Un recluso, ecco come l'aveva definito il direttore. Negli ambienti artistici circolavano epiteti come "misantropo", "eremita" e persino "despota". Ma veniva chiamato anche "genio", perché era un uomo capace di creare la bellezza dal nulla, un artista che aveva cenato con Van Gogh e discusso con Cézanne, una figura che aveva ampliato i confini della pittura, del colore, della luce stessa. (p. 16)
Joseph Adelaide, giovane giornalista inglese, ha bene in mente questa descrizione mentre, nell'estate del 1920, si reca nel sud della Francia dietro invito di Edouard Tartuffe, il maestro della luce. Un laconico "venga" scribacchiato su un foglio gli dà la speranza che, finalmente, l'artista si lascerà intervistare. Ma al suo arrivo, la realtà è ben diversa. Il pittore non ha intenzione di parlare con lui, né vuole aprirsi al mondo raccontando i segreti della sua arte, ma ha bisogno di un soggetto per il quadro che sta dipingendo, Giovane uomo con arancia. Il biglietto non veniva da lui, ma dalla nipote Ettie che, silenziosa ed efficiente, si occupa dello zio sin da quando era bambina. Oltre alle faccende domestiche, Ettie si occupa del tenere in ordine lo studio, fornire allo zio i soggetti da dipingere, ordinare le cornici, smistare la corrispondenza. Joseph viene risucchiato in questo piccolo mondo a due, una natura morta asfissiante e rovente, rendendosi conto, a poco a poco, che la fama di Tartuffe, lo stesso mito del pittore, non potrebbe esistere senza Ettie. Lungi dall'essere silenziosa, la giovane aspetta solo di trovare la strada per poter dare fuoco al mondo.
«Tata non ti dice che il sole splende» spiega Ettie, «ti fa sentire il suo calore sulla pelle.» Allunga una mano per sfiorare la guancia di Joseph. «Ecco, proprio qui.» (p. 104)
Parte quasi ingannevole il romanzo d'esordio di Lucy Steeds L'artista. Nell'assolato sud della Francia, la storia ci mostra un vecchio artista, famosissimo, per quanto viva da recluso, con tutte le sue eccentricità e stranezze che lo rendono un bisbetico demiurgo, un uomo dal genio così alto da non essere comprensibile ai comuni mortali. Joseph, giovane che ha tentato la via dell'arte, ma che ha trovato la sua strada nella scrittura e nella critica d'arte, sembra lì per imparare e per capire. Ogni volta che Tata – così si fa chiamare il grande Tartuffe – impedisce a Ettie di finire il suo pasto perché il piatto mezzo mangiato ha dei volumi interessanti, ogni volta che fa buttare via le lettere degli ammiratori o si ubriaca prima di consegnare i dipinti al suo mercante d'arte parigino, sembra farlo per ragioni giustificabili solo con il genio. Quella luce che Tartuffe riesce a riprodurre così bene sulla tela che significato può avere dopo la Grande Guerra?
L'interrogativo supremo su cosa debba fare l'arte, a cosa serva di fronte alle brutture dell'umanità, gira nell'aria, quasi ci si aspettasse che Joseph, a un certo punto, capisca il senso di tutto. Sembra averne bisogno dopo che la madre è morta, il padre l'ha cacciato di casa a causa della sua obiezione di coscienza, e il fratello, che in trincea c'è stato, è tornato come un guscio vuoto e deve sopportare torture mascherate da rimedi medici per curare la shell shock. Ettie sembra essere lì per aiutarlo nella comprensione, unica depositaria dei segreti dello zio. Ma come in un dipinto dove l'occhio non coglie l'interezza, ma solo qualche dettaglio volatile, anche questa storia racconta altro. Perché lasciando che le pagine scorrano ci si trova sempre più immerse in una storia che parla di controllo.
