno racconto epico.
A chi consigliarlo: a tutti coloro che amano le narrazioni dall'impianto solido, l'affabulazione pura. Per tutti i lettori che abbiano voglia di immergersi nel fascinoso mondo mediterraneo dell'isola di Procida, per riscoprire in Arturo quella parte di sè bambina e sognatrice.
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Dario consiglia...
Agostino di Alberto Moravia                 
(clicca qui per leggere l'invito alla lettura)
Perché: E' una lettura tutta estiva, breve e, pur non essendo impegnativa, immerge il lettore negli abissi delle difficoltà preadolescenziali. E' un affascinante spaccato delle vacanze romane di tempi non troppo lontani, ma profondamente diversi dei nostri, eppure, anche se gli anni passano, le tappe nell'esperienza di un tredicenne alla scoperta del proibito e della sessualità non cambiano più di tanto.
A chi consigliarlo: A chi magari è rimasto bloccato in città per le vacanze e vuole fantasticare su spiagge affollate, signore affascinanti e bagnini intriganti. A chi non ricorda più come era essere un bambino spaesato che si affaccia nel mondo degli adulti, a chi, che con occhi adulti, vuole riosservare e criticare il se stesso di tanti anni fa.
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Debora consiglia...
Anna Karenina di Lev Tolstoj
(clicca qui per leggere gli inviti alla lettura)
Perchè: è un capolavoro senza tempo, perfetto nella scrittura e negli struggimenti dell'animo umano. per innamorarsi della splendida Anna, anima inquieta ed infelice.
A chi consigliarlo: A tutti quelli che non si lasciano spaventare dalla mole del libro forse da tempo già impolverato nelle librerie, ma compagno perfetto di queste lunghe giornate estive. Per ingannare il caldo tra le pagine dell'ambientazione russa.
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Francesca consiglia...
Il pianista nano di Luca Palumbo
Perché: è una lettura fresca e spigliata, che, con l'ausilio di una fervida ironia e di un marcato intento demistificatorio, rigenera e rinvigorisce la mente oppressa dalla canicola estiva, squarciando il terrorizzante velo, intessuto di piccole grandi miserie quotidiane, che spesso attanaglia l'esistenza umana, tutta.
A chi consigliarlo: a chi ama i racconti brevi e pericolosamente intensi; a chi apprezza il gioviale procedimento narrativo, composito e articolato, misto di vivide immagini e umoristiche sinestesie; a chi è interessato alla curiosa scoperta di nascenti, giovani (e musicali!) talenti letterari.
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Gloria consiglia...
Il diario di Mirko V. di Mirko Volpi
Perché: è una lettura divertente e arguta al tempo stesso, con punte di satira davvero brillanti. Essendo un diario, è diviso in frammenti datati, cosa che favorisce la lettura rapsodica tipica dell'estate.
A chi consigliarlo: ai lettori dotati di humour, che hanno voglia di inoltrarsi tra le ossessioni di un ricercatore trentenne, alle prese con donne, vicini di casa, letteratura, ipocondria e... Esselunga e Dante!
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Isabella consiglia…
Bartleby lo scrivano di Herman Melville
Perchè: è breve e vuole essere breve per distruggere l’autorità della parola, quella di un avvocato e di un suggello dorato, perché è un romanzo che si oppone con decoro al costume come condotta morale, a quello delle abitudini e a quello da bagno.
A chi consigliarlo: non ha “le tue pistole per guadagnarsi il cielo e guadagnarsi il sole” e RINUNCIA perché  HA PREFERENZA  di un angolo di studio ombroso ; a chi rinuncia al dovere di scrivere e ritrova quello di leggere.
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Serena consiglia...
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese
Perché: Per scoprire la forza ancora attuale del mito attraverso una memorabile riscrittura, che è allo stesso tempo poesia e conversazione filosofica.
A chi consigliarlo: A tutti coloro che incontrano spesso Edipo, Orfeo, Arianna, Odisseo e gli altri, nascosti dietro una parola, un fiore o un’ onda del mare. E a tutti quelli che, invece, vogliono sapere che fine hanno fatto. 


mercoledì 29 giugno 2011

La poesia di "Stagliamento" di Arnold de Vos

Stagliamento
di Arnold De Vos
Samuele Editore, 2010

Potremmo elencare i nomi di misconosciuti mistici persiani e tentare di capire in che modo e in che misura essi abbiano influenzato l'opera di Arnold De Vos, poeta filologo e archeologo quarantreenne. Potremmo anche rispolverare il filone della poesia omoerotica, cercare un posto libero in quella catena che da Catullo in poi è andata sempre rafforzandosi, e collocarlo lì. Una volta inserito in una categoria precisa si eviterebbe il rischio di cadere nella vertigine che puntualmente ci colpisce ogni volta che si deve parlare di lui. Sarebbero però tentativi vani. Conviene accettare il fatto compiuto: De Vos e il suo Stagliamento non si lasciano incasellare in schemi di comodo. Naturalmente alcune costanti nella sua torrenziale produzione poetica ci sono, solo che non sono sufficienti per individuare percorsi unitari. Da esse, comunque, è necessario partire.

Le certezze che sembrano acquisite a una prima lettura si dimezzano a una seconda e scompaiono alla terza o alla quarta. Almeno una, comunque, si salva. La coglie Luca Baldoni quando riferendosi al nostro afferma
«è nato dopo l'annuncio della morte di Dio del Zarathustra nietzschiano e ha vissuto il crollo delle utopie e degli idealismi nel corso del Novecento».
Sarà pure una certezza striminzita, ma è proprio grazie a essa che diventa possibile uno sguardo d'insieme (un po' approssimativo e forse anche un po' sfocato) sull'opera dello scrittore.
L'anelito verso la divinità permea quasi ogni pagina di Stagliamento. È tuttavia essenzialmente lo slancio di chi non si rassegna a credere a un'assenza su cui pure non nutre alcun dubbio.
L'«invito ai pioli a salire in alto» tradisce l'inquietudine – risultato di un desiderio inappagato e inappagabile - che è alla base di molti componimenti. Se il cielo è sterile, e comunque troppo vasto per essere abbracciato dal debole raziocinio umano («lo stesso cielo sconfinato, tamponato dall'immenso suo deserto»), non mancano però presenze assolute e totalizzanti verso cui orientarsi e mediante cui intuire una dimensione 'altra'. Si tratta delle figure maschili che popolano l'intera raccolta. Quello messo in scena da De Vos, è in effetti, un mondo vuoto di Dio ma pieno di uomini. Dell'Uomo, anzi, perché nelle pieghe dei suoi muscoli, nella virilità che è promessa di senso e di poesia («correvi giù in controtendenza alla parola spuntata dal tuo seme») , si scorge quanto c'è di più simile a Dio. La realtà sovrasensibile, ammesso che esista, è inattingibile. Lontana e muta, può soltanto suscitare un'ironia disincantata che è a suo modo una resa:

Il tramonto tira la coperta corte della luce
sul mondo, e buonanotte.
Il sole passa la notte fuori.
Chi non riesce a dormire
civetti con le stelle.

La realtà quotidiana, del resto, è uno «spazio angusto», un monotona sinfonia in toni di grigio. Si avverte il desiderio bruciante di uscirne, cambiando prospettiva e punto di vista. Non è possibile innalzarsi al di sopra di essa, aggrappandosi alla barba di Dio, ma la bellezza è l'elemento che può riscattarla. Non è poco, non è soltanto l'unica cosa possibile di cui giocoforza è necessario accontentarsi. Si tratta di aderire con convinzione a un'intrusione divina che irrompe nel piattume di ogni giorno e che è benedetta dai (e nei) versi secchi di De Vos.

Sei in questo mio basso mondo
l'apice della bellezza, crescente
argenteo che lasci nella manomorta del cielo
una scia di oro vivo

La corrente poetica che circola in Stagliamento è essenzialmente frutto dello scarto tra il silenzio di Dio e la parola dell'Uomo. Anche a livello stilistico la distanza tra i due opposti poli si palesa nelle scelte lessicali. Convivono richiami biblici e lemmi preziosi con parole spogliate di ogni pretesa aulica. 'Mutande calate', 'luce artificiale' e 'water' si affiancano a 'acrosolio' e 'cenotafio'.
È dal basso, dallo sperma e dalle nudità che si avvicinano a Dio proprio grazie alla loro sfacciata oscenità e impudicizia che nasce il fioco 'Si' alla vita. Come l'anguilla montaliana risale il fiume per riaffermare la supremazia del l'elemento terrestre, della natura intesa nei suoi più elementari aspetti, così opera l'immaginario 'basso' di De Vos. Dai suoi "gorielli di melma", per dirla con Montale, scaturisce una "farfalla bianca" che se a un primo livello è identificabile con l'eiaculazione dell'amante, certo è carica di ulteriori e più alti significati.

