Ripensò a sé stesso da ragazzo, quando a quindici anni si era innamorato per la prima volta. […] Non poteva sapere quante menzogne sarebbero state necessarie, né che quelle menzogne avrebbero messo radici e richiesto una cura assidua, né che da esse sarebbe cresciuto un groviglio spinoso in cui sarebbero rimasti invischiati tutti coloro che gli volevano bene. (p. 437)
Parto dalla – quasi – fine per addentrarmi tra le pieghe di John figlio di John, l’attesissimo nuovo romanzo di Douglas Stuart da poco pubblicato da Mondadori con la magistrale traduzione di Carlo Prosperi. Lo faccio schivando i rischi spoiler e con la consapevolezza che questo testo già acclamato dalla critica internazionale racchiude in sé molte sfide: per traduzione, ritmo, tematiche affrontate, stratificazioni. Non è un romanzo perfetto e proprio in questo risiede a mio avviso la sua grandezza: Stuart restituisce al lettore una storia tesa tra brutalità, lirismo, rabbia, popolata di un’umanità dolente, imperfetta per sua natura. Tutti quanti gli uomini e le donne di questa storia sono esseri fatti di carne e sangue, quasi del tutto liberi di orpelli e artifici letterari; non ci sono eroi senza macchia né il loro contrario, ma esseri umani, appunto, ognuno di loro con il proprio carico di difetti, vizi, colpe, momenti di generosità e comprensione. È questa umanità intrinseca a rendere dunque tanto reale quanto complessa la storia, che non cerca scorciatoie per suscitare l’empatia del lettore, ma ci pone davanti ai limiti del nostro sguardo, del giudizio frettoloso e delle etichette che troppo spesso apponiamo alle cose e alle persone. Ed è qui, perciò, che si fa letteratura, spostando il punto di vista e le nostre convinzioni, un po’ oltre quello che conosciamo o pensiamo di conoscere. Proprio di recente rileggevo il celebre memoir di Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran e, tra i tanti, un passaggio mi ha colpita e mi è parso risuonare anche tra le pagine di John figlio di John:
La letteratura non era una panacea, ma ci offriva uno strumento critico per valutare e capire meglio il mondo (p. 314)
Il mondo, le persone. Esattamente quello che fa Stuart, come lui stesso mi ha raccontato nel corso del nostro recente dialogo. Ecco, dunque, che questo ultimo monumentale romanzo restituisce al lettore personaggi tanto sofferenti, brutali talvolta, colpevoli, bugiardi. Reali. Nel farlo, l’autore dà forma a un pezzo di mondo, inventando l’isola di Harris, nelle Ebridi estreme, ma che diventa ben più di una semplice ambientazione di sfondo. Proseguendo lungo una strada tracciata nei due romanzi precedenti – Storia di Shuggie Bain e Il giovane Mungo – Stuart si interroga tanto sugli uomini quanto sulla società che abitano, di cui racconta l’attimo prima del cambiamento, similmente a quanto fa con i suoi stessi personaggi: in John figlio di John è il mondo rurale e l’economia agricola dei croft e della tessitura alla fine degli anni Ottanta, che di lì a poco sarà travolta dalla rivoluzione tecnologica e dalle conseguenze economiche e sociali di una trasformazione profonda.
Un preciso momento storico che noi lettori osserviamo dunque con la consapevolezza di quanto gli sforzi, la lotta per la terra e la difesa del proprio lavoro di John, il patriarca, sia in un certo senso effimera, destinata a subire il cambiamento in atto. Ma qui, ora, nel tempo della storia narrata, il croft, l’allevamento, la tessitura e quella casa sono tutto quello conta. Tutta la vita di John si racchiude lì, su quell’isola, nei segreti che custodisce dietro l’apparenza dell’integerrimo uomo di fede, granitico, di una bellezza disarmante.
