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"Le cose che non si dicono", il nuovo romanzo di Alice Scalas Bianco: una storia sulla dolorosa ricerca delle proprie origini

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Le cose che non si dicono
di Alice Scalas Bianco
Bompiani, 9 settembre
 
pp. 362
€ 20 (cartaceo)
€ 9.99 (ebook) 

 

Diventa ciò che sei.

Una busta bianca e una frase lapidaria. Una città sconosciuta, Trieste. Una nuova casa. È da qui che inizia la vera vita di Milo, diciannovenne spigoloso e triste che abbandona Viareggio e una madre pazza con cui è cresciuto arrabbiato per tentare di scrivere la propria storia. Ettore, il nonno triestino che non ricorda di avere mai conosciuto, gli lascia in eredità la propria casa e tanti ricordi che il giovane dovrà imparare a riconoscere e a ricomporre per ritrovare sé stesso. E una breve frase che lo spinge verso un viaggio doloroso e necessario nel suo passato.

Grazie a Vanda, sorella di un padre che non ha mai incontrato e del quale ignora anche il nome, a Iole, ragazza scontrosa e affascinante adottata da nonno Ettore e ad Arturo, anziano e ormai malato amico di famiglia che abitano lo stesso edificio pur non condividono lo stesso sangue, Milo, a poco a poco, dolore dopo dolore, costruirà quello che più assomiglia a una famiglia. Ciò che maggiormente desidera è trovare qualcuno a cui somigliare, in cui potersi riconoscere per poter sentire di appartenere: la sua ricerca è disperata fino a quando, un diario lasciato per lui dal nonno, scritto in lingua tedesca, la lingua dei suoi avi, gli svela indizio dopo indizio, nomi, episodi e segreti del passato. La sua rabbia si trasforma in determinazione e impara una nuova lingua:

Si mise a copiare in bella gli appunti delle lezioni, ma non riusciva a concentrarsi: le parole di suo nonno ancora gli rimbombavano nelle orecchie, le sentiva scorrere insieme al proprio sangue, e il diario, poco lontano da lui, sembrava ridergli in faccia, perché aveva tutte le risposte, ma lui non lo poteva leggere. (p. 77)

C'è qualcosa che accomuna nonno Ettore al nipote e forse al padre, qualcosa di scuro, una sorta di malfunzionamento interiore che deve essere buttato fuori per evitare che uccida: Milo lo ritiene una eredità trasmessa attraverso il sangue di una famiglia malata. Col passare dei mesi, il giovane scopre l'amicizia grazie a Viktor, impara ad ammettere le proprie mancanze e si riconosce nella tristezza dei triestini tra i quali inizia a sentirsi a casa e a definire sé stesso:

In che misura Milo adulto sarebbe stato davvero lui, o solo una replica di qualcuno venuto prima. Il diventa ciò che sei ora più che un monito sembrava una condanna. Sarebbe diventato come i suoi nonni, come i suoi genitori? (p. 297)

È anche in Trieste, autentico personaggio della storia, che Milo prova a riconoscersi, la città «casa dei malati cronici, di quelle anime sole che soffrivano di malinconia dal giorno in cui erano nate», (p. 308) città lontana, dura come la roccia e sferzata dal vento in cui scopre di essere nato. Ed è qui che accoglie la diversità delle persone che appartengono a etnie diverse, che festeggiano il Natale in momenti differenti perché differenti sono le loro religioni, che comunicano attraverso lingue diverse eppure si comprendono e si sentono in armonia. Comprendere la madre e il suo dolore diviene allora più semplice e necessario, perdonare il fatto che lo abbia cresciuto senza amore impedendogli così di amare a sua volta, sembra impossibile.

Le cose che non si dicono si mostra al lettore come un autentico romanzo di formazione, un percorso doloroso della presa di coscienza di sé che si intreccia con la nostra Storia del confine orientale filtrata attraverso lo sguardo di un giovane uomo: quanto di chi siamo è scritto già prima della nostra nascita? Quanto il sangue determina la nostra identità? Bianco, giovanissima autrice già vincitrice del Premio Campiello Giovani, ci mostra attraverso questo romanzo che sono le scelte a definirci come esseri umani e a scrivere la nostra storia, soltanto una delle tante storie della Storia, intrecciate le une alle altre.

Diventa ciò che sei, dunque, è l'eredità più importante di Milo: il bigliettino di nonno Ettore deve essere interpretato in tanti modi differenti che possono, da un lato legarci o, dall'altro, allontanarci dalla nostra famiglia naturale, da ciò da cui proveniamo, nella consapevolezza che siamo esseri in continuo divenire destinati a non comprendere tutti i misteri e che per questo, a volte, si sentono intrusi oppure parte di qualcosa. Non tutto infatti può essere compreso e definito nel mestiere di vivere, dal momento che

Ci sono cose che non si dicono, che rimangono lì, in silenzio, a far male, cose che è saggio custodire per sempre nel buio caldo del proprio cuore. (p. 362)

Silvana Maria Baroni