Sono poesie che non si lasciano imbrigliare e che aleggiano a mezz'aria. Apparentemente disposte a dischiudere un numero limitato di tematiche, si rivelano in realtà abilissime nel gettar luce sulla condizione di chi, dopo la morte di Dio, non vede stagliarsi all'orizzonte nessun superuomo e nessun riferimento dispensatore di valori.
Gettano luce, insomma, sul limbo logorante in cui tutti ci dibattiamo.

Marco Giorgerini

martedì 28 giugno 2011

Il diario di Mirko V. - Il buonumore dell'accademico


Il diario di Mirko V.
di Mirko Volpi
Epika edizioni, Bologna 2011

€ 18.00
pp. 281

Chi ha detto che gli accademici non possano dimostrare un eclettico piglio satirico? Chi sostiene che scrivere su Facebook comporti un livellamento del linguaggio? E che il diario nel Duemila sia pedissequo esercizio narcisistico da adolescenti? E' finalmente ora di abbattere un po' di tri(s)ti luoghi comuni. Innanzitutto, due parole su Mirko Volpi - due parole che non mi facciano perdere la sua amicizia! Classe '77, è ricercatore a Pavia in Storia della lingua italiana, e da sempre appassionato studioso di Dante; tant'è che grazie alla sua minuziosa curatela nel 2009 sono usciti per la romana Salerno Editrice i quattro volumi del commento alla Commedia dantesca di Iacomo della Lana. Un'impresa titanica, dirà qualcuno, ma un'impresa che non ha portato Mirko Volpi a rinchiudersi nella turris eburnea dell'asocialità polverosa o nei discorsi per pochi eletti dantisti. Al contrario!
Iniziato come gioco sulla sua pagina personale di Facebook (frequentata, occorre dirlo, da molti colleghi e amici letterati), Mirko ha iniziato a scrivere status (per chi non lo sapesse, si tratta di brevi frasi scritte su una bacheca pubblica virtuale) che prendevano in giro alcune tendenze tipiche del social network, come la perversione di raccontare tutto di sé e della propria quotidianità, anche dettagli assurdi. Erano frammenti giocosi, divertenti, a volte satirici, in cui un certo Mirko V. (e teniamolo ben distinto dal Volpi, mi raccomando!), ricercatore trentenne che abita a Pavia, ipocondriaco e timoroso d'invecchiare, mette nero su bianco le proprie ossessioni, ovvero le donne, Dante e... l'Esselunga!
Per un anno, ogni giorno Mirko V. ha fatto la sua comparsa e ha rapito l'attenzione degli amici "facebookiani" del Volpi. In poco tempo, i frammenti sono stati raggruppati tematicamente in rubrichette che tornano periodicamente, come il lapidario "Quella volta che ho sedotto...", in cui grandi donne del passato o del mondo dello spettacolo cedono al fascino di Mirko V. per un nonnulla. Un esempio?
Quella volta che ho sedotto.../15Maria De Filippi: Sei qui per partecipare alla trasmissione?
Mirko V.: C'è un pacco per te.
Maria De Filippi: Facciamolo.
Irriverente, gigione, egocentrico ma sempre ironico. E i riferimenti letterari, come è facile immaginare, non mancano; bisogna però distinguerli nel tessuto apparentemente faceto del Diario:
Vita brevis, ars longa/ 3. Fare letteratura? Essere letteratura? Confondere le acque. Comprare coppia di levrieri.
Qui e là, anche metaletteratura e riflessioni agrodolci sulla propria professione:
Come dantista non mi sembra il caso di mollare ora. Leggere Inferno XXI davanti al Parlamento. Spostarsi a Palazzo Grazioli e riprovare con Inferno V, poi alla sede della Lega con Inferno XXVIII, quindi alla sede del Pd con Inferno III. Rigettare accuse di qualunquismo. Farsi intervistare da Studio Aperto. (10 marzo)
Come dantista dovrei pensare a qualcosa di impatto nel mondo accademico. Ecco, ci sono. "Dante gay". Già scritto, non va bene. "Dante esoterico". Già letto, niente. "Dante eretico e anti-cattolico". Pure questa sentita. Ma quante cazzate hanno scritto su Dante? Fare censimento bibliografico. Desistere. (11 marzo)
E oltre alle tante rubriche, la vita di Mirko V.: la morosa che non deve scoprire le sue fantasie e i flirt occasionali, la vicina di casa ventenne che fa da contraltare alla pensionata e al vicino con l'odiosissimo cane; don Livio; l'ubriacone del quartiere, un inventato (ma credibilissimo) Gary Baldi; le tantissime ex che mandano foto (riprodotte nel diario) in abiti succinti e lettere strappalacrime.
Insomma, Mirko V. crea col diario un mondo coerentissimo e soprattutto il mito di sé stesso, suscitando la totale presa di distanza da parte del Volpi, che dichiara in epigrafe che "tutti gli eventi narrati sono frutto di immaginazione. Purtroppo". E così il nostro si sottrae a qualunque facile tentazione di sovrapporrlo a Mirko V. Ma l'ironia è sempre dietro l'angolo, anche nel muoversi in un genere codificato quale il diario: apparentemente, il narratore rispetta qui e là la tradizionale formula del "caro diario" e della dialogicità tra diarista e supporto cartaceo, salvo poi stravolgere le regole e, a tratti, irriderle:
Caro Diario, perché non parli?!?
Caro Diario, perché ti ostini a non rispondermi? Fare sciopero del diario. Lasciare pagine bianche per dispetto.
Rassegnarsi all'incomunicabilità col diario. Tornare a parlare con le persone. Non eccedere.
(12 ottobre)

Tuttavia, l'elemento parodistico non è così forte da impedire al lettore di credere a quanto legge, anche grazie alla verosimiglianza dello stile, che riprende la secca (ma studiatissima) paratassi da agenda, con i verbi all'infinito, frasi nominali, scritture e ripensamenti. La grafica evidenzia ancor più la (apparente) casualità della scrittura, con post-it disegnati, appunti e fogli a righe e a quadretti con le lettere delle ex, fotografie,...
Per quanto Volpi continui a etichettare la sua opera come casual writing (e nella modestia convinta si ritrova lo spirito dell'accademico abituato a ben altre fatiche!), ci sono molte accortezze che fanno del Diario un'opera finita e meritevole a tutti gli effetti. E' un'opera fresca, simpatica e intelligente, arguta e a tratti goliardica, adatta all'afa estiva e al grigiore autunnale, ma anche al freddo dicembre e alla vivacità della primavera. Un sorriso per tutte le stagioni.

Gloria M. Ghioni

Mirko V. raccoglie sulla pagina di Facebook le foto dei lettori del diario.Volete saperne di più? Date uno sguardo alla pagina Facebook del Diario: clicca qui e partecipa anche tu!

Dove trovare il libro? Se siete di Pavia, in quasi tutte le librerie (vi consiglio la CLU e il Loft10); altrimenti sui principali Internet bookshop o direttamente sul sito della Epika edizioni

lunedì 27 giugno 2011

“Dove siamo?”. La risposta della critica letteraria (e di una musa cattiva)


Dove siamo? nuove posizioni della critica
di Alfano - Cortellessa - Dalmas - Di Gesù - Jossa - Scarpa
:duepunti edizioni , 2011

