Perché Gerusalemme? Come mai proprio quella città e quella terra riuscirono a spingere uomini e popoli ad affrontare viaggi, guerre, sacrifici e morte? Che cosa c’era, nella Terrasanta, di così potente da far muovere la storia?
Nella mentalità medievale Gerusalemme è la culla - ideale certo, ma anche concreta, fisica, terrena - della loro fede, ovvero di quel complesso di motivazioni, sentimenti, convinzioni e ideali che «fanno» e «muovono» le persone e i popoli. È naturalmente città santissima per gli ebrei, centro nevralgico della «Terra promessa»; e lo è altrettanto per i cristiani, perché è la terra ubi steterunt pedes Eius, «dove posarono i Suoi piedi» - cioè quelli di Cristo - , il luogo che conserva la maggior parte delle sue reliquie, cioè i segni concreti e tangibili della sua vita terrena. (p. 69)
Per comprendere le crociate occorre anzitutto entrare nella mentalità di un mondo lontano dal nostro, nel quale Gerusalemme non era semplicemente una città, né la Terrasanta un territorio da conquistare per le sue ricchezze materiali. Gerusalemme, spiega Marco Meschini, era il cuore concreto della fede, il luogo della storia sacra, la terra dove, per i cristiani, Cristo aveva camminato e lasciato segni tangibili della propria presenza. E proprio dalla citazione occorre partire per comprendere le crociate, ma non per celebrarle e neppure per deformarle attraverso categorie e giudizi estranei al mondo che le ha generate, come hanno fatto gli Illuministi come Voltaire e Diderot (e non solo).
Meschini, storico e studioso delle crociate, sceglie di raccontare questa vicenda con il rigore storico, ma anche con la voce dell’affabulatore. Il suo modo di narrare, il suo piglio mi hanno conquistata fin dalle prime pagine, prima ancora di arrivare al cuore della storia. L’autore mette letteralmente gli eventi davanti agli occhi del lettore, suggerendo figure, situazioni, gesti, rumori, movimenti…Come dire, accompagna l’immaginazione.
Il Prologo è già esemplare. Siamo nel porto di San Giovanni d’Acri, e da quel luogo concreto lo sguardo si allarga progressivamente sul Mediterraneo. È una scelta narrativa felice, perché le crociate appaiono subito per ciò che furono e cioè una grande storia mediterranea, che coinvolge Europa, Asia e Africa.
Dunque c’è il mare, e le sue onde bussano con fragore alla mura della città. È l’antica Tolemaide, così chiamata da quando Tolomeo II, nel III secolo a.C., l’ha rifondata. Ebrei e musulmani, invece, preferiscono chiamarla Akko, e i cristiani San Giovanni d’Acri.
Al porto di Acri si accalca una folla immensa: uomini, donne, bambini, religiosi, principi e poveri, tutti premono confusamente sui pontili. Un porto è sempre animato, soprattutto durante la bella stagione, ma in questo giorno di maggio la gente si affanna, e spinge, e urla con un solo scopo: fuggire. (p. 15)
Meschini presenta fin dall’inizio la complessità di questo mondo: l’Impero bizantino in crisi, l’avanzata turca in Anatolia dopo Manzikert, la frammentazione politica della Terrasanta, le diverse componenti del mondo musulmano, che non può essere considerato come un blocco omogeneo. Gerusalemme, Siria, Libano, le coste mediterranee, i territori sacri si animano, sono spazi attraversati da popoli, religioni, interessi e memorie diverse. È questa complessità che impedisce di ridurre le crociate a uno slogan.
Forse proprio la parola crociata, così spesso utilizzata ancora oggi nel linguaggio politico e quotidiano, merita di essere riconsegnata alla sua profondità storica.
Così, quella piccola croce di stoffa che i nostri antenati si cucivano sugli abiti divenendo dei «crociati», sembra a tanti una specie di abominio, strappata non solo dalle vesti ma anche dalla nostra memoria e dalla nostra Storia. (p. 18)
Dentro quella parola ci sono uomini e donne, eserciti e pellegrini, imperi e città, fede e politica, speranze e violenze e c’è soprattutto una civiltà intera che si mette in movimento. Lo storico ricorda come, nel tempo, le crociate siano state lo specchio della civiltà che le ha generate: una civiltà europea, mediterranea e cristiana, con le sue grandezze e le sue contraddizioni.
Va tenuto inoltre presente il fatto che il crociato, per raggiungere la Terrasanta, doveva impegnarsi economicamente in maniera radicale. È stato stimato che un cavaliere di medio tenore di vita dovesse spendere il proprio reddito annuo per quattro o cinque anni al fine di compiere il viaggio. Ecco dunque che l’accusa solitamente scagliata contro i crociati - cioè di volersi arricchire tramite le loro imprese - non trova molto fondamento. (p. 201)
Di fronte alla vastità di questa storia, l’autore definisce allora il proprio lavoro una «picciola, ma sicura fiaccola» (p. 19). Una bella immagine, che restituisce anche il senso della sua impresa: la fiaccola può essere piccola rispetto all’immensità del passato, ma deve essere abbastanza sicura da permettere al lettore di orientarsi. L’opera, come un racconto che si chiude ad anello, dopo aver raccontato in maniera coinvolgente le diverse crociate, alcune poco conosciute o dimenticate dalla storia, si conclude con un Epilogo di grande effetto che conclude la scena di azione del Prologo. Un ultimo tocco da regista consumato.
Marianna Inserra

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