La vita è scandita dal ritmo del lavoro e delle stagioni, poche parole scambiate con la suocera rimasta a vivere con cui dopo che la moglie, tanti anni prima, l’aveva lasciato, dalle rare telefonate con il figlio sul continente a studiare. Telefonate brevi, discorsi superficiali e anche di persona la loro conversazione è «sempre censurata, sfrondata dagli argomenti che non potevano affrontare» (p.10) e sono tanti, tantissimi, e li allontanano sempre di più.
La vita di Cal lontano dall’isola è difficile, spesso solitaria, ma anche libera di essere sé stesso, un ragazzo che vive la propria omosessualità senza il senso di colpa e la segretezza come quando invece era a casa. Studia moda, ha talento, è sommerso dai debiti e immagina di costruirsi una vita altrove, libera, su misura, lontano dalla vergogna di chi ha amato sull’isola, dalle regole di un padre che non lo conosce, di una comunità chiusa, giudicante ma, Cal non sa, a sua volta custode di segreti indicibili.
Tornare a casa, a seguito della chiamata di John perché la salute dell’amata nonna Ella sembra precipitare, significa fare i conti con tutto quello che ha lasciato, tornare a nascondersi, confrontarsi con il padre. Sembrano due poli opposti, due visioni del mondo, l’uno saldamente ancorato all’isola e alla vita che vi conduce, l’altro che teme di restare invischiato per sempre in un’esistenza che non ha scelto. Spostandosi tra Cal e John lungo tutto l’arco del romanzo, Stuart restituisce al lettore le complessità di un padre e un figlio, le aspirazioni, i desideri sopiti, la distanza che li separa e che sembra incolmabile, le parole che mancano e, allo stesso tempo, ci permette di osservare la storia da angolature diverse, non per prendere una parte o l’altra ma come a dirci, ecco, lo vedete, le cose, la vita, non sono mai bianco o nero, giusto o sbagliato.
Una piccola parte di lui era terrorizzata dal ritorno del figliol prodigo. Falabay era sempre stata il centro del suo universo. John non aveva mai desiderato essere altrove, né aveva mai temuto, rimanendo lì, di perdersi qualcosa di meglio, di più vivace. Ma da quando suo figlio era partito per l’università, aveva l’impressione che Cal considerasse Falabay l’estrema propaggine di una terra piatta. Anche se non lo diceva mai in modo esplicito, Cal considerava le loro vite incomplete, come se le cose che lo avevano sostentato da bambino adesso lo annoiassero. Il suo sguardo contaminava tutto ciò che Cal aveva sempre amato, gli dava quasi l’impressione di doversi scusare per l’esistenza che si era costruito. (p. 28)
Nella convivenza forzata il rapporto tra i due si fa teso mano a mano che si accumulano i segreti e le difficoltà di un quotidiano che mette sempre più alla prova tutti quanti nella lotta per il sostentamento, per la terra che John sente propria di diritto, per il peso di mostrarsi altro da quello che si è veramente. Nella stratificazione del testo, tra le tematiche e gli spunti che vi si intrecciano – l’identità, il senso di colpa, le trasformazioni sociali in atto, l’amicizia, l’omosessualità, la fede – il centro nevralgico da cui ogni cosa si irradia è il rapporto padre figlio, scandagliato nelle sue pieghe più oscure, problematiche, tra i silenzi, la brutalità dei gesti, la violenza perfino, dove momenti di rara bellezza aprono squarci sulla pagina:
Pensò a tutte le notti dopo che la madre di Cal se n’era andata, quando avrebbe tanto voluto scappare e vedere anche lui un po’ di mondo. Invece non l’aveva fatto, era rimasto, perché aveva un figlio che dormiva al piano di sopra e che non riusciva a prendere sonno senza la luce del pianerottolo accesa. Un figlio che crescendo lo avrebbe abbandonato, che al momento opportuno avrebbe spento tutte le luci della casa e se ne sarebbe andato. (p. 131)
È la tensione tra andare o restare, la complessità dei personaggi, le distanze, le incomprensioni. Brutale e violento, il rapporto tra Cal e John è intriso di sentimenti complessi e, nella sostanza, dell’amore incondizionato di un padre per il figlio. Un ragazzo che non conosce fino in fondo, non ancora almeno, e che non comprende e prova rabbia per la suocera, Ella, che troppe volte «gli spiegava suo figlio» (p. 163), più vicina a Cal di quanto John sia mai stato capace. È un perfido piacere, allora, escludere Ella usando il gaelico, la lingua che lei, estranea all’isola nonostante vi risieda da cinquant’anni, non ha mai imparato, e parlarla con il figlio, nel tentativo di ridurre la distanza tra loro, condividere qualcosa che sia loro e loro soltanto.