€ 15
pp. 128

Quando ho toccato per la prima volta il volume “Dove siamo? Nuove posizioni della critica”, “:duepunti edizioni”, mi trovavo in un’importante libreria del centro città, in “sala lettura”. Questa sala (ovviamente non tutti possono sapere come è fatta) è composta da un tavolo in legno di dieci posti circa, abbracciato da due scaffali poco frequentati: scienza e critica letteraria. Questi sono, secondo me, gli unici due scaffali della libreria che lottano contro le ragnatele e gli acari. Gli altri, come “narrativa”, “attualità”, “psicologia”, e stranamente “filosofia” e “poesia”, se la cavano con la polvere. Vado avanti. Tra i tanti testi di critica, scelsi proprio “Dove siamo?” perché mi piaceva parecchio l’immagine sulla copertina. Dopo averlo contemplato per un po’, mi sedetti intenzionato a leggerlo. Prima di iniziare, come sempre, osservai la gente a me accanto. Avevo di fronte ai miei occhi, oltre una donna elegantissima e profumata che leggiucchiava il quotidiano, un ragazzo, direi appena ventenne, con un quaderno a pagine bianche, senza le righe (quel tipo di quaderno con la copertina rigida nera, l’elastico, molto di moda e costosissimo) e una penna in mano. Aveva la classica espressione di chi attende “l’ispirazione”: guardava per aria, senza sapere dove posare gli occhi; e gettava, ogni tanto, alcune parole sulla sua paginetta, che subito cancellava mormorando qualcosa di poco comprensibile (dal labiale, mi sembravano parolacce non molto volgari, in siciliano). Capii, insomma, che egli era alle prese con un lavoro piuttosto complicato: scrivere alcune poesie, o forse (ahimè), un libro di poesie. In che modo lo capii? Semplice: il ragazzo sfogliò i componimenti scritti in precedenza, i quali erano tutti in versi. Data la mia scarsa fiducia nel pensiero poetico contemporaneo, mi scappò stupidamente dalle labbra: «Un altro?»; ovvero: un altro libro di poesie? Ritengo, infatti, che di libri in versi ce ne siano fin troppi. Il mio urlo attirò l’attenzione della donna profumata, che mi guardò impaurita. Per rimediare alla figuraccia, finsi di leggere un messaggio al cellulare, e ripetei con voce più bassa nuovamente: «Ancora? Ancora?». Chissà se la trovata si rivelò funzionale (sicuramente, era ridicola). Tuttavia, la mia reazione provocò al ragazzo ventenne, ennesimo poeta dal quadernino alla moda, una sorta di scintilla, tanto che egli iniziò a scrivere, dopo l’urlo, sbuffando come un treno in corsa. Forse (pensavo mentre egli scriveva), nelle sue poesie c’è anche il mio: «Ancora?». Ma il poveretto non immagina che, colui il quale lo ha ispirato, è un poco di buono. Sintesi. In questo contesto di contraddizioni e interrogativi, sfogliai le pagine di “Dove siamo?”. Lo lessi in meno di un’ora, sotto lo sguardo minaccioso della donna profumata (che, incontrando il mio sguardo, ringhiava), e lo trovai interessantissimo. Dove siamo?, dunque. Non saprei: forse in un momento di crisi, come nel testo della “:duepunti edizioni” si ripeteva; o forse (come dissi ancora una volta ad alta voce, guadagnando un sonoro «Shhh!», più che meritato),
«in una condizione in cui la letteratura è ispirata da muse cattive».

Dario Orphée

domenica 26 giugno 2011

Invito alla lettura: elementare Watson!


Il mastino dei Baskerville
di Arthur Conan Doyle
Mondadori, Milano 2005
pp. 210
€ 8.40

1^ edizione: 1902

Di sicuro il famoso detective di Baker Street per i più non ha bisogno di alcuna presentazione, Sherlock Holmes è ormai un personaggio che è entrato di diritto nell'immaginario comune, grazie anche al recente adattamento cinematografico del 2009, diretto da Guy Ritchie, che ne ha rimodernizzato l'immagine riportando il detective sulle luci della ribalta grazie all'esilarante interpretazione di Robert Downey Jr.
Tornando al personaggio letterario, Holmes compare per la prima volta nel 1887 nel racconto “Lo Studio in Rosso” che segnò il successo di Conan Doyle come scrittore di gialli e polizieschi, da quel momento lo scrittore non riuscì più a liberarsi del suo personaggio di successo, al punto che si vedrà costretto molti anni più tardi a farlo “resuscitare” dopo aver tentato invano di sbarazzarsene facendolo morire nella caduta in un burrone.

Quello che pochi sapranno è che Conan Doyle prima di essere un affermato scrittore era un medico e che nei primi anni dopo il suo Master in Chirurgia (1881) lavorò presso l'ospedale di Edimburgo dove fece la conoscenza del dottor Joseph Bell, la cui abilità nel dedurre dai minimi dettagli le caratteristiche psicofisiologiche dei suoi pazienti gli ispirerà il personaggio che lo renderà celebre.
Il romanzo del feroce mastino dei Baskerville apparve a puntate sullo Strand Magazine dall'agosto del 1901 all'aprile del 1902 e fu scritto proprio in seguito alle pressioni che editori e lettori esercitavano su Conan Doyle dal 1893, anno in cui, nel racconto “Il Problema Finale”, lo scrittore tentò di sbarazzarsi per sempre di Sherlock Holmes. Le vicende narrate però, come specificato da Doyle, si collocano cronologicamente prima della caduta di Holmes nel burrone.

Venendo al romanzo di per sé, esso ha tutte le caratteristiche tipiche delle narrazioni di cui il sagace detective è protagonista. Le vicende ci vengono descritte dall'immancabile assistente Watson, quindi usando l'espediente della narrazione in prima persona nelle sue varie forme, infatti alcuni capitoli sono costituiti da “estratti” dal diario del dottor Watson. Molti studiosi ritengono che il successo dei romanzi con Sherlock Holmes risieda proprio nel personaggio di Watson, con il quale il lettore si può identificare più facilmente rispetto all'individualista e arrogante Holmes, e, l'espediente contribuisce a mantenere attorno al personaggio principale un alone di mistero e fascino che ci viene trasmesso anche attraverso le sensazioni del dottor Watson, il che è anche decisivo per rendere credibili le storie di Doyle: vediamo Holmes attraverso gli occhi di Watson, sapendo che sono anche gli occhi di Conan Doyle.
Le vicende prendono il loro avvio a Londra, come di consueto, nello studio di Baker Street. Un certo dottor Mortimer, amico del recentemente defunto Sir Charles Baskerville si reca dal famoso detective per esporgli la terribile storia della maledizione che da anni grava sulla nobile famiglia dei Baskerville.
Un antico antenato di Sir Charles infatti, Sir Hugo, si era innamorato di una donna, che però non ricambiava le sue attenzioni, cercava anzi di sfuggirgli, una notte allora il nobile la rapì e la rinchiuse in una stanza della sua magione e si recò a festeggiare con i suoi compari al piano inferiore. Risalito nella camera della ragazza scopre che la prigioniera era riuscita a fuggire attraverso la brughiera, allora il perfido Hugo Baskerville in preda all'alcool e ad un ebbra malvagità si recò dai suoi ospiti e giurò davanti a tutti che avrebbe venduto l'anima alle potenze infernali se lo avessero aiutato a riacciuffare la fanciulla. Gli ospiti che per indole e malvagità gli erano simili gli consigliarono di sguinzagliare i mastini alla ricerca della ragazza e così fu fatto. Hugo Baskerville precedette tutti nell'inseguimento e scomparve in sella alla sua cavalla nera. Pochi minuti dopo i suoi amici raggiunsero un profondo dirupo seguendo i mastini che uggiolavano terrorizzati davanti a ciò che gli stava dinanzi. Infatti in fondo al dirupo giacevano i corpi della fanciulla e del malvagio Baskerville, ma ciò che fece rabbrividire i tre amici fu ben altro:
“[...] con le zanne ancora affondate nella gola sbranata, c'era un essere orrendo, un'enorme bestia nera, simile a un mastino ma assai più grande di qualsiasi mastino si sia mai visto al mondo. E mentre lo guardavano sbigottiti, quella creatura dilaniò con uno strappo la gola di Hugo Baskerville volgendo verso di loro gli occhi fiammeggianti e le fauci grondanti sangue.”
La recente morte di Sir Charles era avvenuta in circostanze sospette e delle grosse impronte canine erano state ritrovate nei pressi del cadavere. Sir Charles era scapolo e così la sua fortuna sarebbe passata direttamente al prossimo erede dei Baskerville, il giovane Sir Henry Baskerville che, subito dopo essere arrivato in Inghilterra dall'America, riceve uno strano messaggio anonimo : “Se ti preme la vita o la ragione sta lontano dalla brughiera.”
Il dottor Mortimer teme per la sua vita ed è per questo che ha deciso di rivolgersi al famoso detective. Ma come sconfiggere un mastino infernale?
Per scoprirlo vi consiglio caldamente la lettura di questo splendido giallo.

