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«L’amore moderno è un virus che trasforma in casa tutto ciò che riesce a toccare». Una nuova lettura dell’amore, della famiglia e del lavoro nel saggio del filosofo Emanuele Coccia “Il continente ignoto”

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Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno
di Emanuele Coccia
Einaudi Stile Libero, 10 marzo 2026

pp. 216
€ 17,10 (cartaceo)
€ 10,99 (eBook)

È Eros a dominare le nostre vite, per lui siamo disposti a sacrificare persino la felicità, perché ciò che davvero ci interessa non è essere felici, ma essere amati. E tuttavia sull’amore siamo ignoranti, ci comportiamo da autodidatti. 

Bastano queste poche righe per capire che Emanuele Coccia non ha intenzione di scrivere l’ennesimo libro sull’amore. Se l’amore è davvero ciò che domina le nostre vite, c’è qualcosa di paradossale nel fatto che continuiamo ad affrontarlo come degli autodidatti, poiché nessuno ci insegna ad amare, eppure da questa esperienza facciamo dipendere felicità, identità, famiglia, futuro, persino il nostro modo di stare nel mondo.  

Da questa contraddizione prende avvio Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno. L’amore, suggerisce Coccia, è così vicino a noi da essere diventato quasi invisibile, tanto lo consideriamo naturale in virtù del fatto che lo incontriamo ovunque. Lo consideriamo spontaneo proprio perché non riusciamo più a vedere quanta storia, quante istituzioni e quanti rapporti di potere si siano depositati dentro ciò che chiamiamo sentimento. Sarà questo il vero motivo per cui ne sappiamo così poco? L’autore rovescia subito una delle convinzioni più radicate della nostra cultura e cioè che l’amore appartenga alla sfera privata, mentre la politica, il lavoro e l’economia appartengano a quella pubblica. Nel suo libro questi confini saltano. L’amore entra nella famiglia, la famiglia nella genealogia, la genealogia nella trasmissione della ricchezza e il desiderio entra nelle merci. Quello che sembrava il più intimo dei sentimenti si rivela così una delle forze attraverso cui la società prende forma. 

Emanuele Coccia, filosofo di formazione medievale e studioso di Averroè e dell’averroismo, è arrivato a questo libro dopo aver attraversato alcuni dei grandi temi come la vita delle piante, la metamorfosi, la casa e il rapporto tra gli esseri e il mondo. Nei suoi libri conduce una ricerca che va oltre le separazioni tra umano e non umano, tra natura e cultura e tra individuo e ambiente. L’amore non fa eccezione e, nella lettura dell’autore, diventa anch’esso un modo per mettere in discussione queste frontiere. 

Coccia ci chiede di partire dall’amore per arrivare a ciò che attiene al pubblico e lo fa con una scrittura che procede per grandi intuizioni, immagini e accostamenti, oserei dire che il suo sia uno stile metaforico. La domanda che attraversa il libro essenzialmente è semplice e vertiginosa insieme: che cosa succederebbe se prendessimo sul serio l’amore non come una parentesi della nostra vita sociale, ma come una delle sue infrastrutture fondamentali? 

Coccia ricostruisce il passaggio dall’amore cortese, vissuto come temporanea evasione dall’ordine sociale feudale, alla trasformazione ottocentesca dell’ideale romantico in modello morale. L’esperienza erotica, un tempo eccezionale e vissuta per la quasi totalità dei casi al di fuori del matrimonio, diventa progressivamente il criterio attraverso cui scegliere il proprio compagno e immaginare la propria felicità. La famiglia, di conseguenza, cambia natura: da unità soprattutto produttiva, riproduttiva e patrimoniale si trasforma in un luogo nel quale gli affetti acquistano un valore istituzionale.  

È qui che Coccia incontra Anthony Giddens e la sua analisi della «relazione pura» secondo cui la modernità avrebbe liberato il rapporto erotico da finalità esterne (patrimonio, lignaggio, status, riproduzione) facendo della relazione stessa il proprio unico scopo. Si sta insieme perché la relazione offre una soddisfazione sufficiente a entrambi i partner, la coppia diventa una «impresa emotiva comune», fondata sulla reciprocità, sulla vulnerabilità e sulla continua negoziazione della fiducia. (pp. 6-7)

C’è un limite però: quanto più l’amore diventa libero, tanto più diventa fragile. 

Se non esistono più obblighi esterni capaci di garantirne la durata, la relazione deve continuamente giustificare la propria esistenza. Essa puoi essere interrotta in qualunque momento e la fiducia non è un patrimonio acquisito una volta per tutte, ma qualcosa da ricostruire incessantemente. Ecco un altro concetto chiave: l’amore visto come qualcosa che va costruito giorno dopo giorno.

