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Una cometa infausta e la promessa dell'arrivo di Vesta: il romanzo metafisico di Filippo Polenchi

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Vesta
di Filippo Polenchi
Alter ego, maggio 2026

pp. 174
€ 17 (cartaceo) 

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«La realtà» dice lui, senza che nessuno debba domandargli nulla «è che abbiamo un timer sulla testa. Immaginalo come uno tsunami: una serie di onde, sempre più grandi, che arrivano una dietro l'altra. La prima è storica, la seconda è gigantesca, la terza devastante e così via, sempre più a crescere. Una nuova onda terribile mangia e amplifica la precedente, senza fine, finché ci sarà terra da sommergere. Non è una realtà figurata. È quello che accadrà. Sono scritture della Fine, versetti già raccontati in forma di profezia sulle pergamene. Me lo aspetto da sempre. Ho le ore contate: immagino l'ultima onda, quella che ingoia le precedenti e tutto finisce. È una liberazione. Questa onda si chiama Vesta: è un asteroide che proviene dalla Fascia Principale. Abbiamo il tempo contato. Vesta, ricorda il suo nome. Finisce con lei». (pp. 105-106)

Filippo Polenchi, già autore di alcuni romanzi per 66thand2nd e Industria e Letteratura, torna in libreria con un romanzo dai toni profetici, metafisici, che ci accompagna in una parabola discendente verso la Fine. 
Teresa e Giorgio, una coppia sposata, decidono di trasferirsi dal padre di lei, Saverio, per accudirlo: l'uomo, ormai anziano, soffre di demenza senile, forse di Alzheimer, ma fino a poco tempo prima era un rinomato astrofisico, benvoluto e celebre anche per i suoi testi accademici e scientifici. La perdita della memoria, della realtà, non gli preclude la possessione della cosiddetta "vista", ovvero della capacità di vedere oltre, di pre-vedere, che la sua famiglia – Teresa, sua sorella Elisa e i rispettivi mariti – prendono per pazzia. Un'assenza che pesa è quella della madre di Teresa, Arianna, scomparsa per una malattia, ma presente in forma di entità, percepita in tutta la casa, e che Saverio rinnega di aver perso.

La narrazione ha la voce di Teresa, che ci racconta in prima persona: le impressioni della casa d'infanzia, la preoccupazione per il padre, il rapporto felice col marito Giorgio, un uomo pacato, apparentemente equilibrato, senza urgenze. Man mano che la convivenza a tre procede, Saverio esprime le sue profezie: qualcosa sta arrivando, un cataclisma, una catastrofe, che coinciderà con la ricomparsa della cometa di 
Vernonbach. L'ultima volta che si era presentata, cinque anni prima, Arianna era morta.

Dapprima Teresa rifiuta quei vaneggiamenti: il padre è certamente fuori di sé e non sa quello che dice. Ma due eventi cambieranno ogni cosa: il primo, la scoperta di una voragine scavata sotto il capanno degli attrezzi - il cui fondo nasconde un altro mistero - e la successiva scomparsa di Giorgio. Svanisce nel nulla, come non fosse mai esistito.

«No, tuo padre non sta male. Vede quello che nessun altro vede. Vernonbach ha condotto avanti a sé esseri senzienti portatori di voci».

«Non sono sbarcati gli alieni, Giorgio».

«Io ho fatto una promessa. Mi sono consegnato completamente alla Parola, le ho dato il mio destino. È passato molto tempo nel quale ho creduto che quella Parola e quella promessa fossero sciolte. Sono andato avanti, capisci? La Parola si era dissolta senza che io facessi niente. Le possibilità si erano ridotte a una, poi a zero. Ora è accaduto qualcosa. Ho visto la Parola. Non si può tornare indietro due volte, nel tempo».

«Cosa stai dicendo, Giorgio?».

«Ieri sera, mentre tu dormivi alla scrivania, io ero insonne in cucina. Ho messo dell'acqua a bollire per farmi una tisana. Non mi ero accorto che Saverio fosse alle mie spalle per dirmi: "La bambina ti sta aspettando. È nel capanno". Si erano già parlati: aveva parlato con tutti, Arianna, la bambina, tutti quanti. Gli ho creduto».

«E cosa hai fatto?».