A. Dario Greco

sabato 25 giugno 2011

Palahniuk e la critica alla società contemporanea

Survivor di Chuck Palahniuk
Survivor
di Chuck Palahniuk
Oscar Mondadori, 2010

€ 9.50
pp. 289

Traduzione di M. Monina e G. Capogrossi
Edizione originale: 1999

Gli elementi che differenziano un grande scrittore da un buon professionista della scrittura, o anche dallo scrittore di "un solo romanzo", sono fondamentalmente due elementi principali: la "cifra" e la "varietà" stilistica e contenutistica. In altre parole grande scrittore è colui che riesce a variare rimanendo se stesso. Se questi sono gli elementi con cui vogliamo identificare un grande scrittore, indubbiamente Chuck Palahniuk lo è.
Se, infatti, mettiamo a confronto il romanzo che ha portato al successo di pubblico Palahniuk, "Fight Club" con il romanzo che andremo a recensire, "Survivor" (che è anche il successivo) notiamo subito cose molto interessanti.
Innanzitutto, possiamo notare come la trama, il contesto i personaggi siano profondamente diversi e differenziati, ma la "cifra", appunto, rimane uguale. Cosa è, dunque, la "cifra" per Palahniiuk? La "cifra" è, secondo il modesto parere di colui che sta scrivendo, esattamente ciò che Gyorgy Lukàcs definiva come il "tipico". Lasciamo, a questo proposito, la parola all'eminente critico ungherese che affermava che in questo "tipico"
convergono e si intrecciano in vivente, contradditoria unità tutti i tratti salienti di quella unità dinamica in cui la vera letteratura rispecchia la vita; tutte le contraddizioni più importanti, sociali e morali e psicologiche, di un’epoca. Invece la rappresentazione della media fa sì che tali contraddizioni, che sono sempre il riflesso dei grandi problemi di un’epoca, appaiano necessariamente indebolite e smussate nell’animo e nelle vicende di un uomo mediocre, e perdono così proprio i loro tratti essenziali. Nella raffigurazione del tipo, nell’arte tipica, si fondono la concretezza e la norma, l’elemento umano eterno e quello storicamente determinato, l’individualità e l’universalità sociale». (G. Lukàcs, Per una critica letteraria marxista).
In altre parole il tipico non vuol dire per Lukàcs un'arte "a tesi" ma, rifacendosi alla dialettica hegeliana sul rapporto tra singolare, particolare ed universale, il personaggio in cui si rispecchiano "tutte le contraddizioni più importanti, sociali e morali e psicologiche, di un'epoca". Lukàcs, ovviamente, parlava del protagonista, del personaggio di un romanzo. Noi, invece, vogliamo parlare dello scrittore, di Palahniuk in questo caso, che mira a rappresentare - senza voler fare neanche lui un'arte "a tesi" - le contraddizioni di un'epoca, non svelandole, non dichiarandole ma, al contrario, svelando le falsità che la caratterizzano.
I lettori però, a questo punto, si staranno chiedendo: ma questo recensore quando inizia a parlarci del romanzo in questione? Presto presto, anzi quasi subito. Ci sembrava necessaria questa premessa per far ben comprendere, nei limiti delle nostre possibilità, di chi stiamo parlando. Non del "padre del new pulp", non del "profeta dei nuovi cannibali" o altre amenità del genere, utilizzate dai recensori delle "notizie brevi" dei quotidiani nazionali in cerca di titoli o di slogan in questo caso assolutamente fuorvianti.
Chuck Palahniuk non è inquadrabile in queste categorie. Palahniuk è uno scrittore a tutto tondo, in grado di rappresentare al meglio la società contemporanea, il suo degrado, la sua alienazione attraverso la rappresentazione di personaggi certo non rassicuranti né tranquillizzanti. La "cifra" stilistica e contenutistica di Palahniuk è il "male": un male che viene espresso non da rappresentazioni "pulp" o "splatter" per adolescenti in cerca di emozioni, ma un male più nascosto, sotterraneo e che può riguardare ognuno di noi.
Questa cifra stilistica viene espressa anche in "Survivor". Questo romanzo, secondo la tipica tecnica cinematografica, inizia dalla "fine", allo stesso modo di "Cronaca di una morte annunciata" di Gabriel Garcia Marquez, cioè dal suicidio del protagonista.
Nel corso del libro andremo così alla ricerca delle motivazioni psicologiche, sociali, storiche, del suo rapporto individuale e collettivo con la società che lo circonda che porteranno Tender Branson a questo gesto estremo.
Chi è Tender Branson? É il figlio di una famiglia apparentente ad una setta, tanto presenti negli Stati uniti, che educano i figli secondo regole "morali" ben precise (una moralità che, come si scoprirà alla fine del romanzo, viene interpretata a "modo loro"), con matrimoni stabiliti dalla "comunità" dei Creedish e l'obbligo da parte del secondogenito di trasferirsi "nel mondo" per fare lavori umili per tutta la vita. A un certo punto succede qualcosa, la comunità si sfalda e Ted Branson rimane apparentemente l'unico sopravvissuto di questa setta. Diventa una star televisiva, conosce un famelico agente che lo sfrutta con iniziative di ogni genere, anche le più assurde ed immorali (come trasformare quella che era stata la "Chiesa" di Ted in un centro raccolta di materiale pornografico) per racimolare denaro. Ted, però, accetta tutto questo, e grazie a Fertility, condannata a predire il futuro, diventa una vera e propria "star":

La bocca dice, "Hai per caso una vaga idea di quanto sia noioso essere me? Conoscere sempre tutto? Vedere tutto anche a distanza di milioni di chilometri?Sta diventando insopportabile. E non solo per me".
La bocca dice, "Siamo tutti annoiati".
Il muro dice, Ho scopato Sandy Moore.
Tutto intorno altri dieci hanno scritto, Anch'io.
Qualcun altro ha scritto, C'è qualcuno che non si è fatto Sandy Moore?
E accanto, Io.
E accanto, Frocio.
"Guardiamo tutti gli stessi programmi televisivi" dice la bocca.
"Alla radio ascoltiamo tutti le stesse cose, parliamo tutti delle stesse cose. Non c'è rimasta più nessuna sorpresa. Tutto uguale, sempre di più. Solo ripetizioni".
Dentro il buco, le labbra rosse dicono, "Siamo cresciuti tutti con gli stessi show televisivi. E' come se avessimo tutti lo stesso impianto di memoria artificiale. Non ricordiamo quasi nulla della nostra reale infanzia, eppure sappiamo perfettamente tutto quello che succedeva alle famiglie delle sitcom. Abbiamo tutti gli stessi sguardi. Tutti le stesse paure".
Come si vede già in questo passo appare chiaro cosa Palahniuk va rappresentando in un romanzo a metà tra il saggio e il thriller ed in cui i personaggi rappresentano proprio delle personificazioni delle critiche nei confronti della società capitalistica ed alienante. Così come il protagonista Ted Branson rappresenta infatti, l'imbelle, colui incapace di ribellarsi e l'agente il tipico speculatore affamato di denaro, Fertility, attraverso una straordinaria rappresentazione allegorica (il che sta a dimostrare, per l'ennesima volta, che fare del "realismo" non vuol dire fare "naturalismo"), proprio l'alienazione e l'omologazione contemporanea.
Per chiudere il quadro ci vorrebbe il "finto ribelle", il presunto rivoluzionario che vorrebbe cambiare tutto ma non cambia in realtà nulla. E infatti appare. È il fratello di Ted che, a seguito di una visione sconvolgente, ha denunciato la comunità e, in seguito, ucciso tutti gli aderenti ad eccezione del fratello. I due fratelli vivono dunque, verso la fine del romanzo, uno scontro dialettico e di sintesi: l'uno non è altro se non l'opposto dell'altro. Così come l'uno è imbelle ed accetta qualunque imposizione (che sia dell'autorità paterna o della società), così l'altro è disposto ad utilizzare tutti i mezzi per realizzare la "giustizia", il suo fondamento morale. Ma l'uno e l'altro non arriveranno a nulla e giungeranno alla stessa conclusione: la morte.

Altro elemento interessante di questo romanzo è il rapporto dialettico tra la piccola comunità religiosa e reazionaria Creedish e la cosiddetta "società aperta", secondo la definizione data da Karl Popper. Qual è, ci chiediamo, allora, la società migliore? La comunità chiusa ed escludente dei Creedish oppure la società capitalistica fondata soltanto sul denaro e sul successo?
Probabilmente, fa intendere Palahniuk, nessuna delle due o, addirittura, l'una è il presupposto dell'altra e l'attuale società contemporanea, probabilmente, non è per nulla "aperta" se non presuppone altro modo di vivere se non il "successo" e l'"omologazione".
Il romanzo, dicevamo, si conclude con la morte del protagonista (ma questo lo sapevamo già dall'inzio) e dunque la morte di ogni speranza. Infatti, ci chiediamo, che speranza ci dà Palahniuk? Nessuna probabilmente. Ma questo non è compito di un romanziere. Il romanziere ha il compito di indagare l'animo umano e le contraddizioni dell'attuale società svelando il velo delle menzogne. E questo Palahniuk lo fa molto bene. Cambiare la società è compito di altri.

