giovedì 23 giugno 2011

Carla Casu: “Alla fine della strada”, la poesia


Alla fine della strada
di Carla Casu
Lulu.com, 2010

€ 6.00
pp. 70

Sassarese, classe 1984. Studentessa universitaria e consulente editoriale. Ha seminato poesie in varie antologie: Nostalgia (Perrone LAB, 2008), La donna (poesiaèrivoluzione, 2010), Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada (Perrone LAB, 2010), Mentre un’altra pagina si volta (Perrone LAB, 2011), Una Isla en la Isla (Latin Heritage Foundation, 2011) e nel n° 97 di voceDonnainpoesia

Nella seconda metà del 2010, con “Lulu.com”, Carla Casu ha confezionato un libello intitolato “Alla fine della strada”: 
«Ho scelto di pubblicarlo attraverso il book on demand -dice-, perché sapevo che se mi fossi ritrovata nella condizione di doverne parlare, probabilmente non sarei stata in grado di descrivere fedelmente il processo che ha portato alla stesura di alcune poesie, soprattutto quelle scritte prima del 2009». 

Perché on demand? 
«Per saltare tutta quella parte relativa alla post-pubblicazione: promozione, reading, presentazioni… Decidi tu quanto spenderti per il libro. E ho detto quanto “spenderti”, non quanto “spendere”. Amo l’editoria tradizionale, talmente tanto che ci collaboro e vorrei lavorarci; amo un po’ meno quegli editori che chiedono agli autori dagli 800 ai 2000 euro per essere pubblicati. Quando ho capito che avrei ricevuto solo proposte di quel genere ho preferito procedere in altra maniera. Non mi interessa pubblicare con qualcuno che non è disposto ad investire sulla mia opera. Preferisco ricevere un “no” come risposta, che tanti “si” con allegata una cifra».

Semplice raccolta “Alla fine della strada”? Forse. Tra le pagine, a detta dell’autrice, più che poesie ci sono: “[…] ritratti di abitudini antiche, disgrazie divenute prigioni,/pensieri somiglianti a catene […]”. Disegni precisi, silenti, schizzati con un inchiostro “[…] blu cobalto […]”; versi a volte sbavati “[…] fuori dal rigo […]”. Queste poche parole bastano. Sì, perché è a partire da qui che tutto si dispiega, è da qui che inizia la “strada”. Ha gli occhi rivolti al passato la Casu, legata a un tempo che non c’è più (che si pensa non ci sia più), oscillando tra un tenero bovarismo e la coscienza di non poter superare dei limiti. Ricorda, lei,
“[…] Il tramonto sull’Atlantico,
la marea e il vento,
colonna sonora del mio
interminabile lamento. […]”.
E sente, sente la malinconia, per metterla in versi. E quando gli occhi forse un po’ stanchi vengono rivolti al presente, si ha un risveglio: “[…] senza fiori/né rose […]”. Cosa impedisce di contemplare i colori, la luce? Perché, fuori dall’onirico, tutto è un tormento? Il passato ci strappa gli occhi? 
«Non è la realtà a “tormentarmi” -risponde-, ma proprio “l’onirico mondo”, che forse non fa altro che riflettere e amplificare quei “limiti” che non supero nel mondo reale. Credo sia un circolo vizioso. E uno di quei limiti è la consapevolezza di poterne uscire e non volerlo fare. Non perché ami struggermi nel tormento, tutt’altro! A dispetto delle apparenze, e di ciò che può trasparire da quel che scrivo, sono in realtà una persona molto positiva; semplicemente penso sia peggio svegliarsi una mattina e rendersi conto di aver smesso di ricordare. In realtà non credo di essere ossessionata dai ricordi, ma dal terrore di non averne più. Forse per questo li scrivo. Non ho mai avuto una buona memoria. Cioè: ho una pessima memoria a breve termine, di quelle che ti fanno dimenticare il nome di qualcuno tre secondi dopo che si è presentato; e pur avendo una buona memoria fotografica spesso mi sfuggono i dettagli. Mi piace l’insieme. Ma sono anche in grado di ricordare nitidamente particolari che probabilmente stampo nella memoria a causa di quell’ossessione di cui si parlava prima».

Carla Casu
Nelle poesie si nota un “[…] macigno che (le) schiaccia il petto”. C’è la voglia di cambiare, di essere come un pittore che colora di azzurro il nero e di rosso il prato verde:
[…] Vorrei in prestito
il pennello d’un pittore andato
per colorar d’azzurro il nero
e di rosso il verde prato. […]
E ancora: vorrebbe in prestito il palpito di una donna amata per sentire calore e fuggire dalla noia. Vorrebbe il non essere: 
«Il “non essere” ciò che gli altri vorrebbero che fossi. Mi viene in mente la famosa citazione di Rita Hayworth:“Ogni uomo che ho conosciuto è andato a letto con Gilda... e si è svegliato con me”. Questo è il “non essere”, o l’essere un’idea. Hai scritto qualche poesia, magari ti piace bere della buona birra e hai degli up e down notevoli; dunque c’è chi pensa di ritrovarsi davanti lo stereotipo della scrittrice ubriacona e psicopatica. Poco importa se lo scrivere non abbia nulla a che vedere con gli altri due elementi. Mi annoia questo: la delusione che alcune persone provano quando si ritrovano davanti una persona con qualche sfumatura in più rispetto al cliché ambulante che avevano immaginato. E mi annoia chi non è capace di andare oltre il silenzio, che ha qualcosa in più non rispetto alle parole in sé, ma rispetto alle parole “bagnate di lucido controllo”». Esatto: “lucido controllo”, come lucidi appaiono i versi. Non una sbavatura verso l’inverosimile: «Non c’è nulla di trascendentale nella mia scrittura. Sono molto razionale. E tutto quello che porta alla perdita della razionalità non è direttamente legato al mio modo di scrivere».

L’ultima domanda, anzi, le ultime. Lei afferma di essere annoiata dalla gente superficiale, come è più che comprensibile. Non ha mai pensato che la poesia resterà incompresa? La gente non è capace di andare dentro e oltre i versi o, addirittura, oltre il silenzio. Ha mai osservato una folla? I componenti della folla non fanno altro che parlare… in prosa (non di prosa), si intende! Carla Casu ci pensa su. Poi risponde:  
«La poesia non verrà mai compresa? Mah, non so. Nessuno metterebbe in dubbio la qualità dell’Infinito di Leopardi; in molti pensano invece che Leopardi fosse un misantropo. Forse più che la poesia è il poeta a non essere compreso del tutto. Voglio dire, Emily Dickinson ha passato venticinque anni della sua esistenza chiusa in casa. Effettivamente è un po’ difficile da comprendere, ma il giudizio sull’eccellenza della sua produzione penso sia abbastanza unanime. Non mi preoccupa la folla che parla in prosa, mi inquieta di più chi parla “in poesia”. Non la irrita questo? A me tantissimo». 

Concludendo il dialogo: forse irrita solo coloro che amano veramente la poesia.
Dario Orphée