«Sono venuto qui [...] (p. 51)

Teresa rimane da sola col padre. Non vi è alcuna disperazione, come ci si sarebbe aspettato da una donna che perde il marito misteriosamente; al contrario, la donna resta calma, quasi che la scomparsa delle persone che ama fosse genetica, scritta nel suo destino. Ciò che succede, perché forse è l'unica cosa che le resta da fare, è che comincia a credere alle profezie del padre: le cose che Giorgio le ha detto prima di sparire, questa fantomatica promessa, alcuni segni, gli incubi/presagi e ciò che trova in fondo alla voragine la convincono che davvero qualcosa di terribile stia per succedere, qualcosa che non afferisce all'ordine della catastrofe occasionale, ma che promette di essere definitiva, annientante.

Le pagine in cui Teresa parla di sé, da sola, sono molto belle: una donna forse disperata, che non ha nessuno con cui parlare, e che costruisce una propria dimensione delle cose, o meglio, la ricostruisce. Certo, la sorella Elisa e sua figlia Chloe, le sono vicine, ma non capiscono, negano l'arrivo di Vesta.
Nel frattempo, scopre fatti inquietanti su Giorgio, segreti sottaciuti, e coincidenze che – se fossero acclarate – porterebbero a una riscrittura completa di ciò che credeva di sapere su di lui.

Le ore trascorrono in maniera fluviale, insopportabili. Siedo alla scrivania di mio padre. Che ore sono? Potrebbero essere le cinque del pomeriggio o le tre del mattino. Da fuori sento il gocciare indomito della pioggia. Un sonno irreparabile vuol vincermi, mi fa chiudere gli occhi. Mi appaiono pallidi e sfiniti frammenti di realtà bianca. Frammenti come ali; gabbiani storditi. Sento l'uggiolio a pressione di un temporale in avvicinamento. È la notte della tregenda, pioverà com'era piovuto il giorno in cui mia madre si ammalò. Il suo pancreas sarebbe collassato presto e io non mi sarei potuta risparmiare l'angoscia dell'attesa, il Niente delle sale d'aspetto; ora è scomparsa la voce, è scomparso il volto, non rimane niente di lei. Si ammala il cielo, è gravido di nero, meconio delle nubi. Non appartengo a nessun atomo di questa terra opacizzata. I terreni senza più linfa, la madreperla di fango sui greti secchi dei fiumi. (p. 43) 

Infine, passano altri cinque anni, e qualcuno  qualcosa – arriva davvero. 

La scrittura di Polenchi è ricca, elegante, ricercata – forse in alcuni periodi eccessivamente ricercata, come in pezzi di dialoghi che, verosimilmente, dovrebbero essere più immediati (soprattutto tra marito e moglie). Ma lo stile dell'autore è chiaro fin dalla prima pagina: la "tenebra duttile", "il cratere di cenere e ricordi", l'infiltrazione d'acqua come una "ninfea verde-gialla" sono solo alcuni esempi del modo in cui le associazioni e le immagini si sviluppano, in accordo al tono profetico e alla tematica, che tocca metafisica, meteorologia, filosofia, profezia, follia.

Il romanzo unisce la storia di una famiglia particolare a quella dell'uomo in senso universale: il clima che cambia, le catastrofi quotidiane che rimandano a points of no return (d'altra parte, notizia di pochi giorni fa, l'ONU ha ammesso che il riscaldamento globale supererà inevitabilmente la soglia critica di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali) destinati a diventare sempre più critici, sempre più irreparabili.

Questo mi ha fatto spesso pensare, mentre leggevo, a Melancholia di Lars Von Trier: il romanzo di Polenchi ha in comune col film vari elementi - le due sorelle, la terra minacciata da una catastrofe per l'imminente impatto con un altro corpo celeste, il matrimonio angosciante, la presenza del bambino, Leo, che nel romanzo fa eco alla figura pura e innocente di Chloe, la promessa di una Fine - e mi sembra che prenda a piene mani da tutta una serie di romanzi e pellicole che fanno i conti con l'apocalittico (anche se c'è da dire che l'apocalittico in Polenchi non è urlato, ma accompagnato per mano). 

Un romanzo che interroga, che ci costringe a chiederci: stiamo vivendo davvero una vita serena, tutto sommato dignitosa, o non ci accorgiamo che abbiamo già un piede al di là del disastro e scegliamo di ignorarlo? 
Piacerà molto a chi ama le scritture piene, ricercate, che si sforzano di essere originali.

Deborah D'Addetta