Rodolfo Monacelli

venerdì 24 giugno 2011

Amara ironia per raccontare la società attuale in The Big

The Big
di Alessio Pracanica
Edizioni Creativa, 2011

Sono le sette di sera di un giorno come tanti quando qualcuno interrompe l'abituale passeggiata di Archie Badwin, tranquillo archivista di un’agenzia investigativa, gettandogli una pizza sui calzoni. Il fatto, all'apparenza un fastidioso ma innocuo incidente, pare innescare una serie di vicende inverosimili che fanno dubitare ad Archie di possedere ancora la ragione. Per non parlare dei misteriosi omicidi sui quali Archie, improvvisatosi detective, inizia ad indagare. Chi ha fatto letteralmente morire di paura il suo amico Geronimo Kamiski? Chi è The Big di cui minacciose scritte sui muri dell'appartamento di Geronimo annunciano l'arrivo? Perché la commessa del negozio dove Archie aveva acquistato i calzoni è stata uccisa? Esiste una cospirazione contro Archie o è solo la sua fervida immaginazione che lo sta facendo uscire di testa? L'indagine procede con continui colpi di scena scanditi dalle stranite canzoni dei Sofficini Soffocanti. Fino ad un epilogo aperto, anzi apertissimo.

Con il suo cinico disincanto e uno humour sopra le righe, Alessio Pracanica utilizza questa storia "ai confini della realtà" come metafora per raccontare una società allo sbando, un sistema politico sempre più deludente, la necessità di trovare nuovi punti di riferimento su cui costruire un'esistenza finalmente a misura d'uomo. Così se in prima battuta si ride, si ride molto, poi ripensandoci ci si trova coinvolti un una riflessione ben piùprofonda e seria. Un romanzo sopra le righe che aiuta a riflettere...tra le righe.

La scrittura è ritmata, si compiace di indugiare nella gigioneria, gioca col lettore e con la storia, ma in realtà si tratta di una "copertura", perchè col sorriso sulle labbra è più facile anche proporre una critica feroce del mondo occidentale e ricco di cui gli Stati Uniti sono un po' il simbolo. Ma Washington potrebbe anche essere Roma, nell'allegoria del potere descritta da Pracanica.

Recensione di Carla Casazza
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 Per saperne di più su Alesso Pracanica: La pagina pubblica dell'autore su Facebook 

giovedì 23 giugno 2011

Carla Casu: “Alla fine della strada”, la poesia


Alla fine della strada
di Carla Casu
Lulu.com, 2010

€ 6.00
pp. 70

Sassarese, classe 1984. Studentessa universitaria e consulente editoriale. Ha seminato poesie in varie antologie: Nostalgia (Perrone LAB, 2008), La donna (poesiaèrivoluzione, 2010), Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada (Perrone LAB, 2010), Mentre un’altra pagina si volta (Perrone LAB, 2011), Una Isla en la Isla (Latin Heritage Foundation, 2011) e nel n° 97 di voceDonnainpoesia

Nella seconda metà del 2010, con “Lulu.com”, Carla Casu ha confezionato un libello intitolato “Alla fine della strada”: 
«Ho scelto di pubblicarlo attraverso il book on demand -dice-, perché sapevo che se mi fossi ritrovata nella condizione di doverne parlare, probabilmente non sarei stata in grado di descrivere fedelmente il processo che ha portato alla stesura di alcune poesie, soprattutto quelle scritte prima del 2009». 

Perché on demand? 
«Per saltare tutta quella parte relativa alla post-pubblicazione: promozione, reading, presentazioni… Decidi tu quanto spenderti per il libro. E ho detto quanto “spenderti”, non quanto “spendere”. Amo l’editoria tradizionale, talmente tanto che ci collaboro e vorrei lavorarci; amo un po’ meno quegli editori che chiedono agli autori dagli 800 ai 2000 euro per essere pubblicati. Quando ho capito che avrei ricevuto solo proposte di quel genere ho preferito procedere in altra maniera. Non mi interessa pubblicare con qualcuno che non è disposto ad investire sulla mia opera. Preferisco ricevere un “no” come risposta, che tanti “si” con allegata una cifra».

Semplice raccolta “Alla fine della strada”? Forse. Tra le pagine, a detta dell’autrice, più che poesie ci sono: “[…] ritratti di abitudini antiche, disgrazie divenute prigioni,/pensieri somiglianti a catene […]”. Disegni precisi, silenti, schizzati con un inchiostro “[…] blu cobalto […]”; versi a volte sbavati “[…] fuori dal rigo […]”. Queste poche parole bastano. Sì, perché è a partire da qui che tutto si dispiega, è da qui che inizia la “strada”. Ha gli occhi rivolti al passato la Casu, legata a un tempo che non c’è più (che si pensa non ci sia più), oscillando tra un tenero bovarismo e la coscienza di non poter superare dei limiti. Ricorda, lei,
“[…] Il tramonto sull’Atlantico,
la marea e il vento,
colonna sonora del mio
interminabile lamento. […]”.
E sente, sente la malinconia, per metterla in versi. E quando gli occhi forse un po’ stanchi vengono rivolti al presente, si ha un risveglio: “[…] senza fiori/né rose […]”. Cosa impedisce di contemplare i colori, la luce? Perché, fuori dall’onirico, tutto è un tormento? Il passato ci strappa gli occhi? 
«Non è la realtà a “tormentarmi” -risponde-, ma proprio “l’onirico mondo”, che forse non fa altro che riflettere e amplificare quei “limiti” che non supero nel mondo reale. Credo sia un circolo vizioso. E uno di quei limiti è la consapevolezza di poterne uscire e non volerlo fare. Non perché ami struggermi nel tormento, tutt’altro! A dispetto delle apparenze, e di ciò che può trasparire da quel che scrivo, sono in realtà una persona molto positiva; semplicemente penso sia peggio svegliarsi una mattina e rendersi conto di aver smesso di ricordare. In realtà non credo di essere ossessionata dai ricordi, ma dal terrore di non averne più. Forse per questo li scrivo. Non ho mai avuto una buona memoria. Cioè: ho una pessima memoria a breve termine, di quelle che ti fanno dimenticare il nome di qualcuno tre secondi dopo che si è presentato; e pur avendo una buona memoria fotografica spesso mi sfuggono i dettagli. Mi piace l’insieme. Ma sono anche in grado di ricordare nitidamente particolari che probabilmente stampo nella memoria a causa di quell’ossessione di cui si parlava prima».

Carla Casu
Nelle poesie si nota un “[…] macigno che (le) schiaccia il petto”. C’è la voglia di cambiare, di essere come un pittore che colora di azzurro il nero e di rosso il prato verde:
[…] Vorrei in prestito
il pennello d’un pittore andato
per colorar d’azzurro il nero
e di rosso il verde prato. […]
E ancora: vorrebbe in prestito il palpito di una donna amata per sentire calore e fuggire dalla noia. Vorrebbe il non essere: 
«Il “non essere” ciò che gli altri vorrebbero che fossi. Mi viene in mente la famosa citazione di Rita Hayworth:“Ogni uomo che ho conosciuto è andato a letto con Gilda... e si è svegliato con me”. Questo è il “non essere”, o l’essere un’idea. Hai scritto qualche poesia, magari ti piace bere della buona birra e hai degli up e down notevoli; dunque c’è chi pensa di ritrovarsi davanti lo stereotipo della scrittrice ubriacona e psicopatica. Poco importa se lo scrivere non abbia nulla a che vedere con gli altri due elementi. Mi annoia questo: la delusione che alcune persone provano quando si ritrovano davanti una persona con qualche sfumatura in più rispetto al cliché ambulante che avevano immaginato. E mi annoia chi non è capace di andare oltre il silenzio, che ha qualcosa in più non rispetto alle parole in sé, ma rispetto alle parole “bagnate di lucido controllo”». Esatto: “lucido controllo”, come lucidi appaiono i versi. Non una sbavatura verso l’inverosimile: «Non c’è nulla di trascendentale nella mia scrittura. Sono molto razionale. E tutto quello che porta alla perdita della razionalità non è direttamente legato al mio modo di scrivere».

L’ultima domanda, anzi, le ultime. Lei afferma di essere annoiata dalla gente superficiale, come è più che comprensibile. Non ha mai pensato che la poesia resterà incompresa? La gente non è capace di andare dentro e oltre i versi o, addirittura, oltre il silenzio. Ha mai osservato una folla? I componenti della folla non fanno altro che parlare… in prosa (non di prosa), si intende! Carla Casu ci pensa su. Poi risponde:  
«La poesia non verrà mai compresa? Mah, non so. Nessuno metterebbe in dubbio la qualità dell’Infinito di Leopardi; in molti pensano invece che Leopardi fosse un misantropo. Forse più che la poesia è il poeta a non essere compreso del tutto. Voglio dire, Emily Dickinson ha passato venticinque anni della sua esistenza chiusa in casa. Effettivamente è un po’ difficile da comprendere, ma il giudizio sull’eccellenza della sua produzione penso sia abbastanza unanime. Non mi preoccupa la folla che parla in prosa, mi inquieta di più chi parla “in poesia”. Non la irrita questo? A me tantissimo». 