Il grande Tartuffe sarebbe riuscito a dipingere Capesante su piattino cinese, se lei non fosse andata al mercato, non avesse scelto i molluschi a uno a uno, non li avesse aperti e disposti sul piatto in quel modo? (p. 222)
Quando leggiamo la storia dal punto di vista di Ettie – la cui voce narrante si alterna a quella di Joseph – scopriamo quanto lei sia essenziale nel processo creativo dello zio. Non è una musa, anche se quello sembra essere il solo ruolo per le donne nel mondo dell'arte nel 1920, non è colei che tiene le redini del comando, ma senza di lei, nessuno dei quadri di Tartuffe esisterebbe. Non solo perché lei si occupa della casa e della cucina, ma perché ogni quadro è guidato dalla sua mano impercettibile.
Non ha scelto questo ruolo, ma ci si è ritrovata quando la madre la abbandona per andare in America dove morirà. Ettie, figlia illegittima e senza alcun indizio su chi potrebbe essere il padre, si trova quindi ad appena otto anni a dover cucinare per lo zio e farsi carico di un'organizzazione al di là delle sue forze, mentre il grande Tartuffe si scopre per quello che è: un uomo terrorizzato dalla solitudine, incapace di prendersi cura di sé stesso e che ha la necessità ossessiva di tenere tutto ciò che è intorno a lui sotto controllo. Se Ettie trova conforto nell'allevare un cardellino, lui gli spezza il collo; se una bambina del villaggio fa amicizia con Ettie, lui fa in modo di trascinarla per le trecce fuori dalla loro proprietà in modo che non torni mai più; se Ettie manifesta interesse e talento per la pittura, lui le proibisce di toccare i colori. Non lo fa con cattiveria intenzionale, ma con la sistematicità di chi ritiene che le donne debbano essere discrete e modeste, muse, al massimo, ma nulla di più. «Trovami una donna con il talento di Delacroix!» (p. 213) riassume alla perfezione il suo pensiero: troppo presto, ancora, per parlare di una riflessione su un sistema che non permette alle donne di emergere. Per fortuna, però, che "artista" è un termine ambigenere e i primi accenni iniziano a fiorire. Quando Joseph, che assiste a questa dinamica, chiede a Ettie perché non lascia Tata perché avrebbe tutte le ragioni per odiarlo, lei risponde che lui ha frainteso la situazione: lei vuole bene allo zio e, ma questo lo riconosce con sé stessa, tutte le persone che provano ad allontanarsi fanno una brutta fine.
Partir, c'est mourir un peu e gliel'hanno dimostrato la madre, morta per inseguire l'orizzonte e un nuovo amore, e Amir, il giovane soldato algerino amato da Ettie mentre presta servizio come infermiera. Nel mondo controllato di Tartuffe lei sa cosa può o non può fare e i confini di ciò che lei è in grado di realizzare sono molto più ampi di quanto non appaia a prima vista e sono pronti, con l'arrivo di Joseph, a espandersi.
Nei giorni seguenti, lo studio di Tata emana il fetore del cibo in decomposizione. Ha portato lì dentro tutti i piatti usati durante la cena e gli avanzi stanno lentamente marcendo nell'afa. Gli acini succosi dell'uva avvizziscono, il prosciutto si arriccia sui bordi trasformandosi in suole coriacee, i ravanelli si ricoprono di grinze e le albicocche rilasciano un succo color ambra. Lo studio diventa una sorta di grande ossario maleodorante, che attira nugoli di mosche. (p. 217)
Entrare tra le pagine di L'artista vuol dire immergersi in una natura morta dove ogni cosa è destinata a corrompersi, dove il caldo e l'odore sono così vividi da sentirli sulla pelle, da poter quasi affondare le unghie nella muffa dei frutti. Steeds rende il tema pittorico non solo attraverso la storia, ma anche e soprattutto con le vividissime descrizioni che ti fanno sentire l'arte, anziché obbligarti a pensarla. L'artista è un romanzo sulla pittura, sì, ma come ogni forma di espressione artistica è solo la concretizzazione di un'universalità: il desiderio di costruirsi una propria vita prima che, come nelle nature morte, tutto avvizzisca e si decomponga.

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