Dopo la nascita l’amore cessa di essere esclusivo e unico. Diventa necessariamente plurale, nel numero (la madre, il vecchio mondo, è uno degli oggetti del nostro amore tra gli infiniti che intratteniamo), come nella specie delle cose amate. Dopo la nascita non possiamo fare a meno di amare simultaneamente più di una persona, anche se sempre con intensità diverse, e dobbiamo amare le persone assieme e attraverso la mediazione di qualcosa di non umano: un oggetto, un abito, un colore, un’atmosfera. L’amore dopo la nascita diventa qualcosa di artificiale, costruito nel tempo, che non corrisponde più a una natura, passata o futura, e ha quindi perso qualsiasi spontaneità e qualsiasi immediatezza. È un processo incerto, oscuro, fatto soprattutto di errori, che accumula ferite e fallimenti prima di arrivare al suo compimento. È qualcosa che ha a che fare con la temporalità e la materialità propria dell’amore e del desiderio. (pp. 25-26)

Il vero obiettivo di Coccia, giova sempre ricordarlo, è mettere in discussione l’idea stessa che l’amore costituisca una sfera separata dal resto della società. Tra le pagine lo troviamo dialogare criticamente con le idee di Eva Illouz e con quelle letture - che possiamo considerare marxiste - che invitano a evidenziare i rapporti di potere, le disuguaglianze e il ruolo del mercato. 

La critica di Coccia è sottile e radicale. Non nega che il mercato plasmi la nostra vita sentimentale, ma sostiene che l’intreccio tra eros ed economia sia molto più antico del capitalismo e coincida, in buona parte, con la storia stessa della famiglia. Secondo l’autore proprietà, genealogia, trasmissione del patrimonio e definizione dell’identità sono da sempre intrecciati ai legami amorosi.

Siamo americani, italiani, cinesi italiani, nigeriani o brasiliani solo a causa della relazione erotica di chi ci ha dato la vita, del luogo in cui essa è avvenuta e delle sue conseguenze. È anche se soprattutto perché si è il frutto di certi amori e non di altri che si ha accesso a porzioni di mondo più o meno vaste. L’amore ha prodotto e custodito ricchezza per secoli e lo fa ancora, e fingiamo di non accorgercene. (p. 13)

Questo è il punto in cui Il continente ignoto smette definitivamente di essere un libro sull’amore in senso convenzionale e diventa un libro sulla società. La provocazione dell’autore si estende al rapporto con le cose. Perché dovremmo considerare così diverso l’amore per le persone da quello per gli oggetti che abitano la nostra vita? La città, il telefono, il cibo, l’abito, il libro, il gioiello non sono soltanto merci, ma sono anche forme attraverso cui abbiamo dato consistenza al mondo che desideravamo abitare. In questo senso, il lavoro non è soltanto sfruttamento e produzione di valore, ma può essere anche una forma di passione per il mondo

A questo punti il confronto con la tradizione femminista della riproduzione sociale, da Mariarosa Dalla Costa a Maria Mies, diventa significativo. Coccia riconosce la forza della denuncia secondo cui la famiglia è una fabbrica, un luogo nel quale il lavoro domestico e di cura produce e riproduce quotidianamente la forza-lavoro, ma mette in guardia dal rischio di ricreare una dicotomia tra la produzione economica e una presunta produzione della vita sottratta alla logica della ricchezza. L’intuizione è affascinante, la metafora è potente, ma la dimostrazione un po’ meno. Una città può essere il risultato di una passione collettiva per il mondo e, contemporaneamente, il prodotto di rapporti di proprietà, sfruttamento e disuguaglianza. Un oggetto può incorporare cura, desiderio e intelligenza e restare comunque una merce. Trovo Coccia più persuasivo quando apre una contraddizione che quando sembra averla già risolta. 

La scrittura tutta segue questa logica. La prosa è metaforica, visionaria, procede per immagini e slittamenti, intrecciando filosofia, sociologia, storia ed economia. È una scrittura che ha il merito di rendere nuovi dei concetti che consideriamo familiari, ma che talvolta rischia di affidare alla forza della metafora ciò che avrebbe bisogno di una dimostrazione, una argomentazione più solida e articolata. È facile per il lettore sentirsi spaesato dal sovraccarico di immagini per spiegare uno stesso concetto. È come se l’intuizione corresse troppo e lasciasse indietro col fiatone (mi si consenta l’immagine) la dimostrazione. 

Il lettore non troverà ne Il continente ignoto una teoria definitiva dell’amore. La sua scommessa è un’altra: il «continente ignoto» del titolo è un territorio che abbiamo sotto gli occhi e che continuiamo a non vedere. Pensiamo di sapere che cosa sia amare perché lo viviamo continuamente, ma Coccia ci invita invece a renderlo nuovamente estraneo, a farne un problema. Capire come amiamo potrebbe significare capire come abbiamo costruito il mondo in cui viviamo e, chissà, forse, come potremmo costruirne un altro. 

Marianna Inserra