Concludendo il dialogo: forse irrita solo coloro che amano veramente la poesia.
Dario Orphée

mercoledì 22 giugno 2011

"Memorie di una Geisha " di Arthur Golden

Memorie di una Geisha
di Arthur Golden
Tea, 2008

€ 9.50
pp. 571

Traduzione di D. Cerutti Pini
1^ edizione originale: 1997

Ciò che il lettore si aspetta iniziando un nuovo romanzo è –almeno di solito- trovare una storia che lo coinvolga e lo faccia riflettere, che lo trasporti in un luogo reale od inventato in un viaggio nel tempo e nello spazio. Un racconto che sappia suscitare in lui una qualsivoglia emozione che –se abbiamo tra le mani un buon libro- non si esaurisca l’attimo dopo la parola fine in fondo all’ultimo capitolo.
Ecco, il romanzo di Arthur Golden a mio avviso rientra a pieno titolo nella descrizione appena fatta.
Ha in sé una straordinaria forza espressiva, la capacità incredibile di evocare un mondo che è per la maggioranza di noi occidentali sconosciuto eppure incredibilmente affascinante, entro il quale figure leggendarie e fuori del tempo come le Geishe si muovono leggiadre, i volti pallidi e l’andatura sensuale, custodi di una civiltà millenaria e a tratti ancora così misteriosa. Attraverso le vicende di Sayuri, che giunta a Kyoto da uno sperduto paesino di pescatori riuscirà con la sua grazie e determinazione a diventare la più famosa e ricercata Geisha del tempo, Golden non incanta semplicemente il lettore con un romanzo ricco, fitto di personaggi vivi e terribilmente umani, che si muovono sullo sfondo dello storia del Giappone del Novecento; quello che riesce a fare con questo libro è rivelarci la tradizione forse più affascinante ed ancora avvolta nel mistero di un Paese straordinariamente ricco di cultura ed arte, sublimate in modo perfetto nella Geisha. La profonda ricerca alla base del romanzo che traspare dalla precisione quasi storica con cui l’autore ricostruisce luoghi, profumi, personaggi, vicende, è in buona parte dovuta allo straordinario contributo di Mineko Iwasaki “una delle più rinomate geishe di Gion Kobu degli anni ’60 e ‘70” come sottolinea lo stesso autore, a cui il libro è profondamente debitore per ogni aspetto concreto che vada oltre la storia del romanzo.
Una storia per altro talmente straordinaria da poter essere scambiata per reale, coinvolgente e perfettamente vivida nell’immaginario del lettore che si addentri in essa. Pagina dopo pagina apprendiamo il lungo, doloroso cammino che dal piccolo paese natale ha condotto Chiyo a diventare Sayuri, la Geisha. Di umilissime origine, ma assetata di vita e soprattutto di amore, Chiyo la ragazza dagli “occhi pieni d’acqua” viene introdotta in un mondo fatto di danze, musica, grazia impeccabile, dialettica arguta, kimono raffinati e sale da te lussuose. Ma la preparazione e la fatica per diventare una di quelle donne capaci con uno sguardo di ammaliare un uomo è estremamente dura e crudele, colma di dolore, privazioni, umiliazioni e sacrifici. La sofferenza è infatti una delle compagne principali dell’esistenza di una Geisha, insieme con la solitudine e la pena per una vita che in fondo non le appartiene mai del tutto. Creatura affascinante e desiderata da molti, ella non può mai sognare l’amore, colpa e condanna per chi trasgredisca: 
Non diventiamo geishe perché la nostra vita sia felice, ma perché non abbiamo altra scelta”.
Attorno alla figura straordinaria di Sayuri, si muovono personaggi altrettanto ben sviluppati, ognuno con il suo segreto e le sue ambizioni, tra cui spicca per complessità e verosimiglianza Hatsumomo la rivale e fino al suo arrivo unica Geisha della okiya, resa in tutta la sua bellezza e crudeltà dalla famosa attrice nipponica … che l’ha interpretata nella trasposizione cinematografica del romanzo. Capricciosa, viziata, ribelle, Hatsumomo tiranneggia ogni abitante della casa consapevole del suo fascino e del suo potere, di cui è pronta a servirsi contro chiunque cerchi di ostacolarla o peggio ancora oscurarla. E’ inevitabile quindi che Sayuri, giovane e bella, diventi ben presto una minaccia troppo grande per essere ignorata dalla prima Geisha, la cui bellezza sembra ormai aver perso lo splendore di un tempo, corrotta dai vizi e dall’animo della donna. Gli inganni e le bugie ordite da Hatsumomo si fanno sempre più crudeli, l’odio sempre più profondo non solo nei confronti della sua rivale ma della rigida vita della geisha stessa, che le ha rubato la gioventù, i sogni e l’amore. Una figura tragica e bellissima, dalle mille sfaccettature, che non smette di esistere nemmeno dopo essere svanita, ma i cui intrighi e sotterfugi continueranno a scavare.
Profondamente diversa da Hatsumomo è Mameha, la grande rivale della Geisha capace di incantare con la grazia dei suoi movimenti, l’armonia della danza e l’arguzia della conversazione uomini di ogni dove. La potente signora prenderà sotto la sua protezione Sayuri, diventandone mentore e guida ed introducendola nelle sale da te più raffinate, frequentate da ricchi uomini d’affari, diplomatici, politici. Mameha, non più giovane ma ancora affascinante ed influente ha saputo conquistarsi posizione e sicurezza, nonché la protezione di un danna (amante e protettore) molto ricco e potente, sebbene altrettanto distaccato e duro, anch’egli ben presto stregato dalla giovane Sayuri. Lo strano rapporto che si instaura tra una geisha ed il suo danna, le conseguenze che esso comporta se fatalmente la donna cede all’amore e le sofferenze che ne derivano, sono espresse dalla calma malinconia di Mameha, legata ad un uomo che la protegge e le offre doni, ne apprezza la compagnia e il consiglio, ma che in fondo non potrà mai essere nulla di più. La gioventù che tende a sfiorire, la gelosia per un rapporto che non può essere esclusivo, il dolore per i troppi aborti a cui è costretta dalle convenzioni, Mameha è una figura materna e malinconica, geisha raffinata e richiesta ma in fondo fragile donna che brama l’amore.

Se i personaggi femminili sono tanto realistici e complessi, non da meno lo sono le figure maschili che ruotano intorno al mondo di Sayuri: dal Dottor Granchio, medico di fiducia delle okiya decisissimo a cogliere il mizuage (rituale della deflorazione) della giovane geisha rivaleggiando con altri fino ad ottenere la vittoria, passando per il Barone danna di Mameha eppure ammaliato dalla sua protetta, fino ad arrivare a Nobu direttore generale di una delle più importanti fabbriche di Kyoto che dapprima insensibile ed immune al fascino delle geishe finirà con l’innamorarsi sinceramente per la bella Sayuri, rimanendole accanto e proteggendola quasi per tutta la vita.
Ma l’uomo intorno a cui ruotano tutta l’esistenza e la caparbietà di Sayuri è anche quello che meno appare nel romanzo, fantasma dai contorni poco delineati eppure motivo e causa di scelte ed intrighi. Il Presidente, cui fin da quel primo incontro ancora bambina aveva rivelato a Chiyo un mondo affascinante e misterioso, dove gli uomini gentili sono accompagnati da splendide donne dal volto dipinto. Ogni scelta, ogni passo, ogni sacrificio fatti da quell’incontro saranno il mezzo per avvicinarsi a lui, per far parte in qualche modo della sua vita, per essergli accanto. Ed è incredibile scoprire quanto ci sia del Presidente dietro ogni situazione ed avvenimento che parevano casuali e inconcepibili.
Come l’acqua degli occhi di Sayuri, la storia scorre come un fiume che attraversa molte vite e si intreccia con la storia, crudele e inarrestabile di un Giappone diviso fra vecchio e nuovo, tradizione e modernità, un “mondo che sta rapidamente scomparendo” come ha sottolineato il Times, che proprio nella figura leggendaria della Geisha sembra trovare il suo culmine. Uno splendido ritratto di un’epoca e di una cultura che in fondo non saremo mai in grado di comprendere appieno, ma che il racconto fattoci da Sayuri con la sua voce indimenticabile può forse in parte esserci svelato.

