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Quando prendersi cura degli altri è il modo migliore per prendersi cura di sé: "La cura" di Concita De Gregorio

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La cura
di Concita De Gregorio
Einaudi, 2026

pp. 176
€ 17 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

Audiolibro disponibile su Audible (lettura di: Concita De Gregorio; tempo di ascolto: 4 ore e 11 minuti)

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Declinare il verbo "curare" dalla prima persona singolare alla prima persona plurale è il moto raffinato compiuto da La cura, il libro con cui Concita De Gregorio racconta la propria esperienza che ruota intorno a una malattia senza scriverne il classico diario. È una testimonianza corale, costruita attraverso le vite e le storie delle persone incrociate lungo il percorso di terapia e proprio per questo capace di allargare la propria narrazione ben oltre la vicenda personale dell'autrice.

Ascoltato in formato audiolibro, il testo acquista uno spessore emotivo senza pari. È la stessa De Gregorio a leggerlo e la sua voce diventa una sorta di cornice sonora che avvolge il racconto dando voce alla pagina scritta con un’emotività percepita come vera, reale.

Il libro si apre in un giorno d'agosto, quando la protagonista si prepara ad assentarsi momentaneamente per sottoporsi a dei trattamenti medici a causa di una malattia e lascia ai figli una lettera con le istruzioni quotidiane, misurandosi con l'incertezza di un futuro che non può controllare. Da qui in avanti, il racconto rifiuta con decisione la retorica bellica che accompagna da sempre il linguaggio della malattia. Come in Così è la vita (2011), l'autrice rifiuta la magniloquenza della 'lotta' contro la sofferenza. Il dolore non è un nemico da sconfiggere, ma una condizione umana da attraversare e accogliere. Non c'è guerra da combattere contro il proprio corpo. I pazienti non sono combattenti chiamati a vincere una battaglia non scelta.
Il bene contro il male. Lo senti che è tutto un lessico marziale, Marte, il dio della guerra? Non ne posso più. Lo dobbiamo dire. Perché fa malissimo, questa retorica bellica: a noi pazienti, prima di tutto. «Ha combattuto fino alla fine, in trincea», «ha perso la sua battaglia». Lo senti come parlano di chi muore? Ci manca solo che oltre a morire, mentre stai morendo tu ti debba anche sentire in colpa perché non hai combattuto abbastanza. Non sei stato bravo. Mi state dicendo che dipendeva da me? Ma uno non muore perché ha «perso la sua battaglia». (p. 52)

Se il dolore è inevitabile, sostiene l'autrice, per attraversarlo occorre piuttosto armarsi di bellezza, di leggerezza, di allegria e circondarsi di persone capaci di far stare bene.

Attraverso il filtro della propria esperienza, De Gregorio accompagna chi legge (o ascolta) in un luogo speculare alla società della performance, popolato da persone apparentemente sane, dove la fragilità si rivela come la condizione più autentica, democratica e comune a tutti gli esseri umani.
La malattia è un faro. Si accende e illumina la scena. I dettagli, gli angoli, le ombre. Non puoi più fingere di essere chi vorresti sembrare. (p. 68)

È un mondo in cui prendersi cura degli altri può essere il modo migliore, forse l'unico, per prendersi cura di sé.

È un libro che aiuta a riscoprire il valore della fragilità in un tempo che ci insegna a nasconderla per paura di apparire inadeguati. De Gregorio mostra invece che è proprio nella crepa, nelle ferite, che nasce il bisogno dell'altro e, con esso, la possibilità della bellezza. La cura, ci dice, è una responsabilità collettiva. Prendersi cura del bene comune, dell'ambiente, di un estraneo in difficoltà è ciò che ci rende, in fondo, veramente umani.

La scrittura stessa è una forma di cura letteraria, così pulita, incisiva, mai retorica, sempre delicata. Le parole che sceglie De Gregorio colpiscono come frecce, andando sempre dritte al bersaglio: la logistica dell'amore, la ricerca delle cose perdute, le persone che si perdono o si ritrovano, i ricordi di chi si ama, la necessità di scegliere la vita di "dopo" senza delegarla agli eventi. Anche nel tono con cui legge i propri libri si riconosce in lei una forza austera, un carattere dal quale è difficile non lasciarsi conquistare.
La cura è premura, è controllo, è ordine. È un compito per chi la offre e per chi la riceve. È un viaggio, prima ancora che una meta. Sostituisce l’amore quando manca. Genera dipendenza. (p. 107)

Un libro breve ma intenso, capace di toccare le corde sempre tese di chi la malattia l'ha vissuta, ma anche per coloro che sentono la necessità di cambiare prospettiva sulle piccole cose che ci salvano.

Valentina Botrugno