La scelta di parlare in gaelico, spesso, era una difesa del territorio: serviva a rivendicare una parte di Cal come sua e sua soltanto. (p. 69)
Lungo tutto il corso del romanzo Douglas Stuart mescola inglese e gaelico ed efficacemente la traduzione di Prosperi ha scelto di mantenere questa scelta passando dall’inglese all’italiano e lasciando le frasi in Gàidhlig, la lingua delle isole. Perché l’uso del gaelico non è un vezzo narrativo o letterario ma ha a che fare, come evidente, con il rapporto tra Cal e John e, più ampio, con l’identità, la politica, l’orgoglio. Il gaelico, in questa storia, è la lingua intima, dell’affetto, mentre l’inglese è quella del mondo, degli affari, della praticità; ma è anche la lingua degli antenati, del passato in un certo senso, di una tradizione da cui Cal aveva preso le distanze. E c’è, naturalmente, anche una connotazione specifica nel modo in cui vengono giudicate le persone che lo parlano, l’etichetta che si appiccica addosso, lo stereotipo a cui si vorrebbero ridurre di zotici isolani. Una scelta ben precisa, dunque, che dall’uso narrativo si riversa nella realtà per la valenza di questa scelta in opposizione anche alle decisioni del governo britannico che sembrano mirate a soffocare le singole identità culturali, le tradizioni, le lingue e ciò che rappresentano.
Nell’intreccio di questa storia, nella ricchezza delle tematiche e delle riflessioni che contiene e che qui ho solo sfiorato, c’è anche evidente un discorso di classe, cui la letteratura britannica non si è mai sottratta e la narrativa contemporanea non è da meno: Stuart racconta senza pietismo o artificio la povertà, la lotta per la sussistenza, le differenze di classe e la vergogna di sentirsi diversi, esclusi, giudicati ma anche, in quell’attimo prima del cambiamento che questa storia sceglie di inquadrare, il pericolo del nuovo che avanzando distrugge tutto ciò che incontra, lo sguardo dell’altro – che arriva dalla città, dal continente – e si fa scherno della tradizione convinto che il proprio modo di vivere sia l’unico cui ambire; attraverso John, Cal e gli altri straordinari personaggi che popolano queste pagine – Innes, Isla, Ella, soprattutto e ai quali chiedo venia di non aver avuto il tempo di analizzare – osserviamo disarmati un fenomeno che anche noi in Italia abbiamo imparato a conoscere, il mondo rurale e la provincia spogliati del loro valore, delle loro tradizioni, per amalgamarsi ai gusti, alle mode, ai desideri di chi sfrutta senza ritegno o rispetto.
In questa tensione, tra vecchio e nuovo, desiderio di restare e spinta ad andarsene, difesa delle proprie tradizioni e apertura al mondo, si colloca la storia di Stuart, che interroga ognuno di noi, non importa quanto distanti da Harris, dalle sue dinamiche. Ma è sempre questo che fa la letteratura d’altronde, lo ripeto spesso, spingere a porci delle domande, fornisce al lettore punti di vista diversi sulle cose che conosciamo. E pur nelle sue imperfezioni – alcune scelte narrative che non ho condiviso appieno – John figlio di John è un romanzo straordinario proprio per questo: per l’intreccio di storia e modo di raccontarla, una lingua permeata di registri diversi, per la complessità umana dei suoi personaggi e lo sguardo mai giudicante dell’autore, per le molteplici stratificazioni e possibilità di riflessione che offre al lettore. Una lettura sfidante, magnifica.
Debora Lambruschini

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