Debora Lambruschini

Anche Gloria aveva scritto di Memorie di una geisha: clicca qui per leggere la recensione

martedì 21 giugno 2011

Milano esoterica al centro di un interessante racconto giallo

Al cuore del problema
di Luca Camurri
Festuca 2010

pp. 106
€8.00

Un giallo geo-esoterico, questo di Luca Camurri, meglio noto finora come poeta, organizzatore culturale e anche – sotto mentite spoglie – come raffinato aforista. Un gustosissimo libro per menti in viaggio, ambientato nei quattro punti cardinali di una Milano che rispetta lo stereotipo fino all’icastica esagerazione autoironica: la città un po’ xenofoba, di corsa e di fretta, dove ci si incontra poco, si lavora molto, ci si diverte in fondo di rado; dove persino un’ora dedicata all’amore è rubata al riposo, al tempo, alla vita. In questa Milano che sembra essersi dimenticata dei propri tesori d’arte, delle proprie chiese e dei propri navigli, tre efferati delitti vengono commessi senza apparente rapporto fra loro che non sia l’identità straniera delle vittime, la velocità sequenziale degli atti e la totale mancanza di movente. Sarà un giovane criminologo, guidato anche dalla preoccupazione per la fidanzata americana, che intuisce in pericolo, a mettere in relazione i delitti con i quattro punti cardinali – ciascuno rappresentato da un edificio religioso, o dalle sue immediate vicinanze - e a sventare l’ultimo di essi con un drammatico colpo di scena.

Al lettore attento non sfuggono particolari raffinati: ad esempio il fatto che la topografia dei delitti, commessi secondo l’asse cardinale E-O-N-S, descrive una sorta di segno di croce chiasmatico. Ai numi tutelari del genere, come Eco e l’immancabile Dan Brown, Camurri si accosta con estrema levità ed ironia, rappresentata dallo scetticismo dell’ispettore in uno dei dialoghi finali: operazione di chiaroscuro non facile e abilmente riuscita. Persino al più distratto dei lettori, peraltro, risulta evidente la non comune conoscenza storica, geografica e archeologica che l’autore, abilmente celato dietro la doppia identità della coppia investigatore/compagna, rivela. A colpire ancor più, oltre alla sorprendente rapidità della narrazione, è proprio la leggerezza: come se Camurri avesse la capacità di tratteggiare una veduta aerea di Milano, arricchita dall’ecografo della storia. Le chiese e le zone in cui avvengono i delitti svelano sotto i nostri occhi tutti gli scheletri dell’oblio, fino alla cattura finale, fortemente simbolica, presso San Bernardino alle Ossa, nel punto australe della città. Il vero protagonista è proprio il vuoto, camuffato dalla fretta e dai riempitivi posticci che popolano e sequestrano il tempo libero di una città come Milano: forse soltanto città grande, non grande città, e tuttavia amata dall’autore con la passione del poeta che sa vedere in essa la menzogna del presente, l’inconsistenza del futuro, la radice viva del passato, con sguardo sempre troppo lucido per cedere alla tentazione della nostalgia. Il già ricordato fatto che Camurri scriva versi non è una semplice nota biografica, ma spiega fino in fondo il titolo: se un assassino può mirare al cuore di una vittima, solo un poeta – o i personaggi suoi alter ego – può andare dritto al cuore delle cose. Proprio come lo scheletro svela l’essenza di un corpo, il poeta scava il superfluo della vita e investiga parole dimenticate, disperse nella fretta e nello spazio anonimo della chiacchiera. 

Alessandra Paganardi

lunedì 20 giugno 2011

#PagineCritiche: Una panoramica critica della poesia recente

Il presente della poesia
Niva Lorenzini
Il Mulino, Bologna, 1991

pp. 253

Niva Lorenzini è docente ordinario di letteratura italiana all’università di Bologna, studiosa di rango, da sempre attenta alla poesia novecentesca così come al dibattito critico sviluppatosi attorno a essa. Lo dimostra, tra gli altri suoi lavori, Il presente della poesia: l’opera offre una panoramica della poesia italiana dagli anni ’60 alla fine degli anni ’80, a ridosso della pubblicazione del volume stesso, esattamente un ventennio fa (1991). Anche se il titolo ovviamente non risponde più al suo contenuto, la poesia che l’autrice ripercorre e ottimamente contestualizza è quella del nostro recente passato, la cui comprensione è indispensabile per inquadrare la produzione dei contemporanei, della letteratura dell’ultimo decennio.
Si tratta, chiariamolo subito, di un lavoro “accademico” (difficile ridare a questa parola il lustro che le spetta, essendo usata oggi, tutt’al più, in senso dispregiativo): niente impressionismi o interpretazioni di testi a uso e consumo del lettore, nessun cedimento al discorso astorico sulla poesia né all’empirismo analitico, al formalismo privato del suo contesto.

Non ci si aspetti dunque le letture personali e partecipate che spesso i critici-poeti fanno di poeti a loro affini, né la verve polemica e la parzialità di un critico militante: l’obiettivo è quello di un bilancio che metta in risalto la varietà delle forme e dei temi, inquadrandola però in solide griglie ermeneutiche e in una forte consapevolezza storica. La sua militanza semmai, se di militanza è lecito parlare, non sta nell’esplicita adesione a un canone piuttosto che a un altro, ma nel rivendicare (e nel fare uso di) una critica aperta, pluridisciplinare – al passo con i mutamenti sociali sempre più rapidi, con la complessità dell’esistente – e al tempo stesso responsabile e necessaria, in netto contrasto con le derive del decostruzionismo e della rinuncia alla scelta, esigenza percepita acutamente per via dell’allora imperante (anche se già in declino) postmodernismo.

Quello che ci offre la studiosa è, in breve, un percorso di lettura che coglie il rapporto tra esperienze poetiche e contesto extra-poetico (incluso, appunto, il dibattito sulla poesia, la relazione poeti-società), e che mira a una sintesi rigorosa ma inevitabilmente parziale del trentennio poetico considerato. Selezionare, d’altronde, è dovere della critica: le ambizioni enciclopediche fiaccherebbero il valore stesso della scelta, e porterebbero inoltre a una mancanza di fruibilità sia per il lettore appassionato, sia per lo studioso di letteratura.

Veniamo ora più concretamente alla struttura e ai temi dell’opera: cinque macro-capitoli, ciascuno dei quali costituito di sottosezioni (da 4 a 11) dell’ampiezza di un articolo o un breve saggio.
Il primo capitolo si sofferma su alcune categorie interpretative utili a tracciare un primo abbozzo del trentennio: complessità, perdita delle ipotesi totalizzanti, il dilemma nesso-casualità, mare dell’oggettività e perdita dell’io, solo per citarne alcune.
Calvino e Pasolini
I due capitoli seguenti affrontano gli anni Sessanta, rilevandone anzitutto il fermento teorico, il proliferare di riviste e sedi di discussione: Calvino, Vittorini, Pasolini, Fortini, Sereni sono alcuni dei grandi nomi che emergono a tal proposito, immessi con agilità in un discorso articolato ma vivo, agile e mai pedante, quasi affabile – sia pur nel rispetto del taglio accademico del volume.
Si ripercorrono le discussioni sull’io e sul valore dell’esperienza, dalla sovversione della neoavanguardia agli sberleffi del Montale di Satura, con un’acuta percezione delle operazioni formali, dal verso atonale, recitativo e drammatico di Sanguineti, alle strutture chiuse ma internamente dissacrate di Balestrini e Giuliani, alla spoglia pronuncia di Montale e Sereni.
La crisi della rappresentazione, la distanza tra parola e cosa, è un utile paradigma per comprendere la poesia di quel decennio. In modi diversi, contro la dispersione del soggetto e l’indicibilità della cosa si pongono Pasolini e Fortini, dei quali vengono sintetizzate le strategie poetiche e politiche.
Antonio Porta
Capitoletti a parte sono dedicati a tre grandi poeti nati nel primo decennio del novecento (Sereni, Luzi e Caproni) e, forse discutibilmente, ad Antonio Porta (al quale è, tra l’altro, dedicato il volume), non foss’altro perché più giovane e meno unanimemente riconosciuto dalla critica: di questo poeta si rimarca il vitalismo biologico, che si produce in un espressionismo talvolta violento. Questa, insieme alla generale preferenza per il versante antilirico e oggettuale su quello orfico-mistico, mi sembra l’unica concessione alla militanza poetica dell’autrice, visibile in filigrana dallo spazio riservato agli autori: basti pensare che solo poche righe sono riservate a Valduga e – secondo me giustamente – ad Alda Merini.
Comunque sia, tornando al terzo capitolo, un altro capitoletto è destinato alla triade Risi-Orelli-Erba, interpreti di una linea lombarda improntata all’attenzione alle cose, a una pronuncia nitida venata d’ironia. Altrettanto lombardi, ma diversi – più tesi alla narrazione dilatata – Raboni, Giudici, Pagliarani, Rossi, solo per citarne alcuni. Chiudono le due grandi figure isolate di Amelia Rosselli e Andrea Zanzotto, nei loro oltranzismi linguistici di esiti e origini diverse, ma entrambi di folgorante impatto.
Il quarto capitolo, dedicato alla poesia degli anni Settanta, mette in risalto la caduta delle ideologie e delle teorizzazioni del decennio precedente, il declino dello strutturalismo, la preferenza per una poesia recitata e immediata, il ritorno del canto, addirittura del mito (si accenna a Conte e all’antologia La parola innamorata), il decentramento dell’io, l’influenza della Beat generation.
In questo decennio
A. Bertolucci
«ci si illude di poter riconquistare un grado zero, una condizione naïve di contatto aurorale col mondo, quando si è comunque compromessi, condizionati anzitutto da un bagaglio di patentate teorie (da Nietzsche a Bataille…)» (p. 139).
Se questa è la temperie dell’epoca, Niva Lorenzini non distoglie mai lo sguardo dalle esperienze poetiche più consistenti: ecco ancora Montale, con la sua demitizzazione (che è anche resistenza) poetica, o Bertolucci, col suo diarismo antilirico, per passare ai più giovani Cucchi e Viviani, dagli elenchi oggettuali del primo ai micro-racconti del secondo, ritornando anche su Porta, Sanguineti e Giudici, al quale viene dato ampio spazio (pp. 157-164), complice l’inserimento di un saggio scritto in precedenza.
Il ritorno, nel testo, degli stessi poeti, è insito nell’impossibilità di affrontare il discorso per compartimenti stagni, pena il venir meno del senso temporale e dinamico che invece si vuole indagare.

