mercoledì 29 giugno 2011

La poesia di "Stagliamento" di Arnold de Vos

Stagliamento
di Arnold De Vos
Samuele Editore, 2010

Potremmo elencare i nomi di misconosciuti mistici persiani e tentare di capire in che modo e in che misura essi abbiano influenzato l'opera di Arnold De Vos, poeta filologo e archeologo quarantreenne. Potremmo anche rispolverare il filone della poesia omoerotica, cercare un posto libero in quella catena che da Catullo in poi è andata sempre rafforzandosi, e collocarlo lì. Una volta inserito in una categoria precisa si eviterebbe il rischio di cadere nella vertigine che puntualmente ci colpisce ogni volta che si deve parlare di lui. Sarebbero però tentativi vani. Conviene accettare il fatto compiuto: De Vos e il suo Stagliamento non si lasciano incasellare in schemi di comodo. Naturalmente alcune costanti nella sua torrenziale produzione poetica ci sono, solo che non sono sufficienti per individuare percorsi unitari. Da esse, comunque, è necessario partire.

Le certezze che sembrano acquisite a una prima lettura si dimezzano a una seconda e scompaiono alla terza o alla quarta. Almeno una, comunque, si salva. La coglie Luca Baldoni quando riferendosi al nostro afferma
«è nato dopo l'annuncio della morte di Dio del Zarathustra nietzschiano e ha vissuto il crollo delle utopie e degli idealismi nel corso del Novecento».
Sarà pure una certezza striminzita, ma è proprio grazie a essa che diventa possibile uno sguardo d'insieme (un po' approssimativo e forse anche un po' sfocato) sull'opera dello scrittore.
L'anelito verso la divinità permea quasi ogni pagina di Stagliamento. È tuttavia essenzialmente lo slancio di chi non si rassegna a credere a un'assenza su cui pure non nutre alcun dubbio.
L'«invito ai pioli a salire in alto» tradisce l'inquietudine – risultato di un desiderio inappagato e inappagabile - che è alla base di molti componimenti. Se il cielo è sterile, e comunque troppo vasto per essere abbracciato dal debole raziocinio umano («lo stesso cielo sconfinato, tamponato dall'immenso suo deserto»), non mancano però presenze assolute e totalizzanti verso cui orientarsi e mediante cui intuire una dimensione 'altra'. Si tratta delle figure maschili che popolano l'intera raccolta. Quello messo in scena da De Vos, è in effetti, un mondo vuoto di Dio ma pieno di uomini. Dell'Uomo, anzi, perché nelle pieghe dei suoi muscoli, nella virilità che è promessa di senso e di poesia («correvi giù in controtendenza alla parola spuntata dal tuo seme») , si scorge quanto c'è di più simile a Dio. La realtà sovrasensibile, ammesso che esista, è inattingibile. Lontana e muta, può soltanto suscitare un'ironia disincantata che è a suo modo una resa:

Il tramonto tira la coperta corte della luce
sul mondo, e buonanotte.
Il sole passa la notte fuori.
Chi non riesce a dormire
civetti con le stelle.

La realtà quotidiana, del resto, è uno «spazio angusto», un monotona sinfonia in toni di grigio. Si avverte il desiderio bruciante di uscirne, cambiando prospettiva e punto di vista. Non è possibile innalzarsi al di sopra di essa, aggrappandosi alla barba di Dio, ma la bellezza è l'elemento che può riscattarla. Non è poco, non è soltanto l'unica cosa possibile di cui giocoforza è necessario accontentarsi. Si tratta di aderire con convinzione a un'intrusione divina che irrompe nel piattume di ogni giorno e che è benedetta dai (e nei) versi secchi di De Vos.

Sei in questo mio basso mondo
l'apice della bellezza, crescente
argenteo che lasci nella manomorta del cielo
una scia di oro vivo

La corrente poetica che circola in Stagliamento è essenzialmente frutto dello scarto tra il silenzio di Dio e la parola dell'Uomo. Anche a livello stilistico la distanza tra i due opposti poli si palesa nelle scelte lessicali. Convivono richiami biblici e lemmi preziosi con parole spogliate di ogni pretesa aulica. 'Mutande calate', 'luce artificiale' e 'water' si affiancano a 'acrosolio' e 'cenotafio'.
È dal basso, dallo sperma e dalle nudità che si avvicinano a Dio proprio grazie alla loro sfacciata oscenità e impudicizia che nasce il fioco 'Si' alla vita. Come l'anguilla montaliana risale il fiume per riaffermare la supremazia del l'elemento terrestre, della natura intesa nei suoi più elementari aspetti, così opera l'immaginario 'basso' di De Vos. Dai suoi "gorielli di melma", per dirla con Montale, scaturisce una "farfalla bianca" che se a un primo livello è identificabile con l'eiaculazione dell'amante, certo è carica di ulteriori e più alti significati.

Sono poesie che non si lasciano imbrigliare e che aleggiano a mezz'aria. Apparentemente disposte a dischiudere un numero limitato di tematiche, si rivelano in realtà abilissime nel gettar luce sulla condizione di chi, dopo la morte di Dio, non vede stagliarsi all'orizzonte nessun superuomo e nessun riferimento dispensatore di valori.
Gettano luce, insomma, sul limbo logorante in cui tutti ci dibattiamo.

Marco Giorgerini