Con gli anni Ottanta prende corpo una nuova progettualità, in parte anche coincidente con la rinascita delle forme chiuse; ma anche il contrapporsi di due correnti fatte passare sotto i nomi di «neoromanticismo» e «neocontenutismo fenomenico», benché la stessa studiosa ci metta in guardia dal valore assoluto di queste etichette. La scollatura tra nome e cosa genera il ricorso all’allegoria in Giampiero Neri, così come in Fortini. Sull’altro versante, quello neo-orfico, brevi cenni sono dedicati a Carifi e Mussapi, e spazio appena più ampio a De Angelis. Sotto il capitoletto Geometria verbale e manierismo sono invece raggruppati Magrelli, Greppi e Valduga, mentre di nonsense si può parlare per Majorino e Scialoja, senza dimenticare l’esperienza appartata di Scalise. Il volume si chiude con un’ulteriore riflessione sul rapporto tra tempo storico e poesia, constatando e rilanciando il ritorno di una critica responsabile (ad esempio, il richiamo etico del Todorov di Critique de la critique) dopo «la resa al contingente, al provvisorio, all’irriflesso» (p. 219) del postmodernismo. Suggellano il volume ricchi riferimenti bibliografici (datati ma lo stesso non prescindibili) e utili schede degli autori.

Un’ultima riflessione, questa volta personale, sul rapporto opera-target nel caso di volumi come questo, rivolti in primis a studiosi o appassionati (il grande numero di poeti passati in rassegna, di teorie critiche e filosofie del testo citate potrebbe scoraggiare il lettore disarmato): io credo che opere del genere farebbero bene a molti versificatori improvvisati e inneggianti a un’immediatezza naif che è solo illusione (la situazione di oggi mi sembra quindi, in parte, coincidere con quella degli anni ’70, a esclusione ovviamente dell’élite delle riviste serie, ignote al grande pubblico); ma nondimeno credo che andrebbero proposte già nella formazione scolastica superiore – certo con l’ausilio dell’insegnante a guida non dogmatica –, per avvicinare gli studenti a una poesia che è viva nel suo farsi, non solo museo che si ferma, nel migliore dei casi, a Montale; poi le poesie riportate, spesso per intero, dalla studiosa, sono quasi sempre di tale bellezza e intensità che sarebbe possibile scoprire (o riscoprire) i poeti proprio partendo da quelle, affidandosi poi al proprio gusto personale e affilandolo con ulteriori letture, unendo il piacere di una propria personale scoperta – quindi anche accidentata, disorganica – alle linee guida interpretative già impostate, per non smarrire il senso diacronico del tempo e quello sincronico del presente.

Davide Castiglione

domenica 19 giugno 2011

La profezia di (Ales)sandro Veronesi: mettersi a nudo in un "futuro remoto"

Profezia
di Sandro Veronesi
Inediti d'autore del Corriere della Sera, giugno 2011

pp. 59
€ 1 in aggiunta al prezzo del quotidiano

E ti renderai conto che tutto ciò che tuo padre desiderava per il proprio corpo, mentre tu ti affannavi a governarlo, era la morte [...] (p. 44)
Un racconto intenso, quello che Veronesi ha incluso tra gli "inediti d'autore" del Corriere della Sera di questo mese. Non si tratta di un racconto reciclato dal faldone delle tante prove d'autore, né di un pezzo incastrato ah hoc entro il numero di battute concesse. Per la sua straordinaria incisività e per l'afflato stilistico, per l'inaspettata tematica trattata e per la maestria tecnica, ho deciso di rompere le abitudini di CriticaLetteraria (ovvero la tendenza a non recensire singoli racconti). 

Ma faccio subito ordine dopo quest'apertura insolitamente piena di giudizi di valore, e mi sforzo di recuperare oggettività. Il racconto è una crudele e, al tempo stesso, disarmante profezia su quanto il protagonista (un Alessandro Veronesi, non si sa se semplicemente omonimo o perfetto clone dell'autore) farà per accompagnare il padre alla morte. Il narratore di prima persona, anonimo ma forse voce interiore o coscienza o ("Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco l'animo tuo, e ti dico che...": questo è l'incipit, ex abrupto), pronostica al "tu" protagonista la parabola discendente delle cure al padre. Il tutto al futuro (e quanto è difficile mantenere per un intero racconto il tempo futuro? Non serve leggere Weinrich per intuirlo), o meglio in una sorta di "futuro remoto": un futuro già scritto, che non ammette infrazioni, né alternative. 
A sottolineare l'inevitabilità di quanto predetto, la formula martellante "io so e ti dico che", che ritma d'ineludibilità quest'unico enorme periodo sintattico che è il racconto. Ma non è un racconto d'ampio respiro, né lo è la sintassi: il ritmo è piuttosto franto, di frasi giustapposte, colme di azioni che denunciano la vuotezza di ogni tentativo per alleviare le pene del padre e, di riflesso, la sofferenza del figlio. E' un respiro sintattico sincopato, a tratti rapidissimo, altrove disteso, in accordo con il respiro dell'ammalato. 
Si tratta anche di un racconto realistico, così impregnato di farmaci, effetti della malattia, nomi di medici e di terapie possibili. Non c'è il ristoro della fede, né l'utopia della guarigione. Il padre, persona brillante nonostante i sintomi violenti della malattia, lascia parole di grande effetto:
[...] allorché lo sorprenderai verso le undici di mattina a guardare un programma televisivo su Rete 4, di quelli che egli non ha mai guardato in vita sua, e gli chiederai "perché guardi questo programma che non ti piace, padre? Perché non approfitti di questo momento di pace per [...] fare una delle tante altre cose che ti piace fare?", e la sua risposta sarà memorabile, Alessandro, preparati a ricordarla per darne testimonianza agli altri, poiché io so e ti dico che egli ti fisserà con quel suo sguardo reso ancor più sottile dalla malattia, e ti dirà "figliolo, io guardo questi programmi di merda per illudermi che la vita sia davvero così misera; che essa non sia amore, e bellezza, e ingegno, e sfide, e conquiste, e natura, e mare e vento e barche a vela, ma una squallida faccenda di rancori, pettegolezzi, paura e puzza di chiuso, come la riducono qua. Così, capisci, mi viene più naturale lasciarla", e si rimetterà a guardare Rete 4, e quelle sue parole ti trafiggeranno (pp. 38-40)
E anche il lettore resta trafitto per la lucida e rassegnata disperazione di quest'uomo. E resta ancor più turbato se la  vicenda narrata gli è tristemente familiare, e non può che rispecchiarsi nell'umana disumanità di un addio feroce, tra gli ossimori continui che accompagnano la cura di un malato grave. Poco importa la portata autobiografica del racconto, benché a volte la discesa negli inferi della malattia, così implacabilmente descritta, illuda di una "profezia scritta a posteriori", come sfogo sincero a dirotto. Per questo e per le ragioni suddette mi importa poco sottolineare la critica ai mass media presente in tanto Veronesi, né intendo soffermarmi su riferimenti intertestuali. La violenza del racconto riuscito basti per invogliarvi a ricercare questa breve ma sfolgorante presa di coscienza sull'addio estremo. 

Gloria M. Ghioni